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mercoledì 16 ottobre 2013

16 ottobre, il ricatto dell'oro non paga

di Anna Lombroso



Pioveva, pioveva quel sabato mattina del 16 ottobre 1943. Le belve, oltre cento, armate di mitra circondarono il ghetto attorno alle 5,30. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono nelle 26 zone operative in cui il Comando tedesco aveva diviso la città alla ricerca di altre vittime. Quando il gigantesco rastrellamento si concluse erano stati catturati 1022 ebrei romani. Due giorni dopo in 18 vagoni piombati furono tutti trasferiti ad Auschwitz. Solo 15 di loro sono tornati alla fine del conflitto: 14 uomini e una donna. Tutti gli altri 1066 sono morti in gran parte appena arrivati, nelle camere a gas. E nessuno degli oltre duecento bambini è sopravvissuto.

Conoscevo bene Robert Katz, lo aiutai un po’ nella raccolta di documenti preliminare alla stesura del suo libro sul caso Moro. Arrivava nel centro di ricerca con il quale collaboravo, in sandali francescani anche d’inverno, si sedeva  davanti a pile di giornali impolverati e si chiacchierava si chiacchierava. C’era un tema obbligato tra noi: la responsabilità. Ne era ossessionato, parlandone gli occhi dardeggiavano intorno, si tirava la barba rabbinica e si dondolava avanti e indietro come fanno gli ebrei recitando il kaddish, la preghiera del lutto. Così si tornava a parlare del sabato nero di Roma – che era poi il titolo che aveva dato al suo libro sul rastrellamento degli ebrei del ghetto di Roma, al prima e al dopo quel giorno buio e tremendo. E inevitabilmente pur essendo d’accordo, si discuteva animatamente del ruolo della dirigenza della comunità ebraica, del discusso rabbino di allora, quel Zolli più noto per la sua conversione successiva che per la sua lungimiranza di prima e di quell’oro maledetto, versato per salvarsi con un patto che non venne rispettato, ben noto agli alleati, che non fecero nulla per evitare il crimine.

L’ordine di procedere al rastrellamento, Kappler,  capo delle SS a Roma, l’aveva ricevuto già il   25 settembre: prende tempo insieme al console tedesco, Eitel Friedrich Moellhausen, e al Feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Sud Italia, che non concede immediatamente l’appoggio militare all’operazione, per condurre la trattativa per l’ultimo ricatto. Convoca infatti a Villa Volkonsky, sede del comando tedesco a Roma, i massimi rappresentanti della comunità ebraica Ugo Foà, Presidente della Comunità Israelitica di Roma e Dante Almansi, Presidente della Unione delle Comunità Israelitiche Italiane  per proporre il “versamento” di   cinquanta chili d’oro in cambio della salvezza. In molti, forse anche il Vaticano, si mobilitano e la consegna dell’oro raccolto tra ebrei e non ebrei, tutti romani comunque, avviene  a Via Tasso, al numero 155 che non era ancora il famigerato carcere delle SS, luogo di torture e terrore che diventerà in seguito, ma almeno formalmente “l’Ufficio di Collocamento dei Lavoratori italiani per la Germania” ( è ora sede del Museo Storico della Liberazione). Kappler non si presenta, ritiene degradante partecipare alla pesatura,  eseguita con una bilancia della portata di 5 chili, registrata  con puntigliosa precisione da Dante Almansi e da un ufficiale tedesco, che la fa ripetere due volte per essere sicuro che gli ebrei non l’abbiano imbrogliato.

A imbrogliare invece furono i nazisti, Kappler, Kesserling, che sapevano bene che l’ordine era stato solo rinviato, che era già partito con destinazione Roma  il Capitano delle SS Theo Dannecker, uomo di fiducia di Eichmann per procedere alla deportazione e accelerare  i tempi.
Il misfatto si compie. Sottostare al ricatto non è servito
Eppure il rabbino aveva sospettato da tempo: fin dalla firma dell’armistizio aveva  proposto di cessare le funzioni religiose, di distruggere le liste dei contribuenti e degli iscritti alla comunità, di stanziare fondi per i più poveri e di invitare tutti gli ebrei a lasciare le proprie abitazioni e a nascondersi. Eppure le comunità di Ancona e da quella di Pisa, avevano convinto i rabbini a non officiare in occasione del Capodanno ebraico. Eppure il professor Jona, presidente della Comunità di Venezia aveva scelto di suicidarsi per non consegnare gli elenchi dei “suoi ebrei”. Eppure la convinzione che la comunità romana potesse godere della protezione dell’ala amica del Vaticano, si era rivelata illusoria: il papa non si era mai espresso ufficialmente in tal senso. Così come ingannevole era la supposizione che “nessuno era più romano de Roma dei suoi giudii” e che l’appartenenza antica e sentita alla cittadinanza li avrebbe tutelati, anche se ci fu qualche italiano brava gente che ospitò i fuggiaschi e rischio della vita.

Molti storici, soprattutto tra quelli che indagano sul ruolo delle passioni negli eventi, nei conflitti e nello svolgersi della storia, si sono interrogati sul consolidato persistere della fiducia cieca in una ipotetica salvezza, anche a fronte di accertate minacce. Sul perché a dispetto di autorevoli Cassandre, milioni di uomini e tra questi arguti intellettuali, competenti professionisti, sopraffini pensatori, si siano fatti condurre al macello come bestiame inconsapevole. O in che cosa consistesse la volontà di non credere fino al non vedere quello che sta avvenendo.
Ho un esempio familiare: mio papà va in Germania nel ’36 per quella ostinata smania di sapere, di vedere coi suoi occhi. Torna e va a cena dai genitori. Tutti sono intorno al tavolo coperto dalla bella tovaglia ricamata, la fedele Margherita scodella col mestolo del servizio San Marco la zuppa nei bei piatti di Sèvres col bordo verde ed oro e mio padre rompe il silenzio imposto da un padre molto autoritario raccontando concitato che in Germania confiscano le eleganti argenterie e le comode, calde case degli ebrei e li prendono, li portano via dalle case, li portano in campi di lavoro dai quali nessuno sembra tornare. E che bisogna andarsene in America dove c’è Hanry e altri, anche se lui, resterà, perché c’è da fare per un giovane come lui che vuole abbattere il fascismo e con esso lo sfruttamento, il disonore della perdita dei diritti, per riscattarsi e riprendersi la libertà. Non partirono i nonni e nemmeno gli zii e nemmeno la fedele Margherita, che stesse nascosta in un retrocasa come quello di Anna Frank.

Per quello non bisogna dimenticare. Perché tutto può ripetersi anche l’innominabile e l’incredibile. E continuamente si ripropongono ricatti che molti pensano di dover subire per salvare se stessi, piccoli beni, mediocri privilegi. Continuamente la storia avvitandosi si se stessa ci mostra due strade, una nota, quella della rinuncia a diritti e libertà, in cambio di opinabili e labili garanzie, che potrebbero assomigliare a quelli di Kappler, quella imposta apparentemente da uno stato di necessità ed emergenza. L’altra, sconosciuta, che impone di guardare, di sapere, di capire, forse più ardua, che esige di partecipare a immaginare altro da quello che ci obbligano a fare e pensare, e che deve essere la nostra strada.

lunedì 11 febbraio 2013

Roma, la tempesta e Benedetto


di Mariaserena Peterlin

Ner cielo de ‘sta Roma tribbolata
da politici ladri e da papponi
oggi soffia un ventaccio e i nuvoloni
se rincorrono griggi all’impazzata.

Tu guardi in cielo e penzi “ce vorebbe
che tutta sta buriana che flaggella
tutti e romani e pure roma bella
fosse ‘na gran ramazza e pulirebbe

le piazze, er parlamento e i candidati
che se so fatti avanti a quattro mani
sicuri de fa er solito bottino

de voti coi quatrini già arubbati”.
Ma mentre soffia er vento maledetto
se porta via soltanto Benedetto…

sabato 4 febbraio 2012

La corruzione dell'inettitudine


di Anna Lombroso

Come quando Venezia affoga nell’acqua alta che i tg cretini definiscono ‘’ suggestivo fenomeno’’, anche a Roma le prime immagini che corrono sono domestiche: incantano i giapponesi nel colosseo imbiancato, i ragazzini che fanno i pupazzi di neve. Ma presto anche Roma affonda nel ridicolo di un sindaco sempre impreparato a prevedere il prevedibile anzi il già annunciato, di una macchina di servizi inadeguata, di cittadini maleducati alle emergenze come ormai sono sprovveduti nella quotidianità.
Vetere venne travolto dalla nevicata dell’’85. È invece probabile che nulla cambi per Alemanno. Pare che siamo ormai così blasè da sopportare malmostosamente ma pigramente qualsiasi cosa ci cada addosso dall’alto, neve, pioggia, soprusi, incompetenza, crimini. E se non è stato investito dagli scandali dell’Atac, delle cattive compagnie tornate dal passato, dalle smanie di fare il tirannello urbano, è probabile si salvi anche stavolta. Anzi è possibile che come ormai è costume nazionale, possa approfittare di crisi incancrenite per collocarsi ben saldo nell’emergenza con procedure d’urgenza, ordinanze speciali, commissariamenti autoritari, provvedimenti liberticidi.

Certo il verminaio della Margherita ha l’effetto collaterale di esimerci dal rimpiangere l’età dell’oro di Rutelli, un moderno Pericle rispetto al camerata Alemanno e che magari, forse, si sarebbe fatto prestare un po’ di spazzaneve e probabilmente avrebbe saputo che il sale non si usa solo in cucina.
Forse, perché lo spettacolo del suo volto terreo e teso, la voce rotta in una discolpa poco credibile, di quelli che fanno pensare se non è correo è idiota lascia pochi dubbi sulla sua competenza di oggi e di ieri, sulla pretesa incapacità di uno che è stato sindaco di leggere un bilancio, per un leader di giudicare e controllare i suoi collaboratori. Né può salvarlo dall’ignominia la difesa schizzinosa preferita nell’era post tangentopoli: il denaro è una cosa sporca che contagia, lo lascio trattare ad altri. Non guardare per lasciar fare è una forma minore ma non meno colpevole di complicità e collusione. E in questo risiede la questione morale, nell’aver subito troppo, più o meno consapevolmente, più o meno entusiasticamente, contribuendo sia pure non direttamente a elevare i limiti di tolleranza della “licenza”, dell’irregolarità fino all’illegalità e alla criminalità.
Si guarda l’iceberg in superficie, i vitalizi, i furti visibili, i costi della politica come se gli sprechi vertessero sul remunerare troppo troppi pessimi rappresentanti. E non sulla dissipazione che deriva dall’incompetenza, dalle scelte inappropriate, dall’inefficienza, che rappresentano l’anomalia italiana anche nel campo della corruzione: mazzette su depuratori mai realizzati, su ospedali vuoti che si sgretolano in mezzo a campagne desolate, su strade che finiscono in un inquietante nulla, su palazzoni pubblici per uso molto personale. Si colloca la corruzione nella “retorica” della crisi morale, come se si trattasse di uno degli effetti dell’eclissi di un’etica pubblica. Mentre è sempre più evidente che è una delle ricadute più patologiche delle insufficienze della democrazie rappresentativa, delle storture di un sistema partitico che come in un circolo vizioso si nutre o è omertosamente complice dell’illecito che a sua volta lo ricatta, nutrendo il circuito dei soprusi, delle “costrizioni” e delle disuguaglianze, inducendo illegalità come fosse una fisiologica “difesa” dei marginali che vi si arrangiano dentro
.
Ma è proprio a questa corruzione, che è corruzione della democrazia, devono attribuirsi molte delle responsabilità della crisi economica e della incapacità di gestirla, perché si tratta di una tremenda e potente componente della disgregazione dello stato sociale e un elemento trascinante della “spesa” pubblica.
Per anni anche i partiti del centro sinistra hanno disinvoltamente e ipocritamente liquidato la questione come se si fosse in frutteria a scegliere tra mele sane e mele marce, mentre è ormai evidente da anni che si tratta di una rete “nazionale” di illecito, di un vero e proprio sistema di arricchimento alimentato e coperto anche da norme specifiche, come quella sulla Protezione Civile. E che il furto delle risorse pubbliche, in una fase di emergenza costituisce una slealtà, un crimine e una formidabile voce di spesa solo apparentemente occulta e esplicitamente tollerata da correi, da favoreggiatori o da aspiranti tali.
E infatti non a caso non esiste una letteratura contabile e statistica che confermi la relazione diretta tra regime democratico e sviluppo economico; quella stabilita dagli studiosi è solo una relazione indiretta. Ma ci sono invece dati certi sulla relazione, diretta e di causa effetto tra corruzione, crescita economica e benessere generale.

Se è provato che indirettamente la democrazia serve a mitigare gli effetti economici negativi della corruzione, è ancora più vero che la triangolazione di questi tre fattori - democrazia, sana politica, sviluppo economico – contesta la tesi che la corruzione rappresenti un incidente se non una aberrazione limitata e episodica a carico di singoli trasgressori. Invece l’impoverimento va insieme alla corruzione se essa è "l´abuso dei pubblici uffici o delle funzioni pubbliche per scopo di arricchimento" di privati o/e di gruppi.
Lo scambio di favori agevola privati che operano nell´impresa, in quella delle costruzioni o industriale, commerciale o dei servizi: come un baro, il corruttore trucca il gioco e si arricchisce con e a spese di tre cose, il denaro dei contribuenti, le leggi e le norme, i potenziali competitori. Prestando attenzione a questa terna (fatale in tutti casi di corruzione) si intuiscono gli effetti devastanti che la corruzione ha sull´economia di un paese. E siccome nel caso della corruzione il danno è sempre fatto a tutte e tre insieme le vittime (le finanze dello stato, le leggi, il mercato) risulta evidente che davvero la corruzione esercita una pressione potentissima sulla società democratica impoverendo l´intero sistema.
Impoverisce per l´ovvia ragione che si alimenta con i soldi che sono di tutti e che violando la trasparenza delle regole (per esempio quelle per l´attribuzione di appalti nelle Grandi opere o nei lavori pubblici ordinari) fa saltare il principio che presiede al contenimento dei costi: competenza su un piede di parità, costituendo un vero e proprio attentato monopolistico all´economica di mercato.

Dovrebbero temere questa aberrazione quelli che magnificano le promesse e le regole del neoliberismo: efficienza, de regolazione, primato del libero mercato. Nel suo clima esasperato, con il primato della flessibilità e della precarietà, con i diritti delle nuove generazioni più incerti e le conquiste del lavoro più labili, il sistema dei rapporti sociali e politici clientelari si sia reinventato con una terribile potenza innalzando i livelli di tolleranza della corruzione e dell’illegalità. La de-moralizzazione del capitalismo ha proprio contribuito a recidere tutti i rapporti tra cultura e politica, fra politica e idee e tra politica e interesse generale. E ha annichilito pensiero, reazione, partecipazione costringendoli nell’angusta aspirazione a piccoli privilegi, all’accumulazione di beni effimeri, in un isolamento dalla partecipazione, perfino dalla rivendicazione, dalla rappresentanza e dalla democrazia.
In questi mesi il gioco preferito dagli italiani è paragonare vecchi e nuovi regimi, consolandosi perchè quello odierno è meno sfacciato, meno volgare, meno pacchiano. A me non basta. Un oligopolio vale un altro e una plutocrazia sobria non fa meno danni di una esuberante.

A ogni scandalo ci si chiede se sia una nuova Tangentopoli: ma la “nuova” disgregazione del sistema presenta un elemento chiave di continuità rispetto a quella “vecchia”, svelata con grande scandalo all’inizio degli anni novanta. E’ ancora una corruzione sistemica. E’ una corruzione nella quale le scelte, le condotte, gli stili, le movenze degli attori sono incardinati entro copioni prefissati, seguono regole codificate, assecondano moduli familiari. E’ una corruzione regolata nella quale appaiono tuttora in vigore – proprio come nelle storie svelate da di mani pulite – norme di comportamento che realizzano alcune funzioni cruciali: facilitano l’identificazione di partners affidabili; differenziano i ruoli nelle aggregazioni di corrotti e corruttori; accrescono i profitti attesi dei processi decisionali, attenuano l’eventuale “disagio psicologico” dell’illegalità; emarginano o castigano onesti e dissenzienti; socializzano i nuovi entrati alla “legge” della corruzione.
Ancora una volta è illusorio pensare che anche questa degenerazione si combatta standoci dentro, agendo nelle sue pieghe e nei suoi interstizi. Bisogna ribaltare l’edificio, scardinarlo a cominciare dalle sue fondamenta che sono quelle del profitto. E di un accidioso piegarsi al potere, sperando di guadagnarci qualcosa, briciole senza diritti.

martedì 20 settembre 2011

Porta Pia: quella breccia tutta da fare


di Anna Lombroso

I bersaglieri entrano a Roma da Porta Pia
Una chiesa complice e omertosa tace sul mostruoso sistema vigente di sfruttamento corruzione e amoralità ma invece grida al miracolo per la resistente permanenza di una felice e incoraggiante superstizione che fa sciogliere il sangue ma purtroppo non le Camere.
Oggi 20 settembre ci fa sorridere amaramente wikipedia che alla voce Breccia di Porta Pia recita: la presa di Roma (20 settembre 1870), nota anche come Breccia di Porta Pia, fu l'episodio del Risorgimento che sancì l'annessione di Roma al Regno d'Italia, decretando la fine dello Stato Pontificio e del potere temporale dei Papi.

Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi, un gran rompiscatole molto puntiglioso si domandò quali fossero state le cause che cambiarono il carattere degli italiani dopo la caduta delle gloriose repubbliche e si rispose con un elenco di ventidue “verità” concernenti il ruolo invadente della Chiesa. La morale cattolica per lui cresciuto nella Ginevra calvinista, era “cagione di corrutela e superstizione”, si un rompiscatole magari, ma lucido e anche preveggente, perché è indubitabile il contributo alla poca coesione identitaria che affligge questo stivale troppo lungo abbia contribuito anche l’ingerenza abnorme esercitata dal clericalismo.
Per molti anni proprio come lui e come tanti pensatori risorgimentali ci siamo lagnati del ritardo della chiesa rispetto alla modernità, all’ingresso nel comune sentire e pensare di criteri più liberi e laici rispetto alle relazioni, alle inclinazioni, ai costumi. Abbiamo denunciato l’abuso continuamente consumato di voler imporre principi morali cari all’organizzazione ecclesiastica, più che al credo di una comunità di fedeli, come etica pubblica obbligatoria per tutti i cittadini. E al tempo stesso abbiamo puntato il dito contro il silenzio delle gerarchie ecclesiastiche non solo sulle abitudini amorali e criminali di un ceto politico ma anche sullo scandalo di molti suoi appartenenti.

Oggi 20 settembre mi ripeto nel dire che vorrei che fossimo in condizione di non accorgerci che la chiesa c’è. Vorrei che quella comunità di credenti - anche loro francamente un po’ troppo riservati e silenziosi rispetto a abusi, leggi razziste, sessismo, soprusi dei ricchi sui poverelli - fosse ben rappresentata nell’esercizio, congruo con le nostre leggi, della professione di fede e perfino di un ragionevole proselitismo, che si sentissero talmente cittadini da persuadere anche la struttura organizzativa a esserlo pagando le tasse e rispettando le regole e le leggi e magari a garantire insieme ai loro doveri e diritti anche i diritti insieme ai doveri dei laici. Ma libera chiesa in libero stato pare sia un motto che ormai si trova solo nel cruciverba della Settimana Enigmistica e immagino sia stato depennato risolutamente anche dai sussidiari.

Napoleone III si arrende a Bismarck; fu la guerra
franco -prussiana a permettere la conquista dello
Stato pontificio non più difeso dalle truppe francesi
Si ci ho pensato bene, alla possibilità che si veda molto nel razzolare bene facendo il suo dovere nel rappresentare e testimoniare il terra le leggi di Dio, con compassione, accoglienza, aiuto ai deboli, rispetto della dignità e fratellanza, cosa che comunque dovremmo fare tutti in quanto cittadini del mondo, preferisco proprio che predichi e agisca possibilmente bene nel suo contesto, lasciando a me laica la possibilità di fare, votare, scegliere, decidere, sbagliare, redimermi, pagare secondo le leggi del mio Paese e il dettato morale del mio senso di responsabilità. E che anche loro lo facciano, perché se non ho indulgenza per i compagni che sbagliano, non ne voglio avere per i preti che tolgono innocenza e sorriso agli innocenti ancorchè pentiti, che accantonano ricchezze levandole ai poveri, ancorchè pietosi, che vogliono comportamenti morali da noi, ammiccando alla trasgressione criminale dei potenti.

San Gennaro è passato, ma lo vogliamo farcelo da noi il miracolo di saper essere liberi da poteneze e prepotenze?