di miss Apple
Direte che son una marantega (strega, nota di traduttore), ma io ieri anche se era domenica sono andata in giro con il carrello della spesa. No’ per far esercizio, noialtre veneziane siamo brave lo tiriamo su e zo per i ponti piova o bel tempo e quando il carneval gera carneval si vedevano signore in maschera e bauta col caretto che spuntava la cicoria come un mazzo di fiori.
No el carretto lo portavo per darlo sui pie dei foresti (stranieri, nota di traduttore). Perché Venezia sarà stata la città dell’accoglienza, un melting pot come dice la gente di cultura, pronta a ricevere, per il suo interesse se sa ma anche per curiosità, perché tutti passavano di qua e lasciavano qualcosa, arte, roba bona da magnar, stoffe, spezie, libri e un pochetto de cuor, quello si perché che veniva qua poi sta città se la portava nell’anima. Ma adesso è un teatro di odio, i veneziani odiano i foresti e i foresti odiano gli indigeni.
E’ stato un weekend terribile: un’invasione di migliaia di turisti, un impressionante numero di persone che girovagavano, quasi senza meta, intasando calli, campi, vaporetti.
Questo progetto di rendere Venezia una città per soli turisti, una Disneyland o una Las Vegas con pochi locali come comparse al cine, a me, a noialtri non piace. Per carità ammetto di non aver a che fare col turismo: turisti o non turisti io vivo lo stesso, ma il punto non è il mio guadagno turisti free, il punto è voler bene alla città che mi ha visto nascere e crescere: giocavo in campo, in riva degli schiavoni, andavo per passeggiate a san marco, a veder i siori che magna el geato al todaro, in Mercerie a vedere le vetrine con le amiche, a san Bortoeo a veder i fioi fighi e in campo San Stefano (a Venessia xè San Stefano no Santo Stefano) a veder i fioi ricchi. Era divertente crescere in una città che tutti consideravano quasi un sogno.
Ho anche conosciuto il fenomeno turismo, durante la mia infanzia, la mia adolescenza, a noi ragazze non ci infastidiva, non era un turismo invadente, era giusto, quello che rompeva la routine della venezianità, un'invasione pacifica di persone che vedendo venezia vedevano una città e non un parco giochi. .
Era un sogno e era un privilegio. Adesso è un incubo e una punizione.
Non penso venezia senza turisti, io desidero venezia con meno turisti! E con turisti educati, che non vol dir che i sta in ponta de piron (in punta di forchetta, nota di traduttore). Vuol dire che se vengono qua devono rispettare una città fragile, delicata anche se ne ha viste tante. E invece per lo più vengono da invasori, da barbari, arrivano già stanchi in grossi pullman, sono spaesati si domandano perché non possono star sentai comodi sul torpedone e guardarsi da là fora dal finestrin la piazza i piccioni e el campanil.
Per quello gli volevo dar el caretto sui piedi perché stanno là fermi spaesati confusi e noi li odiamo come loro odiano noi. Quando sono nata eravamo 110 mila residenti in centro storico, ora siamo meno di 60 000, la città sta morendo, è data in pasto al turismo selvaggio. E il peggiore è quello delle crociere di lusso, prepotenti e invadenti: sette navi in città significa avere più di 20 mila persone in giro per la città, senza dir dell’inquinamento anche visivo, perché è un’offesa veder quei condomini coprire quella delicatezza di san giorgio in bacino e entrar dentro allo stomaco della città.
Ieri ho litigato con un paio di turiste, mi hanno detto che me ne devo andare da Venezia se non mi piacciono i turisti, che Venezia vive col turismo e che è in vigore la libera circolazione. Che tutti hanno diritto di andare dappertutto e godere della bellezza, che non ne siamo padroni e in fondo l’abbiamo ereditata come loro. Ma come fa a piacere anche a loro una città invasa, brutalizzata, sporca, dove tutti sono ospiti sgraditi.
Ecco una veneziana e altri veneziani come me viviamo in regime di carcerazione, in nome della libera circolazione, di speculatori e di un’amministrazione più attenta ai soldi che ai propri elettori. Ma anche vittime noi e i foresti dell’idea che le robe belle sono un bene di consumo per tutti. E che è come l’acqua, che alla fine non “si consuma” mai anche se ci vai con gli scarponi o gli zoccoli sui masegni, se butti i sacchetti in Canal, se respiri sui mosaici fino a appannarli per sempre. Se è un bene, ecco xe un “bene comune” come l’acqua e come l’acqua si sporca si inquina e la dobbiamo salvare per noi e per quelli che vegnara', no?
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lunedì 3 ottobre 2011
sabato 1 ottobre 2011
Viva Barbarossa
Lo confesso: fin da bambino, sui banchi delle elementari, partecipavo poco all'afflato che le maestre cercavano di inculcarmi sull'epopea dei Comuni e sulla loro lotta contro l'impero. Un po' forse per ataviche vicende familiari e un po' perché disponendo di una buona libreria casalinga avevo appreso che la celeberrima battaglia di Legnano gli uomini della Lega Lombarda erano assai più del doppio degli imperiali e tuttavia stavano perdendo: solo l'imprudenza di Barbarossa, che si gettò in mezzo alla mischia, finendo disarcionato, creò sgomento fra le sue truppe che perciò si dispersero facendo arridere la vittoria ai milanesi.
Così da allora e nonostante le poesie patriottiche che mi venivano inflitte, Alberto da Giussano cominciò a starmi antipatico. Non che fosse un'ossessione, ma ogni giorno passavo davanti a un altro capitolo di quella lunga lotta, davanti a Palazzo Re Enzo, chiamato così perché vi fu tenuto prigioniero Enzo, figlio dell'imperatore Federico II di Svevia, catturato durante la Battaglia di Fossalta nei pressi di Modena.
Allora queste vicende venivano presentate come una specie di prodromo e di anticipazione del Risorgimento, anche se nella mia testa infantile continuavano a chiedermi perché mai questi eroi con i loro spadoni volessero unirsi contro lo Straniero ( si diceva così prima che si inventasse la parola extracomunitari che ne ha recuperato un po' il senso, ma soprattutto il ridicolo) per poi continuare a far parte di borghi e città fortificate con relativi contadi e lande separate se non ostili. Ma erano tempi quelli in cui si portava in classe l'obolo per la Croce Rossa senza alcun sospetto che potesse essere rapinato dalla famiglia Letta e ricordo che ebbi delle crisi di coscienza perché un anno parte del contributo umanitario finì in un godurioso e irresistibile ciokorì. Insomma non era concepibile che ti dicessero qualcosa di non vero, che ti depistassero, che forzassero le cose. Del resto 2 più 2 faceva effettivamente 4 e io per analogia attribuivo questa magica proprietà intransitiva della verità ad ogni cosa di cui le maestre parlavano.
Tutto questo mi è tornato alla mente con un sussulto di incredulità quando da adulto ho assistito alla nascita della Lega, alla creazione del simbolo con Alberto da Giussano e all'invenzione della Padania. Nel frattempo avevo appreso altre cose e cioè che i Comuni si ribellavano a Barbarossa non tanto per non pagare qualche obolo, ma principalmente perché volevano estorcere al Sacro romano impero il diritto di dichiararsi guerra fra di loro, di bastonarsi e fare razzie senza nessuno intervenisse come arbitro. In questo modo il simbolo con lo spadone del mio omonimo da Giussano, contraddiceva l'essenza stessa della Padania, anche se non un logica tutta italiana per cui ci si alleava al fine di potersi dichiarare nemici.
E c'è di più: questa ribellione in nome di una sorta di anarchia localistica, di campanile e di feroci interessi contrapposti contraddiceva l'idea dell'impero come luogo dell'universalità civile, la rinnegava in favore di quella che Dante nel De Monarchia chiama concezione ierocratica del potere elaborata dalla Chiesa, la quale troverà la sua solenne e finale affermazione con la bolla papale Unam Sanctam del 1302. Una concezione che sul piano politico si traduceva nella ricerca della divisione, nel tentativo di impedire la nascita di realtà troppo forti, nel fomentare gli interessi locali e di parte contro l'idea della ricerca della felicità terrena (Dante anticipa di parecchi secoli la costituzione americana con questa espressione) che è invece lo scopo del Sacro romano impero, erede della globalità e universalità di quello romano. Certo i termini della questione vanno inquadrati nel mondo feudale, ma la sostanza è chiara: nelle divisioni, si esprime un potere grettamente teso a interessi immediati, si esprimono gli egoismi di parte, in quello imperale la possibilità di un' armonia universale.
Paradossalmente la Lega ha scelto eroi ed epopee in totale contrasto con l'idea stessa di un'unità padana che infatti non si è mai realizzata, anzi ha conosciuto le più profonde divisioni, ma di quegli eventi ha scelto come propria mentalità fondante non le libertà comunali che non coincidevano affatto con la libertà dei cittadini, semmai con la legge delle oligarchie dominanti, ma quella dei piccoli egoismi di parte, la meschinità della chiusura localistica, l'esclusione sistematica del "forestiero" e la tradizione simil ierocratica, ormai automatica e fasulla come collante. E poco importa se a tessitori e vasai chiusi dentro le loro corporazioni si sono sostituite le partite iva e le microaziende familiari: il medioevo è lo stesso.
Ecco perché dico viva Barbarossa.
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