7555a9d03dfe41c98f85ac913f34049d

Cerca nel blog

giovedì 25 agosto 2011

La triste Ungheria di Agnes Heller

A colloquio con la celebre teorica ungherese dei bisogni radicali, sfuggita prima ai campi di concentramento, poi alle purghe comuniste e che ora, da vecchia, rivive l'incubo della destra oligarchica e il germe del fanatismo antisemita. 

Di Agi Berta



Non so perché ma dentro di me certe persone le immagino altissime e quando ho visto la piccola signora venuta ad aprirci il portone con un pass elettronico sono rimasta interdetta. Ho riconosciuto il volto pieno di rughe e ancor più i suoi occhi intelligentissimi e acuti che avevano conservato intatti una freschezza quasi adolescenziale, ma la mia immagine interiore non corrispondeva alla fragile figura dolorosamente zoppicante. Per me Agnes Heller è stata sempre un mito e si sa, i miti hanno le dimensioni di statue che ornano le piazze.

Indossava una lunga gonna nera con dei disegni orientali che niente avevano in comune con la blusa blu dai piccoli disegni. La sua strafottenza esteriore mi scaldò il cuore e smisi di vergognarmi delle pantofole di mamma che portavo per la fretta di partire assieme ad Andrea Tarquini di Repubblica e per essere rimasta improvvidamente chiusa fuori casa.

Il palazzo, un edificio molto particolare stile art nuoveau, arricchito da elementi di arte popolare ungherese si trova a Pest e ha un sistema di sicurezza abbastanza efficiente, anche se di difficile gestione per una signora che si muove dolorosamente. Gli inquilini possono aprire solo il pesante portone esterno con il citofono, ma devono scendere per aprire la porta interna a vetro così che gli ospiti possono essere controllati a vista. Non so se il sistema sia stato inventato proprio per lei, ma di recente aveva ricevuto delle minacce e anche uno sputo in faccia da un passante che l’aveva riconosciuta per strada.

La sua casa si trova all’ultimo piano, una specie di mansarda di appena tre stanze strapiene di libri, quadri, bellissimi oggetti e di foto. Su un tavolino addosso alla parete tra tante altre mi è parso di riconoscere la foto di suo marito Feher - c’era anche quella di una bimbetta di pochi mesi, la sua bisnipotina. Un ambiente accogliente e vissuto. Mi piaceva perfino il disordine creativo della sua cucina.
Sul tavolino c’era del whisky, un piattino di salatini e anche un posacenere. Mi fece sorridere questa premura d’altri tempi, ci attendeva.

Ora non mi va di rileggere lo sbobinamento del nastro che Andrea mi ha spedito, credo che i ricordi conservino ciò che riteniamo importante. Si tratta di un’importanza soggettiva, per fortuna l’essenza dell’intervista potete leggere – molti di voi l’avevano già fatto – sulla Repubblica, la mia nota non sarà né precisa, né esauriente, sarà solo un brano di diario.
All’inizio ero talmente emozionata che non mi ricordo nemmeno la prima domanda. La guardavo solo. Semplicemente non riuscivo a staccare gli occhi da lei. E balbettavo delle banalità per di più in ungherese. Mi sembrava di non ricordare nemmeno una parola in inglese. Per fortuna Andrea ruppe subito il ghiaccio e Heller partì in quarta. La sua logica cristallina, la sua voglia di comunicare e non solo di parlare, ruppe ogni perplessità circa la lingua. Capivo ogni parola perché lei voleva farsi capire.

Credo che si sia partiti dalla situazione politica e personale, ma potrebbe anche darsi che solo a quel punto mi riuscì di concentrarmi sull’intervista: lei l’eterna dissidente, persona da sempre libera che fa paura a ogni regime. Costretta all’emigrazione nel 1973, tornata in Ungheria dopo la caduta del muro di Berlino e che di nuovo si trova dall’altro lato della barricata rispetto al potere. Heller non hai mai fatto compromessi, ma non è nemmeno un provocatrice. Abilmente dribbla le domande che insistono sulla paura e sull’attuale stato di emarginazione:

Cosa mai potrebbero farmi? Non ho un lavoro, non ho nemmeno un piccolissimo incarico d’insegnamento eppure avevo lasciato la direzione dell’Istitut of Philosofy di New York per rendermi utile qui, in Ungheria. Sono stata calunniata per sottrazione di certi fondi destinati alla ricerca. Ridicolo. Perfino alcuni deputati della Fidesz si erano vergognati per queste accuse cosi grottesche. – e poi aggiunge con un sorriso ironico – Potrebbero arrestarmi, sarebbe un gran bell’affare, come minimo potrei ricevere il premio Nobel.
E’ pragmatica anche sull’antisemitismo imperante:

Il problema non è l’antisemitismo che è sempre esistito in Ungheria. Il problema è che l’antisemitismo è pubblico. Chiunque può fare dichiarazioni antisemite pubblicamente, senza nessuna conseguenza giuridica, cosa inimmaginabile in altre parti d’Europa. (come è successo al Magyar festival, versione opposta al progressista Sziget festival dove un relatore aveva dichiarato tra altro: bisogna sparare ai pidocchiosi ebrei che corrompono l’economia”. A.B.) Il problema però ha radici antiche. L’antisemitismo, Auschwitz, cosi come le conseguenza del trattato di Trianon (trattato che dopo la prima guerra mondiale priva l’Ungheria del 52% del suo territorio e con esso milioni di ungheresi diventano minoranze etniche nei paesi circostanti.) non sono mai stati affrontati in un dibattito pubblico, leale e liberale, ma nascosti come la polvere “sotto il tappeto”. E si sa, troppa sporcizia nascosta alla fine diventa veleno.

Bevo le sue parole. Andrea passa oltre, e le chiede cosa ne pensa sul fascismo che sembra impregnare la società ungherese con il suo autoritarismo razzista espresso anche nella nuova costituzione.

Non parlerei di fascismo, come non parlerei nemmeno di comunismo o di socialismo. Preferisco definire il potere con bonapartismo. In Ungheria non esistono partiti politici classici come in Germania, Francia o in Polonia. Dove per esempio c’è un governo conservatore, che rispetta però le regole democratiche. Orban no. Orban cerca di concentrare il potere nelle proprie mani, non è un fascista né un populista. Crede nell’oligarchia, se ne sente parte, crede in se stesso e di conoscere il Giusto e ciò che è giusto per l’Ungheria. L’état c’est moi, la societé c’est moi. E con questa concentrazione limita il ruolo del parlamento, rende invisibile (legge bavaglio) l’influenza, pertanto modesta, delle opposizioni. La loro ideologia non è chiara è comunque non corrisponde all’ideologia dei partiti popolari europei. Al livello teorico impera un nazionalismo anacronistico che sul campo dell’economia tende verso un’improbabile autarchia.
 E non le pare una svolta dittatoriale?

No, ma non nemmeno uno Stato di diritto. La democrazia liberale è il concetto vero, e proprio le idee liberal sono sotto tiro, all’indice, oggi in quest’Ungheria. Dare a qualcuno del liberal significa definirlo nemico del popolo, nemico della nazione magiara, un alieno, uno straniero. I conservatori europei – Cameron, Angela Merkel – non possono essere paragonati a Orban. Loro non aboliscono il liberalismo, anzi governano insieme ai liberali. Qui c’è odio verso il liberalismo in generale. E l’identificazione del liberalismo, delle idee liberal, con gli ebrei e l’ebraismo, identificazione che è cupamente tipica del passato. Cioè assistiamo alla rinascita di pericoli che furono creati dai totalitarismi che hanno sempre visto le idee liberal come primo nemico, definendole tra l’altro come cosmopolitismo. La Fidesz non ha idee ma mobilizza con ideologie. Primo, col nazionalismo. Poi con slogan molto tradizionali: la nazione, la famiglia, la religione.
 Dunque si tratta di un totalitarismo?

Non esattamente, perché il totalitarismo vieta ogni pluralismo. L’autocrazia di qui marginalizza, non vieta. Hanno epurato in massa radio e tv proprio per marginalizzare il pluralismo e chiunque che non pensa come loro. Ma nel parlamento siedono anche altri partiti, socialisti, verdi-liberali ma la strategia della Fidesz è comportarsi come se l’opposizione non esistesse o di criminalizzarla come nemici della concordia nazionale.


Professoressa, ci sarebbe una cosa che non riesco a capire. In occidente la base elettorale della destra in prevalenza è di bassa scolarizzazione. In Ungheria no. Fidesz ha l'appoggio di molti miei amici, ex compagni di scuola, sovente laureati e perfino Jobbik, il partito esplicitamente razzista, antisemita e antirom ha una grossa influenza tra gli universitari oltre che tra i ceti più emarginati. Com’è possibile? Che fine ha fatto la cultura cui ero cosi orgogliosa per tutto il tempo della mia permanenza italiana? Che fine aveva fatto l’intellighenzia ungherese?

Si, è vero. E’ innegabile che il regime di Kadar avesse investito molto nella cultura, nell’istruzione pubblica, ma l’approccio era e tuttora lo è di tipo prussiano: bisognava imparare una gran quantità di nozioni senza però lo sviluppo del pensiero critico. Cosi le nozioni apprese rimangono un’accozzaglia di cose abbastanza sterili. Il professore o il maestro in questo contesto funge da detentore della verità. Il suo insegnamento deve essere accolto in modo passivo, senza alcun pensiero critico. E ora la gente, formato appunto con questi modelli, accetta in modo acritico la voce dell’uomo forte.

E a questo punto racconta un episodio che dedico – oltre che a me stessa - giacché madre e insegnante - ma anche a tutti quelli che hanno la responsabilità d’insegnamento:

 Quando ci costrinsero di emigrare, per molti anni abbiamo vissuto in Australia. Un giorno mio figlio torna dalla scuola dicendoci: la prof. Mi aveva inserito in un gruppo sbagliato. Si parlava dell’aborto. La professoressa senza accennare minimamente al suo orientamento rispetto alla questione, aveva diviso la classe in due gruppi: la prima metà degli studenti dell’elenco “pro-aborto”, l’altra metà contraria. E mio figlio capitò nel gruppo anti-abortista e volle cambiare. Ma la prof non glielo permise. Doveva rimanere lì e a tentare semmai di interiorizzare le teorie del suo gruppo per convincere gli altri. Il suo compito era quello. Anche a costo di dover fare un “gioco di ruolo”.
Ecco, un piccolo esempio su come si forma il pensiero critico.E il pensiero critico fa paura a ogni regime.
E’ esaltante, anche se per certi versi frustrante capire troppo tardi dei meccanismi che avevano condizionato la mia vita, infatti, insisto:

- Si, è vero. Ricordo con enorme fastidio un episodio dai tempi del liceo. Come lei sa, in Ungheria non si studiava filosofia al liceo, ma una materia dal titolo singolare “ Le basi della nostra coscienza”, una specie sintesi del marxismo. Che mi piaceva molto, ma beccavo sempre dei pessimi voti. I peggiori della mia carriera di studentessa. Andavano invece benissimo gli studenti che ripetevano l’argomento della lezione come pappagalli. E ora magari votano per Jobbik (partito neonazista). Vorrei chiedere però un’altra cosa che in qualche modo è connessa con l’argomento di sopra.
Lei e la scuola di Budapest, anche dopo l’esilio continuavate comunque influenzare il nostro modo di sentire. Io non conosco molto bene come funzionava in Ungheria, l’università l’avevo fatto in Polonia, però le idee di Michnik e dei suoi compagni e anche lei professoressa nonostante tutto, eravate presenti nei nostri discorsi. E ora? Ora nell’Ungheria “democratica e libera” lei crede di avere la stessa influenza sulle coscienze?

 Sì, secondo autorevoli sondaggi, nonostante l’emarginazione politica e lavorativa, nonostante il controllo dell’informazione, appartengo ancora alle cinquanta persone più influenti. Ogni settimana organizziamo degli incontri qui a Budapest, ma anche nelle maggiori città del paese con una buona partecipazione di studenti, gente comune e via dicendo.
-
- Si, ma sinceramente mi sembra poco. Io parlo d’influenze determinanti, non di circoli intellettuali più o meno circoscritti.
Da diverso tempo avrei voluto raccontarle un episodio molto personale, ma la presenza di Andrea, la sua incredibile professionalità mi metteva a disagio. Poiché sono stata presentata come “collaboratrice” non volevo sputtanarlo con il mio stile che difficilmente può essere considerato professionale. Io sono chiacchierona e curiosa, ma nemmeno giocando a fare” l’apprendista giornalista” riuscivo a rinnegare la mia caratteristica provinciale. Comunque approfittando di alcuni minuti di assenza “tecnica” del mio capo (sic!) le raccontai cosa significava lei per la mia generazione.

- Come le avevo detto, io pur non sapendo niente di filosofia, avevo letto i suoi articoli e anche il libro La teoria dei bisogni. Riconosco, iniziai a leggerlo per una forma di snobismo perché all’epoca volevo far colpo su un ragazzo che giudicavo colto e intelligente. Poi strada facendo persi la motivazione originaria e rimasi coinvolta dal libro che ancor oggi considero una tappa fondamentale della mia formazione. Ebbene, quando lei era stata costretta all’esilio, io decisi di entrare nel partito comunista ungherese. Si, la “colpa”di questo gesto – che era solo apparentemente contraddittorio – fu proprio la sua cacciata dall’Ungheria. Mi era sembrato una cosa allucinante privarsi di una delle menti più brillanti del comunismo. Si figuri, volevo entrare nel partito per riformarlo. Per farla richiamare. Un’ingenuità simile poteva essere perdonata….avevo solo 20 anni. Comunque non mi vollero, dopo un colloquio tra mortificante e banale mi considerarono un “attivista disgregante “ cui il partito non aveva bisogno. Ora arrivo alla domanda: durante il regime socialista lei e i suoi compagni avete animato dei circoli simili a quelli cui fa riferimento. Però l’influenza di questi circoli, gruppi o associazioni al limite della dissidenza era notevole. E non solo tra gli studenti, ma sulla società intera. Certo, la dittatura funge da cassa di risonanza. Ma oggi mi sembra che ci sia un vuoto intorno ai vostri incontri. Io almeno non ne avevo avvertito nessun accenno tra i miei amici o conoscenti perciò presumo che la loro influenza sociale è molto relativa.

 No, non credo che sia relativa, ma di sicuro in un contesto democratico ci vorrebbe ben altro: rappresentazione nel parlamento e divulgazione attraverso i media. Che nei fatti non c’è o è fortemente ostacolata.

- Cosa potrebbe fare dunque Europa per la democrazia ungherese? Potrebbe magari applicare delle sanzioni, come contro l’Austria di Heider?

No assolutamente! Le sanzioni colpirebbero solo la gente, la popolazione. Che già vive in condizioni difficili. E fornirebbe un pretesto ai seguaci nazionalisti di Orban a dimostrare che Europa vuole “colpire” l’Ungheria, vuole punirla esattamente come con il trattato di Trianon. No, niente sanzioni, semmai dovrebbe aiutarci a mantenere in piedi un’informazione libera, pluralista. Aiutare gli emissari radiofonici liberi (Klubradio), le tv indipendenti, a far ritirare la legge bavaglio.
Spero con tutta me stessa che la professoressa Heller non abbia visto le lacrime che mi erano spuntate ascoltando le sue parole. Un apprendista poco sotto i sessanta che si mette a piangere. E’ ridicolo. Eppure mi sono commossa.
Dopo 3 settimane di full immersion nazionalista, dopo 3 settimane di propaganda sciovinista a tutti i livelli, per la prima volta avevo sentito una frase patriottica. “ Le sanzioni colpirebbero solo la gente, la popolazione. Che già vive in condizioni difficili.”

In tre settimane di propaganda capillare – che iniziava anche fare breccia sulla mia anima perché, credetemi non è facile sentirsi sempre fuori, sempre contro – non avevo mai sentito una frase che cosi sinceramente riferisse al popolo. Proprio a quel popolo cui appartiene la mia vicina di casa, una dolce e disponibile signora che quando aveva saputo che avrei incontrato Agnes Heller si esclamò cosi: Oh, no, ma perché vuoi incontrare quella vecchia puttana ebrea? Si tratta di una mia coetanea che non sa niente della Heller, sa solo quello che i media trasmettono. Magari non esattamente nella stessa forma che lei aveva sintetizzato a modo suo. Ma la sostanza non cambia.
Le due ore e passa sono volate via e se non fosse stato per Andrea che è riuscito a conservare un briciolo di buonsenso, io avrei continuato all’infinito.
Oh, mi ha fatto piacere chiacchierare con voi, del resto non ho niente da fare. Devo solo prepararmi la cena e sa, in queste condizioni – in autunno dovrà affrontare un intervento all’anca – tutto diventa difficile.
Volevo offrirmi a prepararle la cena, a patto però che la chiacchierata continuasse magari in cucina, ma mi sono resa conto in tempo, che forse la proposta avrebbe ulteriormente compromesso la mia già vacillante “professionalità di apprendista giornalista.” Ma non riusci a non darle assicurazioni sull’intervento, perché in articolazioni doloranti e interventi vari, mi sento una vera esperta. In bocca al lupo professoressa! In tutti i sensi.
Prima di salutarci, le chiesi di scattarle una foto, la stessa foto che potete vedere su Repubblica.

3 commenti:

  1. Lucia Di Marco26 agosto 2011 01:35

    Molto interessante e preoccupante per le sorti dell'Ungheria da un punto di vista politico, sociale, organizzativo, educativo e soprattutto formativo...(scarso sviluppo del pensiero critico, mancanza di pluralismo...) pericolo di oligarchia...

    RispondiElimina
  2. Infatti è qualcosa che ci riguarda da vicino perché ciò che accade in Ungheria, potrebbe accadere anche qui.

    RispondiElimina
  3. Hai ragione Alberto. Vi ricordo la scansione dei provvdimenti:
    1) furto dei fondi pensioni (il governo mise mano sulle pensioni privai con cui aveva poi arginato la crescita del debito pubblico)
    2) leggi retroattive rispetto alle pensioni
    3) bavaglio stampa, censura, licenziamento di 350 giornalisti dai media (pneso a gabanelli, Santoro ma anche alla Dandini)
    4) nuova costituzione
    5) processo contro i primi ministri dei governi precedenti per l'aumento del debito.
    Agi Berta

    RispondiElimina