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venerdì 23 marzo 2012

Lavoro, le favole e la realtà

Lettera di Miss Apple


E’ giovedì, marzo inoltrato, è arrivata la primavera e io rompo il mio silenzio stampa su Monti, Fornero e governo tecnico tutto, in fase di rianimazione del paese. Ora non posso piu tacere, l’ho fatto fin ora solo perchè stavo studiando, con certa ammirazione, ammetto, le gesta di questi marines arrivati a salvarci dal baratro. Io non so da dove iniziare, non ho alcun titolo per cui poter scrivere, scrivo da cittadina sconfitta da me stessa, dalla mia incapacità di essere, forse, obbiettiva e critica di fronte ad un disastro così immenso. Sono nata agiata, non ricca, ma agiata, mai mancato nulla, figlia di commercianti, infanzia ed adolescenza facile, senza intoppi economici. Poi io decido di non proseguire le cose di papà e cerco lavoro di tutt’altro genere, una professione onesta, appagante che svolgo sempre con amore, almeno credo. 


Nel frattempo mi interesso sempre, fin dall’adolescenza, dei problemi del mondo, lotte per una dignità sociale, mi sento piu a sinistra, che a destra non disdegnando le comodità che son, da sempre - e chissà perchè poi- reclamate con gran diritto, a destra, ma sempre accanto ai lavoratori, a chi suda per vivere, ho sempre visto i miei lavorare tutto il giorno, mi facevano rigare dritto, tutti dovevano contribuire al benessere della famiglia. Non voglio fare un discorso su cio’ che è stata la mia vita ma scrivo cio’ per aiutarmi a scrivere quel che seguirà. Mi piace Monti, questo è il punto. Non lo trovo infame. E’ un uomo delle banche? beato lui. beato lui che ha studiato più di me, che sa come muoversi nei meandri dell’economia mentre io sono una disgraziata che spende e spande e non risparmia (se lavorassi con lui mi segherebbe subito, articolo 18 mi farebbe una cippa...) Ma ora è il momento di metter le mani su questo nostro paese: non mi sono infastidita quando una delle tre ministre ha detto che siamo mammoni, è vero, lo siamo. o molti di noi lo sono, protetti da genitori, genitrici, -specialmente- molto avvolgenti e rassicuranti. Ho avuto la fortuna di crescere un po’ in mezzo al mondo, vivendo a Venezia ho avuto amicizie da ogni parte del mondo, siamo gli unici noi ad avere il posto fisso. Ho amici che hanno girato da un capo all’altro dell’America. Ora, non dobbiamo copiare per forza loro, vero. Ma questo è un momento di emergenza, manca il lavoro, eppure i cantieri edili sembrano sedi dell’Onu, così come le corsie degli ospedali e le cucine dei ristoranti. Non voglio fare come quel buffone che disse ai giovani di non laurearsi, tanto non serve: studiare è importante, bisogna entrare in un nuovo sistema. Quel che c’è, c’è. l’ho fatto pure io, nonostante diplomi e altro: piatti, ho lavato, e pulito case Ora sono nel settore pubblico e vedo cose che mi irritano, nonostante il cuore sia sempre a sinistra, sprechi e privilegi inutili, esattamente come nella casta politica. 


Sarebbe stato bello se Monti e amichetti avessero imposto da subito il black out su pensioni d’oro a politici, anche di piu di una legislatura. Ieri sentivo il ministro barca dire che verranno tolti i privilegi a dirigenti che vengono promossi, appositamente, poco prima della pensione per percepire piu’ soldi. E non è giusto, questo sistema deve finire, doveva finire pure il sistema delle baby pensioni, là nessuno si è ribellato, eh! nessuno si ribella a incentivi a lavoratori piuttosto che ad altri solo perchè si usa così. Quello va bene? Sto cominciando a pensare che molte cose vanno male perché nessuno ha mai voluto vedere prima e ora, ahimè, vediamo il male solo dalla parte sbagliata Chi mi ha già letta sa che adoro Maurizio Landini, è un uomo onesto che parla col cuore in mano, che urla di disperazione e che mi piacerebbe vedere lavorare accanto alla Fornero, io sono una creativa nata, ma la vedo bene così, sono due forze che insieme farebbero il bene di tutti. 


Ora mi rimane articolo 18, ma mi rimane anche la Cina, sì, la Cina. Adesso io devo capire se questo articolo 18 serve o no, a salvarci dalla Cina, perchè è questo il vero pericolo, non la Grecia, ma la Cina con l’amichetta India. Ma è tutto l'impianto che va sostituito, non c'è via di scampo, il potere oramai è in mano ai cinesi, agli indiani. L'America è oramai un ricordo di potenza economica e l'Europa non da meno, dobbiamo fare sante alleanze, per forza, qua diventiamo il nuovo terzo mondo. articolo 18 o meno. anche io, come Bersani ho avuto tentennamenti, ma resto confusa. Non vedo questi tecnici come dei corrotti, li vedo tutti in un loro mondo, hanno studiato, viaggiato, conosciuto il mondo del lavoro girando il mondo, si sono confrontati con realtà diverse dalla nostra, forse riconosceranno i nostri difetti senza magari conoscere profondamente il paese, vero. Ma non li vedo corrotti, qualcosa bisogna pur fare, loro non hanno nulla da perdere, non sono politici. loro, Loro sono una cosa chiara, il loro arrivo ha segnato il definitivo fallimento della nostra politica, al massimo torneranno a Bruxelles o Washington. Io temo di più chi resterà, basta, sennò mi incarto e vi annoio. Una sola cosa: dedico questa cosa a Peter, che da sabato non ci legge più. Ha trovato un mondo, forse, piu pacifico.

Risposta di Anna Lombroso



Dopo anni nei quali nessuno si dichiarava governativo salvo chi stava fisicamente al governo, che non trovavi uno che confessasse di essere berlusconiano nemmeno a pagarlo a peso d’oro, manco quanto Scilipoti, che al massimo trovavi al bar la mattina estimatori del premier ma solo per le sue prodezze erotiche, ecco che invece il governo più ostile al popolo degli ultimi 150 anni incontra grande e estesa popolarità.
Piace alla cosiddetta stampa indipendente quanto al giornale di Confindustria, piace a chi pensa che un po’ di misure penitenziali sono il doveroso castigo per abitudini dissipate, piace a chi si augura che credere alle profezie le costringe ad avverarsi, piace a chi preferisce la delega alle scelte e le cambiali in bianco alla responsabilità, piace alla pletora dei risentiti che pensa che la spocchiosa siderale distanza dalla massa sia una garanzia di disinteresse e dunque di onestà, piace ai militanti del partito dell’antipolitica che li elogia per aver messo in castigo i partiti.

Non farò il torto alla mia amica miss Apple di vedere in lei l’idealtipo del cittadino filo-montiano. La so in buona fede e dunque immagino che l’affidamento alle virtù taumaturgiche dei cosiddetti tecnici sia meditato e limpido e nasca da una partecipe preoccupazione per le sorti del paese. Ma credo sia dettato anche da un bel po’ di quei malintesi che sorgono quando la speranza fideistica e il pensiero magico prendono il posto della razionalità.
È che non è mica vero che sono arrivati i nostri a salvarci. Altro che patto per la salvezza tra la parodia della Thatcher e Landini: da una cinefila mi aspetto che sappia riconoscere che le ombre rosse siamo noi, ridotti a fantasmi della cittadinanza, che il governo dello stato di eccezione è sempre un governo di guerra, mossa questa volta contro i lavoratori, che il richiamo continuo alla difesa della Costituzione, allo stesso modo della difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, assomiglia sempre di più alla situazione di una guarnigione che si rinserra nel fortino, mentre l’esercito nemico è libero di devastare e saccheggiare le campagne intorno. E che chi si consegna sperando nella magnanimità non sarà risparmiato, perché proprio come una volta il conflitto è di classe e quelli che oggi sono stati incaricati di gestire l’emergenza stanno conducendo una pulizia etnica e sovranazionale contro intere popolazioni e cittadinanze così che sono riusciti a compiere quell’unità mai raggiunta dal proletariato.

E non è mica vero che sono tecnici, ormai anche il mio modesto computer si è stufato di ripeterlo: sono invece apostoli di una ideologia potente e cinica, un governo politico che corro speditamente a completare il già iniziato in una rivendicata continuità col passato, offrendo scappatoie a chi lo ha preceduti e lo condiziona, eseguendo lo sporco compito di svuotare lo Stato, minare la sovranità, togliere valore al lavoro, sostituire al bene generale l’interesse privatistico, scavalcando il sistema parlamentare a suon di decretazione. Si è vero sono stati imposti grazie a una sedicente competenza, ma sono i bramini di una religione che sta intridendo tutta la società attraverso principi e pratiche che rendono più profonde le disuguaglianze, inattaccabili i privilegi, discrezionali i diritti, augurabili i sacrifici e tollerabili i soprusi, in nome dello stato di necessità superabile solo grazie all’unico sistema di teoria economica che possa considerarsi vero e salvifico. E che è appunto quello che ci ha dannati: quello dei profeti del mercato capace di autoregolarsi, gli apologeti della deregulation, ché la licenza liberista permette alla casta contabile di perpetuare il primato rapace del profitto e l’egemonia della finanza immateriale.

E non è mica vero che sono competenti, se per competenza si definisce l’insieme di attributi efficaci nello svolgimento di un incarico. Perché allora si richiede lungimiranza, capacità di ascolto in modo da esercitare scelte oggettivamente utili, facoltà connesse alla valutazione delle conseguenze. E indipendenza dalle pressioni che alla lunga corrompono l’autonomia delle opzioni. In questo caso la competenza è sostituita dall’ubbidienza, dal conformismo rispetto a indicazioni e sollecitazioni esterne che si sono già dimostrate perniciose per altre realtà. La corruzione dell’ideologia dell’accumulazione esercita una tremenda fascinazione, si declina in vari modi così come l’avidità. La frequentazione delle dottrine che la riguardano non rende immuni specie se i remoti studi di economia si limitano all’esercizio accademico, alla produzione di corpose dispense o di celibi teorizzazioni. Altrimenti non pretenderebbero di guarirci con la malattia, quella “flessibilità” che ha devastato in vent’anni il lavoro, sradicato la coesione sociale, minato vincoli di solidarietà, impoverito lo stato sociale. Si è vero da Venezia passa tanta gente e così si apprende che altrove non hanno bisogno di posto fisso. Ma è perché di posti ce n’è, si possono seguire vocazioni e inclinazioni e il lavoro non è diventato sinonimo di miseria.

Miss Apple teme la Cina. E ha ragione, l’unica possibilità che questo Paese poteva avere per sopportare la concorrenza dei formidabili competitor risiedeva nella qualità. Ma questo governo e la sua spericolata “marchionizzazione”, l’ostile disinteresse per i valori della cultura e dell’istruzione, la predilezione per i tagli senza contromisure e per l’austerità senza crescita, la determinazione nel rendere lavoro e lavoratori merce da piazzare senza patria e senza regole, l’inclinazione a preferire grandi gruppi, grandi supermercati, grandi opere in un iniquo gigantismo ci esclude dalla competizione. Si è vero da Venezia passa tanta gente e così si apprende che altrove non hanno bisogno di posto fisso. Ma è perché di posti ce n’è, si possono seguire vocazioni e inclinazioni e il lavoro non è diventato sinonimo di miseria. Il presidente del consiglio si accinge a un viaggio in Oriente col bottino poco appetibile di un Paese allo stremo impoverito di sovranità, diritti, creatività, immaginazione e preparazione, dove l’industria che dovrebbe rappresentarci è ridotta a fabbrica cacciavite che lavora per gli altri, dove le piccole e medie imprese annaspano tiranneggiate dalle banche, dove si penalizzano i lavoratori e i pensionati, ma si risparmiano i piccoli e grandi corruttori e gli evasori, abituati quelli si ai grandi viaggi. Pare sia l’ultimo cosmopolitismo concesso e auspicato. Prima che si ricominci a viaggiare con la valigia di cartone a cercare fortuna, proprio noi che la stiamo negando a chi arriva qui e al nostro futuro.





martedì 10 gennaio 2012

Confortevole conformismo


di Anna Lombroso

In questi giorni alcuni lettori mi hanno redarguita: sarei una disfattista ammalata di quella patologia nazionale fatta di ipercritica, forse livore, certo scontentezza. E perentoriamente mi hanno chiesto di enumerare, cito, le persone che mi “vanno bene” e che stimo, aspettandosi forse che io risponda Hannah Arendt, Spinoza, Canetti, Trotsky, e molti altri irrimediabilmente morti.
Non mi piace vincere facile. E sarebbe troppo facile dire che siamo andati peggiorando in tutti i settori della società e che i cittadini della polis, tutti, non sono un granchè. Ma in realtà io stimo tantissima gente, oltre a Landini, Canfora, Marino, Bianconi, Ruffolo, Urbinati, Revelli, Rusconi, tanto per citare alcuni visibili. Ma per la maggior parte si tratta di mediaticamente invisibili, persone che non hanno una tribuna dalla quale esprimersi, gente come me, il cui nome non direbbe niente ai miei “critici”, uomini e donne che lavorano, leggono qualche giornale, si arrabbiano, raccolgono firme per i referendum pur sospettando che vengano poi vanificati, fanno la raccolta differenziata malgrado poi gli operatori ecologici infilino tutta la monnezza nella stessa macina avida e indifferente, prendono l’autobus, fanno la fila alla Asl, sono furenti con Equitalia ma ciononostante pagano le tasse e qualche volta anche pretendono la fattura dall’empio idraulico o dal tassista, nemico numero 1 della società. E vivono male l’esclusione non sempre volontaria della politica. Loro e io viviamo in un cono d’ombra, quello di chi appartiene a quella che dovrebbe chiamarsi società civile e che è sempre meno sociale e sempre meno civile, se civile vuol dire essere cittadini della polis partecipi e gratificati di contribuire individualmente al bene comune.

E non c’è da credere a quelli che - illuminati dall’occhio di bue della popolarità e della visibilità che ormai ha preso il posto della reputazione – dicono che la società civile è la loro, quella che loro rappresentano, disillusa, rancorosa, appiattita nel conformismo, un’opinione pubblica che non ha opinioni se non quella di preferire una politica invisibile che amministra l’andamento generale appartata e autoritaria, mentre noi ci dedichiamo ai nostri affarucci di sopravvivenza, quotidianità, egoismo.
Io non credo che siamo così, credo che chi ritiene di testimoniare a mezzo stampa o tribuna politica o conferenza stampa o decreto legge un senso comune remissivo e favorevole a delegare tutto compresa la propria rovina, ci voglia così. Perché è più facile e produttivo governare una plebe anestetizzata dal nuovo bisogno e annichilita dalla scoperta di nuove privazioni dopo l’ubriacatura dei consumi e dell’accumulazione, nutrendo la paura e la diffidenza, favorendo l’istinto non poi tanto represso alla licenza, all’irregolarità, alla corrutela, al ricatto e alla soggezione al ricatto, in nome del mantenimento di piccoli miserabili privilegi in sostituzione di diritti e dignità.

La loro idea, estrema e spettacolare, della società civile e della politica sono terrificanti, dominate dalla potenza sopraffattrice, nelle relazioni tra i popoli e tra parte e parte, tra i dominatori e gli oppressi, all'interno dei popoli, e dall'uso di categorie primordiali: fedeltà e diffidenza, amore e odio, per dividere il campo dell'agone politico, in una concezione della civilizzazione basata sulla malevolenza tra gli esseri umani.
Si in effetti ho stima di Arendt, putroppo defunta, quando dice che la politica è l'essere collocata infra, in mezzo, tra le persone, che la virtù democratica è propria di coloro che amano stare "con" le altre persone, non "sopra", nemmeno "accanto" o, peggio, "altrove"; di coloro che conducono la loro vita insieme a quella degli uomini e delle donne comuni, stando dentro le relazioni personali e di gruppo, quelle relazioni che, nel loro insieme, fanno, di una semplice somma d'individui, una società.
Mentre spesso viene attribuita una leadership “morale”, autoritaria ed egemonica, a cuori che battono per i salotti, le accademie, le fondazioni culturali, le tavole rotonde, gli studi televisivi. Per secoli, democrazia è stata l’utopia degli esclusi dal potere per contestare l´autocrazia dei potenti; ora è diventata l´ostentazione dei nuovi potentati per rivestire benevolmente la propria supremazia.
E è così che presso la gente comune, non ci sarà un rovesciamento a favore di concezioni politiche antidemocratiche, ma si auto alimenta un accantonamento, un fastidio diffuso, un disincanto che diventa un «lasciatemi in pace» con riguardo ai panegirici della democrazia che, sulla bocca del ceto politico sgangherato o sobrio che sia , rappresentano ideologia al servizio del potere e, nelle parole dei deboli, suonano spesso come vuote illusioni, come in una reazione anti-retorica alla retorica democratica.
Il "tanto sono tutti uguali” è il tremendo slogan della perdita, di valori, di etica, di riconoscimento nella cittadinanza, nel quale si identificano quelli che considerano la democrazia una vuota rappresentazione o l´occultamento di un potere dal quale essi sono comunque esclusi, prima e ancora oggi, con l’adesione entusiastica al contesto mediatico dei nuovi padroni, una "teatrocrazia" cui di guarda con scetticismo o rassegnazione.

Ieri il ceto politico, quello più distante dalla vita della gente comune, che disprezzava, faceva a gara nel dar prova di atteggiamenti populistici e volgari, per far mostra d'essere uguali agli altri, "uno di loro". Oggi il potere sostitutivo della politica ancora più autocratico e oligarchici, esalta una schizzinosa e spocchiosa separazione che, nel caso migliore, si traduce in indifferenza, in quello peggiore, in inimicizia e avversione. Una classe separata appunto che entrata nei luoghi del governo dopo essere cresciuta in quelli contigui, ritiene di aver acquisito il diritto di non uscirne mai più, fino a quando provveda la natura. Con una riconferma dell’organizzazione per caste, stratificazioni sociali di appartenenza per nascita, appartenenza o fidelizzazione, trasmissione ereditaria o censo. Un mondo sclerotico per il quale chi è fuori è un pericolo, un’insidia da avvilire con stenti e la privazione di parola e diritti.

Eppure sia pur separata, frustrata, adirata, marginalizzata quella “società civile” esiste. Non ha nulla a che fare con i salotti e le enclave anche televisive dove s'incontrano quelli che presumono d'essere élite del Paese e si auto-investono di compiti salvifici, lobby più o meno esplicite e gruppi d'interesse settoriale che curano i propri affari, legalmente e talora anche illegalmente tramite corruzione o collusione.
Parlo dei miei “amici”, l'insieme delle persone, delle aggregazioni di coloro che dedicano o sarebbero disposti, se solo ne intravedessero l'utilità e la possibilità, se i canali di partecipazione politica non fossero secchi o inospitali, a dedicare spontaneamente passione, competenze e risorse a ciò che chiamiamo il bene comune. Persone, individui soli o insieme ad altri, disposti a dare qualcosa di sé, per figli e nipoti anche non “loro”, perché sono innamorati della bellezza, del sapere, del paesaggio intorno, della vita. Che hanno scoperto che cosa conta: contare, con le opere, con il pensiero, con la critica, che si ostinano a considerare non uno sterile e amaro trastullo, ma un diritto e un dovere.
Mi viene da ricordare ancora una volta la frase dell'abate Siéyès con la quale inizia "Che cos'è il terzo stato", un proclama sull’autocoscienza dei cittadini: "Che cos'è il terzo stato? Tutto. Che cos'è stato finora nell'ordinamento politico? Niente. Che cosa domanda? Diventare qualcosa". Appeso al muro il Quarto Stato, oggi sempre più umiliato, riprendiamo quel senso, diventiamo "qualcuno".

martedì 29 novembre 2011

Evasione fiscale: fare di necessità vizio


di Anna Lombroso

Pare che il nuovo stile piuttosto spregiudicato dei governi europei moderni sia quello di fare di necessità, vizio. Mentre non sarebbe difficile fare virtù senza troppi stravolgimenti costituzionali e senza troppa carneficina di diritti e equità. Certo mi si dirà che i burocrati europei ci mettono fretta, che per certi provvedimenti l’iter parlamentare è troppo impervio, che per qualche misura invece è proprio necessario, che in qualche caso è un optional. E che i gesti simbolici sono inutili e che poi invece bisogna dare un segno e che certi interventi portano benefici trascurabili e che certe azioni non hanno grandi effetti ma sono persuasivi. Insomma molto o poco e il loro contrario.

Sono sospettosa e ho l’impressione che sarà questa la pratica imperante nell’impero degli implacabili contabili, anche per quel che riguarda la lotta all’evasione. Oddio meglio poco e subito del molto impraticabile vagheggiato dai vari altoparlanti tremontiana , compreso un sodalizio con la Svizzera per accedere ai conti dei grandi evasori.
Però per rendere loro la vita un po’ meno dorata ci vorrà qualcosa di più del controllo sulle transazioni di denaro liquido. È abbastanza risaputo che non girano con bauli di talleri d’oro preferendo una catena di riciclaggi a mezzo bonifici o depositi nei paradisi fiscali; oppure il ricorso a pensionati e nullatenenti nostrani. Il 53 per cento dei contratti di locazione, spesso non registrati, delle ville di Porto Cervo, Forte dei Marmi, Porto Rotondo, Rapallo, Capri, Sabaudia, Panarea, Portofino, Taormina e Amalfi sono intestati a pensionati con la social card, prestanome di ignoti non-contribuenti.

L’evasione fiscale italiana è una delle più pingui del mondo. Secondo le più recenti stime dell´Istat  l´economia sommersa in Italia ha raggiunto nel 2008 circa 275 miliardi di euro pari al 17,5 per cento del Pil. Di questi si stima che 230 miliardi siano propriamente evasione fiscale, con un mancato gettito di 120 miliardi: più del doppio di una manovra emergenziale.
L´Agenzia delle Entrate ha stimato che l´evasione riguarda in particolar modo il terziario e il settore delle costruzioni, dove arriva al 60 per cento del reddito.
È più elevata al Sud, dove raggiunge il 50%, il doppio del Nord in termini relativi, mentre quest´ultimo prevale ovviamente in termini assoluti.
In Europa l´evasione fiscale italiana è preceduta soltanto di pochissimo dalla Grecia con il 20 per cento; è poco più di quella inglese mentre nei riguardi degli altri paesi registra un differenziale che è in media di 10 punti: 11 per cento in Germania, 7 per cento in Francia, 4 per cento in Danimarca, 4 per cento in Spagna e Portogallo (!), 3 per cento in Svezia.

Il differenziale italiano con gli altri paesi è rimasto stabile negli ultimi venti anni, mentre si sono rinnovate con puntuale insistenza le promesse di decine di governi di combattere l´evasione fiscale. Quanto all´Iva, un recente studio promosso dalla Commissione di Bruxelles stima un´evasione di imponibile italiano del 22 per cento contro il 9 per cento in Germania e il 7 in Francia (30 per cento in Grecia).
Per combattere l’attività più fiorente e redditizia di un ridotto segmento di popolazione, a meno che non si voglia limitarsi all’idraulico che ha cambiato la guarnizione, opera peraltro meritoria, come si diceva un tempo occorre la volontà politica. Se c’è quella pochi ostacoli sono davvero insormontabili. Soprattutto se un quadro di riferimento normativo e amministrativo c’è già.
E nel caso dell’evasione saremmo in qualche modo attrezzati malgrado i tentativi del precedente governo di annichilire definitivamente la lotta all’evasione anche grazia al prezioso contributo del ministro Brunetta, oggi sostituito da un suo valido collaboratore.
La conversione del dl 138 ad esempio non prevede più l’obbligo, previsto dal maxiemendamento governativo, di indicare in sede di dichiarazione dei redditi e Iva i soggetti con cui si intrattengono rapporti finanziari.

Ciononostante la possibilità di acquisire una massa critica di dati per costruire “liste” per controlli selettivi, basate sull’incoerenza fra reddito dichiarato e patrimonio mobiliare, ad esempio, sarebbe in larga parte perseguibile utilizzando informazioni e strumenti già a disposizione dell’amministrazione finanziaria, attraverso l’Anagrafe dei conti.
La conoscenza congiunta di reddito e patrimonio complessivo in capo ai singoli contribuenti potrebbe costituire infatti un giacimento nevralgico per l’amministrazione finanziaria. E sarebbe possibile che il funzionamento dell’Isee, l’indicatore che, fin dal 1998, è deputato a misurare la condizione economica di coloro che richiedono l’accesso agevolato alle prestazioni del welfare (asili nido, mense scolastiche, esenzione ticket sanitari, diritto allo studio universitario, edilizia pubblica, assistenza agli anziani, ecc.), tenendo conto non solo dei redditi dichiarati al fisco ma anche del patrimonio mobiliare e immobiliare del nucleo familiare di appartenenza, non avesse una aberrante funzione punitiva ma andasse davvero a stanare le incongruenze.
Riferisce il Cer, Centro Europa Ricerche, che a dieci anni dalla sua introduzione l’Isee ha raggiunto una diffusione molto ampia, arrivando a coinvolgere nel 2009 circa 5,8 milioni di famiglie per un complesso di 17,3 milioni di individui, il 28,8% della popolazione italiana (una percentuale che sale al 49% nel mezzogiorno). Ma purtroppo, il versante dei controlli è il punto più debole dell’intera architettura dell’istituto condizionando la capacità selettiva dello strumento nei confronti del fenomeno dell’evasione.

Se i risultati sono insoddisfacenti, le informazioni e gli strumenti offerti dall’Isee, secondo il Cer, sono una realtà e potrebbero essere utilizzati per dare impulso alla più generale lotta all’evasione fiscale.
Ma come si diceva ci vuole volontà politica e a seconda di chi tiene in mano il coltello c’è il rischio invece di colpire i falsi poveri, di dare addosso ai poveri veri quelli che non possono evadere nemmeno dalla galera dell’indigenza.