di Anna Lombroso
Ea la prima volta che si esibiva in pubblico la band, abituata a cantare nelle case di amici, ma da due anni provano almeno due volte alla settimana in un garage, che sotto le volte del capannone industriale, cattedrale dell’algido anonimato elevata in un paesaggio impersonale e spettrale di periferia - che sai che c’è ma ci arrivi solo col tom tom - aveva chiamato gli amici, quelli degli archivi di memorie condivise, dell’intimità. Quella confidenza che si compiace delle passioni degli affini e degli amati, quando si dispiegano e si esprimono e cosa c’è allora di meglio delle canzoni, canticchiate, stonate, che svegliano i ragazzini in noi e le nostalgie soprattutto quelle di qualcosa che non si è ancora avuto e si aspetta.
E infatti in giro sotto le volte grigie del capannone la facce erano domestiche, allegre e soddisfatte. Le facce gentili della gente per bene, del ceto medio operoso forse non felice, ma appagato e solido. Tanto da potersi infilare in un gilet di broccato e da cantare ho in mente te.
Una serata istruttiva per chi vorrebbe cantare ma ha poca voce. È bello veder circolare passioni allegre tra tante passioni tristi, tanto ripiegamento egoista, indifferente e solitario, che è poi quello che fa da humus per la sopraffazione e la tirannide.
Una serata istruttiva perché fino a non molto tempo fa probabilmente sarei uscita dal capannone e invece di canticchiare corazon espinado mi sarei chiesta perché stavano a suonare la batteria e a cantare quei connazionali soddisfatti, invece di andare con più profitto in sezione, al dibattito, all’ Arco della Pace per la manifestazione di Libertà e Giustizia, insomma a “partecipare”. Avrei elucubrato sulla disaffezione dalla democrazia, che come dice Montesquieu è una innamorata che stanca un po’ perché richiede impegno, fatica e invece noi cittadini siamo pigri e ci siamo abituati al benessere che induce e dimentichiamo di alimentarla. E pensiamo che le virtù politiche possano essere delegate a chi sta peggio, poveri,derelitti, emarginati, migranti, perché ne hanno più bisogno, come se noi avessimo acquisito e potessimo lasciare in eredità senza fatica solidarietà, legalità, civiltà, senza viverle e testimoniarle. Oggi i poveri sono più poveri e prima o poi la loro rabbia condannerà una classe dirigente riluttante a passare da qualsiasi cruna, che anzi ha comprato tutti gli aghi.
Ma è che io come tanti non consideriamo quella che è una larga larghissima zona grigia. Che noi consideriamo grigia perché esce poco allo scoperto, perché non la esploriamo, perché comunica poco e fa poche serate musicali e non va all’Arco della Pace, un’altra Italia insomma anche rispetto a quelli che rivendicano di esserlo ma che hanno facoltà di dare “pubblicità” alla loro diversità. Alla quale ho spesso guardato con un po’ di spocchia per non saper riconoscere che ci sono appunto forme di piccola quotidiana resistenza “altra”, quella al conformismo che è perfino musicale, che combatte contro il proibizionismo della bellezza e della conoscenza, prima che Mozart e Roth ma anche Jay Z e perfino il nuovo Nobel si debbano ascoltare in clandestinità come Radio Londra prima di Ferrara.
Si in modo molto manicheo spesso ci siamo abituati a pensare che di fronte a un potere che declina su scala locale con qualche estremizzazione anomala, quello globale, che vuole decidere del presente e del futuro di tutto e di tutti, spossessati di ogni capacità di comprensione e decisione, disillusi e stanchi di affannarci sulla cosa pubblica, abbiamo solo una strade: il silenzio, il mimetismo, la rinuncia a ogni pretesa di dire.
Invece pare che ci sia un’altra strada, il chinarsi come il giunco al vento. Una ostinazione senza illusioni che non è detto sia rinuncia, respingendo i diktat morali, sociali e culturali del sistema, del mercato che condiziona e produce idee e comportamenti con la sua offerta prepotente di consumo e consenso, ma che silenziosamente vive, senza una vera visione o un’analisi, ma resiste. E che forse si rifa anche inconsapevolmente a un mito non eroico ma arduo come un’utopia quello del Buongoverno, di una armoniosa combinazione di gestione della cosa pubblica e di quella privata secondo principi di responsabilità senso del dovere, solidarietà e buon vivere.
Come molti vorrei qualcosa di più potente, probabilmente una elite più visibile e espressiva. Capace di combattere ad armi pari con un sistema di relazioni che ha come madre la potenza sopraffattrice, nei rapporti tra i popoli e tra parte e parte, tra i dominatori e gli oppressi, all'interno delle nazioni. L'uso di categorie primordiali come, ad esempio, quelle di amore e odio, per dividere il campo dell'agone politico, sono il riflesso di questa concezione della politica basata sulla malevolenza tra gli esseri umani.
Ma in realtà se la politica oggi sembra essere violenza e prepotenza, abbiamo bisogno di
concezione opposta quella espressa in una frase di Aristotele: «compito della politica pare essere soprattutto il creare amicizia» tra cittadini, cioè legame sociale. Propria di coloro “ che amano stare con le altre persone, non sopra, nemmeno accanto o, peggio, altrove “. Quella che vive di reciproca fiducia e del ragionare insieme.
È probabile, senza retorica che la società civile esista e resista. Come l'insieme delle persone, delle associazioni, dei gruppi, perfino delle band, di coloro che dedicano o sarebbero disposti, se solo ne intravedessero l'utilità e la possibilità, se i canali di partecipazione politica non fossero secchi o inospitali, a dedicare spontaneamente e gratuitamente passione, competenze e risorse a ciò che chiamiamo il bene comune. Forse bisogna cominciare a sentire la loro canzone e fare musica con loro.
