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sabato 15 dicembre 2012

IL CAFFE' DELLE BEFFE - Polli, polle e spennati


di Mariaserena Peterlin


Mi nonna era na donna

Mi nonna era ‘na donna d’artri tempi,
ma libera eppoi serva de nessuno
e puro da vecchietta, er due de giugno,
metteva la bandiera alla finestra
tanto pe’ ditte “nun me sta’ sur grugno”.

Che direbbe mi’ nonna se vedesse
‘ste emancipate d’oggi, ‘ste badesse
piene d’opinionismo da contorno
che dalle fasce già scodinzolorno
puro appresso ar politico de turno?

“Olgettine, veline?” Seee magari!
Quelle danno der suo, mentre quest’altre,
sputasentenze sur mondo e dintorni
rifilano la pelle de noantri,
che abbocconi, fresconi e forse ignari

semo comunque tele_visionari.
Che direbbe mi’ nonna a ste badesse?
Ma quanto séte antiche fije belle!
Tant’anni de battaje femministe
pe’ ciancicà de quote rosa o azzurre

o questioni de ggenere e de coppia?
Stavorta ve lo dico “e poco, stroppia”.



Tuona a Roma 

E se ce fosse la giustizzia
er furmine cadrebbe paro paro
sai ndove? sulla testa del puparo
che ce rifila tasse e recessione
e ce bacchetta co' tribolazzione
dicendoce ce semo sfaticati
mentre ce fa morì mort’ammazzati




Er tacchino der giorno dopo

In un cortile, stava un ber tacchino
e cercava in fra l’erba un qual lombrico.
Tronfio e gonfio, pareva un manichino,
tra tutti se sentiva er mejo fico.

“Ma che fai che stai sempre in pompa magna?”
Disse un ciuco inquilino dirimpetto.
“Come che faccio? Ho vinto! Godo e magno”
j’arispose gonfiando er doppiopetto.

“Magna magna” rispose quer somaro
“sete scesi dar tetto a scapicollo
ma ve po’ capità un destino amaro”

“Quale destino? so bbravo! e callo callo
mo’ sciorino le piume.” Ar che er somaro…
“Pure tacchino resti sempre un pollo.”



C’era una volta il pollo

Dar pollo de Trilussa è ritornata,
(ereno belli i tempi de ‘na volta)
la favola pensata dal poeta,
ma la favola adesso s’è stravolta:

se prima uno faceva la magnata
a du polli e n’artro a pane e bieta,
mo’ che l’Italia se la so’ rubbata
t’accusano dicendo: l’hai sprecata.

Te fanno er predicozzo e er fervorino
e senza né pudore né decenza
te spremono anche l’ultimo quattrino.

Te dicheno de fa’ beneficienza
mentre tu stai pregà l’uno e trino
de trova’ er pane pe’ riempi’ la panza.

Altro che la statistica der pollo…
è ar cittadino c’hanno torto er collo.

venerdì 14 dicembre 2012

Hirschman, l'eretico

di Alberto Capece

Arriva la notizia della "scomparsa", si aprono i cassetti, si estrae il coccodrillo e via che si pubblica la sintesi di una vita che nell'occasione è sempre orientata alla benevolenza, perché i morti, si sa, sono più temibili dei vivi: questi possono essere isolati e dimenticati, ma per gli scomparsi è doveroso un epitaffio, c'è un dovere della memoria che per quanto episodica, brilla per un attimo.  Però da qualche anno, da quando è calato su questo Paese e sull'intero continente la maledizione del non pensiero unico, i coccodrilli sembrano essere diventati una ventata di aria fresca, visto che sono scritti con relativa libertà di cronaca, in una nicchia meno chiassosa e meno aggredita dalla scatola cinese di interessi personali e generali della cui tela è fatta l'informazione. Credetemi che qualcuno ne ho scritto.

Così con la morte di Albert Otto Hirshmann, pardon Hirschman, l'istinto a mettere le due enne finali, mi è quasi consustanziale, la traccia corrosa di un'antica infanzia, è come se i coccodrilli di carta avessero messo i denti i denti per mordere la stupidità contemporanea. L'economista, sociologo, filosofo, ancorché rappresentato come esponente del pensiero liberale, aggettivo e sostantivo divenuti ormai odiosi per il fatto di rappresentare spesso il contrario di ciò che vorrebbero indicare, è in realtà un radicale contestatore del pensiero economico, sia nell'attuale ortodossia che negli istinti di fondo.

Il suo approccio alla società non è mai univoco, va da economia a storia, da sociologia a psicologia ed è sempre consapevole della complessità al contrario dell'economia che invece tenta di seguire una sua strada di scienza newtoniana, come presa da "un invidia della fisica" che la spinge a cercare leggi certe laddove ci sono tendenze e sicurezze assolute dove ci sono solo opinioni. E questo non può non colpire in un'epoca nella quale gli economisti fanno un uso della matematica come velo e schermo, vuoi della banalità, vuoi della sostanza politica e sociale del loro argomentare.

Questo ci porta all'altra critica fondamentale di Hirschman all'economia contemporanea: quella di essere ossessionata dall'equilibrio, cioè dal presupposto che tutti gli eventi abbiano un in sé un feedback che li riporti sulla linea mediana: è da qui che sostanzialmente nasce la fede del mercato come grande riequilibrista e la devozione nella "immancabile ripresa" di cui purtroppo dobbiamo ascoltare le orazioni, a volte sincere, molto più spesso fasulle e indirizzate a scopi politici. Hirschman al contrario ritiene che la semplificazione formale nasconda il fatto che i fenomeni non hanno affatto l'equilibrio supposto o sperato e che l'evoluzione economica è sempre indeterminata  e possibile in diverse direzioni. Se ci ostina a parlare di scienza, è più la quantistica che la fisica classica della relatività galileo-newtoniana ad essere un orizzonte possibile.

Le due critiche possono apparire parallele, ma non collegate. Al contrario l'istinto dell'economia di apparire come scienza al pari di quelle fisiche, che viene consustanziato con l'uso sovrabbondante di matematica e di algoritmi spesso presi da altre discipline e si può vedere bene come la mania dell'equilibrio sia strettamente correlata: si evitano di prendere in considerazione i processi dinamici che ovviamente sono fortemente influenzati dalle condizioni iniziali, per cui una minima differenza porta ad esiti completamente diversi. Per esempio tutti i modelli di analisi e previsione finanziaria si basano sui metodi del matematico francese Louis Bachelier, nati per lo studio dei moti browniani e poi da lui stesso applicati alla finanza, visto che discendeva da commercianti e banchieri. Questo metodo prevede che le variazioni dei prezzi siano statisticamente indipendenti, per cui il prezzo di un qualsiasi titolo resta irrelato rispetto a quello di ieri e a quello di domani. E' un metodo matematicamente potente per certe operazioni, ma nasconde totalmente la dinamicità e la relazione tra gli eventi "prezzo" e oltretutto rende statisticamente irrilevante la probabilità delle crisi economiche che avvengono appunto in maniera dinamica.

Se ci chiediamo perché la crisi attuale non sia stata prevista o se ansiosamente aspettiamo che finisca, bè questi sistemi non sono in grado di dare una risposta, semplicemente perché essi presuppongono un equilibrio statistisco che possiamo tranquillamente ritrovare tra i moti delle particelle microscopiche in una goccia d'acqua, ma non negli eventi umani. Ma naturalmente un principio di indeterminazione negli eventi economici potrebbe spazzare via l'ipotesi di un mercato che si autoregola e di conseguenza anche la necessità di affidarsi al mercato

Insomma Hirschman non è stato un rivoluzionario, ma ci mette in guardia contro chi ci vuole considerarci alla stregua di batteri o pollini, quando invece siamo uomini e siamo in grado di scegliere dove andare. Di certo lontano da agenti patogeni dell'umanità.


domenica 9 dicembre 2012

Epistemologia della porta


di Licia Satirico

Si dice che alcuni posti siano la porta dell’inferno. E se l’inferno fosse solo la porta? Non mi riferisco alla metafora del passaggio, ma proprio a quel singolare aggeggio in legno o vetro, con o senza maniglie, che tutti troviamo sulla nostra strada più volte al giorno. Più spesso siamo noi a trovare la porta, ma senza le giuste informazioni per affrontarla: ecco alcune forme di manifestazione del manufatto ostile e le indicazioni per prevenirne l’eventuale comportamento deviante.

La porta mimetica è una non porta, realizzata per dissimulare la sua vocazione di transito. Con la complicità degli architetti si nasconde perfettamente tra la boiserie, nelle tappezzerie imbottite e in mezzo a densi drappeggi di tessuto austero. Si tratta di un classico caso di mimetismo criptico offensivo: è una strategia evolutiva per ingannare la preda durante l’avvicinamento, solo che la preda siete voi. Si calcola che il numero di predazioni riguardi di norma la metà degli individui, almeno una volta nella vita. Secondo un’ardita tesi minoritaria il mimetismo portale nascerebbe a fini selettivi della specie, per agevolare nei superstiti l’individuazione della porta passivo-aggressiva mediante il contatto carnale tra essa e la vittima.

La porta a vetri è una variante bastarda della porta mimetica: si caratterizza per l’invisibilità a occhio nudo e per la sfrontatezza del tratto. Esistono porte a vetri colpose, che incrociano il tuo cammino senza volerti fare del male (solo che le disegnano così e tu non le vedi), e porte a vetri dolose con tendenza omicida. In quest’ultima ipotesi, se pensi che una fotocellula segnalerà per tempo il tuo passaggio, la porta a vetri resterà chiusa. Se speri invece che la porta resti chiusa per non morire assiderato, si aprirà di colpo.
La porta ipocrita è un’altra parente stretta della porta mimetica. Si presenta come porta, ma non porta da nessuna parte: la si imbocca e si finisce d’un tratto in uno sgabuzzino delle scope o in una cantina a strapiombo. Leggi statistiche dimostrano che il fenomeno si riscontra con frequenza direttamente proporzionale al numero di persone che vi sta osservando.
La porta scorrevole aggredisce le prede avvolgendole e soffocandole nelle sue spire. Il suo moto perpetuo, tuttora inspiegabile, è dovuto a una forma di bulimia. La porta scorrevole è sempre alla ricerca di prede lente, impacciate, con bagagli o pacchi. La fine è rapida e dolorosa: questa porta amputa, tritura, sminuzza e schiaccia tutto ciò che finisce nel suo territorio di caccia. Molto diffusa nell’emisfero boreale, la porta scorrevole è una specie adattabile che si rinviene in numerosi habitat: alberghi, uffici pubblici, negozi e persino edifici privati. Si sussurra che, essendo femmine, le porte scorrevoli depongano uova nel corpo delle vittime, che semineranno a loro insaputa altre porte scorrevoli per molti anni a venire.

Altrettanto diffusa è la porta a sorpresa: è una porta algebrica che combina insieme materia e antimateria, con variante scalino/voragine. La porta a sorpresa può essere frontale, se ti fa cadere in avanti, o occipitale se ti fa cadere all’indietro: in quest’ultimo caso provvede personalmente a darti il colpo di grazia con agile movimento di ritorno. Vive nei pressi degli ascensori e dei bagni dei locali pubblici, dove prospera grazie a sensori automatici d’illuminazione affetti da disturbo bipolare.
Si sussurra che la porta dell’elfo abbia ispirato a Tolkien la figura dello Hobbit. La porta dell’elfo dà accesso abnorme a sale di dimensioni e soffitti assolutamente normali: può lasciar passare con agio solo bambini sotto i cinque anni, brunettoidi, pidiellini senza tacchi e piccoli quadrupedi. La caratteristica della porta dell’elfo è l’oblio da essa indotto: dopo averla attraversata come un ballerino di limbo, dimentichi che non è una porta normale. È così che ti dirigi verso di lei con incosciente sprezzo del pericolo: felice, ilare e loquace, vivi i tuoi ultimi istanti di allegria prima di fratturarti la calotta cranica.

La porta a porta si trova negli studi televisivi di regime. Possono attraversarla solo ex premier botulinico-lenonici, politici rampanti, giornalisti deferenti, criminologi e plastici. Come in certi water avveniristici il suo attraversamento è scandito dalla musica di Via col Vento, che però non ha mai suggerito la scomparsa del format dai palinsesti. Si estingue solo col cambio di canale. Definitivo.
La porta cortese resta sempre aperta, perché non si richiude mai più. Teme solo i fabbri, al cui cospetto torna a comportarsi come una porta normale per il tempo strettamente necessario a farvi passare per dementi. Una sua variante è la porta a soffietto, che col tempo si sgancia dall’alto verso il basso fino a scollarsi come la tendina di Psycho.

C’è infine la porta automatica, che può essere di tre tipi: silente, per tranciarti meglio, “apriti Sesamo”, se dotata di comandi vocali, e “chiuditi Sesamo”, se detta condizioni per il tuo rilascio. Tipica di banche e uffici postali, a differenza di altre specie non è priva di un suo senso dell’umorismo. Se sei sovrappeso, in stato interessante o pieno di borse, la porta automatica ti invita ad entrare uno alla volta. E mentre scopri di essere uno e bino cercando il pulsante di aiuto, la porta automatica si rivela beffarda come la vita: conosce solo le domande e non le interessano le risposte.

giovedì 29 novembre 2012

IL CAFFE' DELLE BEFFE - I fratelli duellanti


di Mariaserena Peterlin

L’ha visti iersera quant’ereno carucci?”
“ Tanto educati che manco l’ho sentiti
Giocaveno cor treno e ai cavallucci
tranquilli e boni, senza zozzà i vestiti.”

Ma che je devo dì signora mia?
Certo educalli bbene è stata dura,
e quanti sacrifici in casa mia!
Er primo, ch’è più grande, de natura

era geloso de sto fratellino
che rottamava pure er pannolino
e voleva er computer e er camioncino…”

- Mentre l’altro studiava da pretino!?.-
- L’ho cresciuti a sgrugnate e sepoffà!-
- Speramo nun se fanno buggerà. -


domenica 25 novembre 2012

IL CAFFE' DELLE BEFFE - Una domenica da Trilussa


di Mariaserena Peterlin



Cinque Cavalieri, n'Apocalisse

Votateme perché so’ ‘coraggiosa
so’ tanto coraggiosa che so’ donna
s’acchitta la Puppato e s’ariposa
sulle vecchie certezze de mi nonna.

Un artro se presenta: “ io so’ vincente
chè l’uguaglianza è tutto e io so’ più uguale
ve regalo certezza de speranze
continuate a sperà, che nun fa male.”

Parla er Tabacci : “er centro  nun è centro
vado a sinistra ma nun è sinistra
e nel frattempo se ritrova drento
ar communista poco communista.

Ariva pure er Renzi de carriera
rottamatore, ma co’ malagrazia,
coi sordi co’ l’aereo e la corriera
fa incavolà la Bindi… na disgrazia.

E poi non ve scordate der Bersani
che quanno parla pare un fratacchione
serve coraggio, piada, pace e bene
ma s’è legato ar Monti col cordone.

Ma che ve devo dì? Tanta caciara
e cinque continenti de penziero,
qui stamo alla  viggilia de la gara
e tra li cinque manca un condottiero.



Er redditometro

 Mo’ la chiameno “coerenza”
tra la spesa e lo stipendio:
ma è finita la pazzienza,
tra li redditi e er diggiuno,
dei poracci che, a compendio
de sti bei quarti de luna,
quarche vorta, putacaso,
se se comportano da Creso
e se sparano na fetta
de mortazza o de porchetta.

Dici - embè? ciai da nasconne
tutti i sordi che guadambi?-
Quali sordi? sto a nasconne
tutti i buffi e pure i pegni
mentre penso a gentildonne
che sui nobbili calcagni
già s’affibbiano le scarpe
comperate a via Condotti
co’ l’autista de servizzio
no’, pe ditte, un sacrifizzio!

Sto inguaiato co’ l’affitto,
nun parla’ de medicine,
de vacanze e pure er vitto
lo risolvo co’ pappine
der discount… quasi un mangime.
Redditometro? a chi a noi?
Che se more nonna mia
e se perde la penzione
stamo in bona compagnia
sotto ai ponti: e così sia!


L'Angiolino candidato

“Si ce stanno indagati nella lista
nun me candido manco si pregate”
disse Angiolino, co quer grugno in vista,
ammonendo le truppe e le brigate

de quer partito ch’era tutto a destra
e s’erano abbacchiate ed ammosciate
da quando nu se trova un comunista
nemmanco a ricercallo un po’ a sinistra.

“Io me frego!” rispondette in coro
l’armata de Melloni e Mussolini
se candidamo pure co Al Capone!

La folla se governa col bastone
nun è più tempo de palati fini
e tanto meno de pane e lavoro.

Ghignando se truccava er cavaliere:
vedelli litigà: che gran piacere!




L' Angiolino buggerato

Tra l’amazzoni appare er Cavaliere:
Rifaccio Forza Itaja!” e l’Angelino
je caschette la faccia in der bicchiere
ner mentre inciampicava er seggiolino.

Ma come Alfà e che nun lo sapevi?
Se io t’ho fatto io pure te distruggo
eri avvocato solo l’altro ieri
e leggilo ben chiaro sto messaggio.

L’Alfano, senza fiato, se riscote:
ma porcoggiuda … pure sì è indagato
l’amazzoni je so’ tanto devote,
me buggera cor fisco e er magistrato…

Sor Cavaliere mio va tutto bbene!
tra fanfare ritorno e tra pennacchi!
Er popolo guardava: “Te conviene?
“Statte attento Angiolì che so’ pernacchi!”





sabato 17 novembre 2012

Frecce rosse e tagliatori di teste


di Licia Satirico

Il viaggio è una categoria dello spirito, un'esperienza letteraria, un salto nel buio. Con Trenitalia si passa rapidamente da Gordon Pym a Viaggio al centro della terra, con qualche evocazione fantozziana.
La chiusura temporanea dell'aeroporto di Catania mi ha costretta ad attraversare l'Italia in treno proprio nei giorni in cui si parla di nuovo di ponte sullo Stretto, di Tav e di crescita (non si capisce se dell'economia, della crisi o dell'economia della crisi).

Son partita in una splendida mattina d'autunno, trafitta da un raggio di sole. L'inter city Reggio-Roma viaggiava in perfetto orario, travestito da Eurostar per ostentare calma, dignità e classe. Dopo Rosarno ci siamo addentrati in un paesaggio lunare: ciuffi di erba incolta, pale di fichidindia, qualche albero d'ulivo in depressione bipolare, copertoni di auto, case abusive così dirute da essere ormai in cemento disarmato. Per ammirare meglio questo panorama ci siamo fermati: dieci, venti, trenta minuti di immobilità perfetta a motore acceso. Nessuno e' stato in grado di dirci cosa sia successo, perché il controllore da quel momento e' sparito nel nulla e una parte di me e' convinta che vaghi ancora nella campagna calabra, sospeso nel limbo dei controllori senza controllo.

All'improvviso il viaggio è ripreso, mentre il treno ha accumulato quasi un'ora di ritardo. La coincidenza per Firenze e' stata a rischio fino all'ultimo, ma sono riuscita a prenderla al volo - piegata in due dallo sforzo - e a salire emozionata sul Frecciarossa dopo aver sporcato col trolley plebeo le scarpe eleganti di un passeggero smart. Ho viaggiato in classe Standard come i due terzi dei passeggeri del treno: quelli a cui Trenitalia lo scorso anno aveva inibito il transito nelle altre carrozze e l'accesso alla zona bar ristorante. La tentazione di fare un giro e' stata troppo forte. Ho scoperto così che la leggendaria classe Executive, con comode poltrone in pelle umana dal sedile reclinabile e sala riunioni arredata da sedie di design, e' tragicamente deserta, mentre le classi inferiori sono popolate da umanità varia che pare affetta da un'epidemia di autismo comunicativo: tutti parlano con interlocutori invisibili che assomigliano ad amici immaginari, nessuno chiacchiera più col suo vicino.

A volte però questa distanza siderale è un bene. Accanto a me sedeva una tagliatrice di teste. No, non era uscita da Jack London o da Jack the Ripper: era un'addetta alle risorse umane e si occupava della selezione del personale, predisponendo moduli per la valutazione dei lavoratori e per il loro eventuale congedo. Mi è venuto un groppo al cuore, ma il treno era talmente affollato che non sono riuscita a cambiare posto. Sono andata in giro tra i vagoni, irrequieta come il controllore smarrito nella campagna calabra varie ore prima. Il Fecciarossa Standard era pieno di professori arrabbiati con Profumo e con la Gelmini: nella solidarietà tra colleghi ho trovato conforto dal viaggio e dai compagni occasionali in vena di licenziamenti choosy.

Il viaggio di ritorno non è stato da meno: ho rischiato, ancora una volta, di perdere il treno per la Calabria Saudita a causa di un guasto del Frecciarossa su cui avevo prenotato un posto. Cambiare treno e' un'impresa quasi impossibile, anche dichiarandosi disposti a pagare supplementi o differenze: l'utente Standard frequenta i treni ad alta velocità a suo rischio e pericolo, e se il treno non arriva sono fatti suoi. Non è tanto per dire: giovedì pomeriggio, sul Torino-Roma, un passeggero ha avuto un infarto ma il treno non si è fermato, perché l'alta velocità non prevede malori né soccorsi. Prima di prendere uno di questi treni è meglio sottoporsi a opportuni esami cardiologici.

Fatti i debiti scongiuri e constatato il mio decoroso stato di salute, son salita da poco sul treno per casa. I passeggeri sono diversi: non più ganzi in carriera né selettori del personale ma signore assonnate, coppie anziane piene di bagagli, accorti calabresi con sporte olezzanti di cibo untuoso e sapido. Nessuno di noi ha orologi in vista: il tempo non è poi una dimensione così importante, specie se viaggi verso la punta estrema della penisola. Si narra di viaggiatori dispersi a causa dei ritardi e mai più ritrovati, di altri che sono scesi addirittura ringiovaniti portando sottobraccio un loro ritratto vecchio e laido. Ci sono poi quelli che viaggiano in treno per l'emozione di vedere lo Stretto di notte, l'acqua oscura che ospita i riflessi di città parallele che un ponte potrebbe solo dividere. E tra quelli ci sono anch'io.

martedì 6 novembre 2012

Rapsodia in nero sul Grande Martedì

di Alberto Capece

Scheda perforata utilizzata dall'Ufficio della razza
La vittoria di Obama è scontata, anzi no sarà una gara all'ultimo voto. Queste due affermazioni che si rincorrono sul web e sui media sembrano in contrasto, ma in realtà sono entrambe vere. Il sistema elettorale americano prevede infatti che non si elegga direttamente il presidente, ma una serie di rappresentanti i quali solo successivamente (questa volta il 17 dicembre) eleggeranno a loro volta il presidente.
Ogni stato dell'Unione ha un numero di Grandi Elettori  pari ai deputati e ai senatori che esprime, ma è proprio qui viene l'inghippo: se gli "onorevoli" sono in numero grosso modo proporzionale alla popolazione, i senatori sono sempre due per ogni stato, piccolo o grande che sia. Questo crea un'assimetria per cui gli stati meno popolati hanno un peso in proporzione maggiore rispetto a quelli grandi: il piccolo Vermont con i suoi 600 mila abitanti ha 3 rappresentanti contro i 55 della California dove vivono 35 milioni di persone. Se ci fosse una relazione precisa lo stato del Golden Gate dovrebbe averne 130. Ecco perché è abbastanza complicato fare previsioni. A questo aggiungiamo poi che i 50 stati tranne due (Maine e Nebraska) hanno il sistema maggioritario per cui anche con pochi voti di differenza un candidato può assicurarsi tutti i voti elettorali di uno stato.

Lo so, sono stato prolisso in questa spiegazione, ma in parte è necessario per ciò che mi propongo di dire. Visto che la struttura federale degli Usa ha portato i costituenti ad attribuire un numero uguale di senatori ad ogni stato e che quindi la differenza la fanno i soli congressisti, diventa vitale per il sistema americano essere aggiornati sulla popolazione di ogni singolo stato. Già così non è affatto impossibile che possa vincere in candidato di minoranza, ma se poi il dato sulla popolazione degli stati non fosse aggiornato si rischierebbe il caos totale. Per questo dal 1790 in poi si decise di fare ogni dieci anni un censimento globale della popolazione.
Una cosa complicata, ma fattibile se si trattava di 4 o 5 milioni di persone su tutto il territorio come all'inizio, ma quando la popolazione cominciò a crescere impetuosamente i dati dei censimenti rischiavano di arrivare con molti anni di ritardo e quindi di fallire lo scopo per il quale venivano fatti.
Fu così che ai primi del Novecento l'amministrazione Usa decise di provare le prime macchine tabulatrici, che utilizzavano le famose schede perforate  rimaste in uso fino a tutti gli anni '70 e oltre dello scorso secolo. Tanto che ancora adesso sopravvivono le macchine per la loro realizzazione: i biglietti di Trenitalia, sono esattamente lo standard usato dai vecchi meccanografici.

Ma torniamo indietro: venne indetto un concorso e fu vinto dalla Tabulating Machine Company, un' azienda fondata da un ingegnere meccanico di origini tedesche, Herman Holleritth. Fu così possibile avere i risultati del censimento del 1910 a solo un anno dalla raccolta dei dati, cosa che invece con i metodi tradizionali avrebbe richiesto un periodo di tempo sei o sette volte superiore nel migliore dei casi.

E qui comincia la storia oscura, che ci porta nel mistero dell'imprevedibilità degli eventi. Dopo qualche anno, Hollerith cedette in parte la sua azienda che dopo varie vicende fusioni e trasformazioni divenne nel 1924 l' International Business Machines Corporation. Cioè l'Ibm. Ma quell'International non era messo lì per far bella figura, avevo un senso preciso, perché Hollerith nel 1910 si era trasferito in Germania creando la Dehomag , ovvero la Deutsche Hollerith Maschinen Gesellschaft con molti rapporti con la ditta originaria americana. Dopo la morte di Hollerith nel 1929, la Dehomag finì per diventare una controllata della Ibm. Ma purtroppo non solo di quella, anche del regime nazista che ne individuò le grandi potenzialità nel controllo della popolazione e successivamente come strumento per rintracciare le persone di origine ebraica in tutta Europa.Con i metodi tradizionali la Shoa non sarebbe stata possibile nelle dimensioni che conosciamo.
E' una storia ancora nascosta perché Ibm muove tutte le sue pedine che coprire il più possibile la vicenda di collaborazione tecnologica con la Dehomag, per non parlare delle royalties direttamente pagate dallo stato tedesco che corsero almeno fino al 1941. Ma dopo l'entrata in guerra degli Usa i contatti continuarono, passando attraverso la sede Ibm di Ginevra.
Insomma quando saremo accomodati a goderci le elezioni americane, magari attraverso un computer, possiamo essere certi di quanta inattesa e a volte terribile storia corra dietro il monitor.  


giovedì 11 ottobre 2012

Il Nobel adulterato: la truffa del marchio rubato dagli economisti

di Alberto Capece

In tempi di crisi e di impoverimento si cercano ansiosamente risposte, vaticini, autorità alle quali appoggiarsi per intravedere la luce nel buio. E se l'oroscopo o tutto l'armamentario divinatorio della magia vengono in soccorso per le vicende private, sui media l'economista è divenuto il nuovo aruspice, lo sciamano che ritualizza le sue formule e le trasforma in nenia ipnotica per i lettori o gli ascoltatori.

Ci dovremmo chiedere come mai siamo stati sciocchi da credere alle loro blandizie, ad assopirci di fronte alla loro evidente quanto arrogante incapacità previsionale senza insospettirci della loro scienza, ma più siamo deboli, più soggiaciamo al fascino di chi segue le linee degli astri e incide graffiti nella caverna della notte: così l'economista quotidiano non mancherà nelle nostre letture. E diventerà un faro se non si tratta di un semplice sacerdote, ma addirittura di un cardinale che al posto del pastorale brandisce il Premio Nobel.
Peccato che quest'ultimo ammennicolo liturgico sia una sorta di truffa commerciale, una contraffazione che si fregia di un prestigio non suo, di una astuzia bancaria: il Nobel per l'economia infatti non esiste, è solo un premio conferito dalla Banca di Svezia la quale, per sfruttare il nome del massimo riconoscimento mondiale, lo chiamò Premio della Banca di Svezia per le scienze economiche in memoria di Alfred Nobel ben sapendo che a livello mediatico sarebbe stato abbreviato in Nobel e basta. Persino il nipote del magnate arricchitosi a dismisura con la dinamite e fondatore del premio, Peter Nobel, ha avuto parole durissime contro questa trovata, mentre in Svezia c'è chi ne chiede l'abolizione.

Ma la questione non si limita all'uso scorretto di un marchio, alla scritta Parmigiano su un formaggio del Wisconsin, il problema ha connotati decisamente più seri e coinvolge alla radice il sistema della conoscenza al tempo del liberismo: il riconoscimento passa sì, attraverso la Fondazione Nobel, ma ha poco a che vedere con l'Accademia delle scienze svedese che si occupa delle altre materie. E' invece una commissione di "esperti" scelti con criteri non ben definiti e suggeriti dalla stessa banca a presentare la rosa di nomi tra cui poi verrà decretato il vincitore. Ed è oltremodo chiaro che un premio dato da un istituto di credito finirà inevitabilmente per prediligere tesi, studi e personaggi che appoggiano le visioni finanziarie e bancarie.
Questo avverrebbe anche se per ipotesi non lo si volesse e crea un circolo vizioso della conoscenza: il premio Nobel conferisce prestigio e questo si traduce in posizioni accademiche, nel peso che acquistano le varie "scuole", in fondi a disposizione, in spazi sulle riviste più prestigiose, nell'accorrere degli ambiziosi sotto le loro bandiere e dunque nella creazione degli "esperti" che scelgono i futuri Nobel e di futuri Nobel stessi i quali finiranno per premiare le tesi che più piacciono alle banche. Non è certo un caso che il premio sia praticamente appannaggio della produzione del mondo anglosassone e degli Stati uniti in particolare con rarissime eccezioni riguardanti comunque l'Europa. E' come se il resto del mondo non esistesse: questo è uno dei meccanismi del pensiero unico che mentre il mondo si allarga materialmente restringe e umilia l'immaginazione, crea prigioni di idee precotte impedendo il diffondersi di pensieri diversi e di alternative.

Già nel campo scientifico vero e proprio questo effetto non manca e, unito alle necessità diplomatiche, suscita spesso polemiche. Ma nelle scienze sperimentali le bugie hanno le gambe corte e in ogni caso si tratta di campi complessi nei quali è difficile che si crei un effetto valanga di questo tipo. L'economia invece, così in bilico fra politica e interessi economici, divenuta ormai sociologia e antropologia dei ricchi, è forse l'ideale per il formarsi di un feedback esplosivo e pervasivo. Che è stato preso in castagna solo poche volte, anche se il ridicolo in cui sono incorsi due nobel per l'economia avrebbe dovuto metterci sull'avviso piuttosto che farci ridere: nel 1997 il premio andò ex aequo a Robert Merton e Myron Scholes i quali avevano messo a punto un "nuovo metodo per la valutazione dei derivati" sviluppando anche un modello matematico ad hoc. Qualche tempo prima del riconoscimento erano stati  chiamati a gestire un hedge found che si ispirava alle loro teorie, ma riuscirono a farlo fallire in maniera così disastrosa che dovette intervenire la Federal Reserve. Per loro fortuna il Nobel arrivò un anno prima del fattaccio, Ciò non impedisce però ad entrambi di essere docenti uno ad Harvard e l'altro a Stanford, insomma di essere riveriti maestri che seguiremmo con grande attenzione se dovessero scrivere qualcosa su come uscire dalla crisi. Perbacco lo dice un nobel per l'economia. Peccato che siano proprio loro gli aruspici di quelle illusioni, gli ideologi della lotta di classe rovesciata che fa previsioni utilizzando le nostre viscere.

No, quello che dicono lo dice in realtà la Banca di Svezia e per essa il sistema bancario e finanziario che si è  appropriato abusivamente di un marchio per vendere scienza adulterata, vino fatto con le polverine e spacciato come prodotto genuino. Basta mezzo bicchiere per ottundere e togliere lucidità: dopo il primo sorso si è disponibili a credere qualsiasi cosa. E ci fidiamo perché li vediamo sobri, mentre noi siamo come ubriachi: pronti ad essere derubati della speranza.



lunedì 1 ottobre 2012

Hobsbawn e il secolo infinito

di Alberto Capece

Non so se Erich Ostbaum, il cui nome fu storpiato ad Alessandria d'Egitto, dove nacque, nell'anglo-esotico Hobsbawn, avesse ragione a sostenere che il '900 sia stato un secolo breve. Anzi mi sento di contraddirlo apertamente proprio grazie a quanto ho imparato sui suoi libri e dico che siamo ancora in pieno Novecento, dentro un secolo lunghissimo che potremmo far cominciare anche molto prima dell'inizio della grande guerra.
Appartengo a una generazione che ha vissuto conflitti mondiali, ne ha sentito i racconti dalla viva voce dei protagonisti ma non è emotivamente portato a farne le porte Scee della storia recente. Però seguendo la tradizione azzarderei la data del 1898, anno in cui iniziò e si concluse nel giro di pochi mesi la guerra Ispano- Americana. Dentro quello scontro tra una Spagna giunta al fondo del barile dopo gli splendori del siglo de oro e gli Stati Uniti rampanti, ci sono tutte le stigmate di ciò che riconosciamo come contemporaneo.
La guerra per il possesso di Cuba fu suggerita e appoggiata in maniera determinante dalla stampa appartenente al magnate Hearst che evidentemente si aspettava un ritorno economico da una campagna nazionalistica; la miccia del conflitto fu l'esplosione della Uss Maine alla fonda nel porto dell'Havana che fu attribuita agli spagnoli, ma che invece fu dovuta a un incidente non si sa quanto voluto e meno; con la vittoria gli Usa misero le mani non solo sull'isola caraibica, ma anche sulle Filippine permettendo dunque di svolgere un ruolo determinante sul Pacifico e in Asia.

Dunque una credibile ouverture del secolo, tanto più che proprio in quel giro i anni andavano maturando le rivoluzioni scientifiche della relatività e della teoria quantistica, ma soprattutto crescevano i movimenti sindacali e si preparava il terreno della rivoluzione d'ottobre. Il marxismo classico dal 1917 in poi - e a mio parere senza troppo successo-  si dedicò a capire come mai la rivoluzione proletaria fosse divampata dove non avrebbe dovuto e perché invece fosse fallita laddove esistevano le condizioni "oggettive" per il suo successo.
Però intorno alla fine del'Ottocento il dibattito economico, ma anche politico era più ampio. Mentre i fanti di marina americani sbarcavano a Cuba si consumava la vittoria della teoria neoclassica dell'economia, madre diretta del liberismo attuale, sulla Scuola storica tedesca la quale sosteneva che si sarebbe dovuta abbandonare l'astrattezza sospetta delle cosiddette leggi economiche, una creazione formale dei marginalisti, in favore di un approccio basato sul contesto storico e sociologico. Una sconfitta che ha avuto conseguenze che ci portiamo dietro ancora oggi assieme alla convinzione che esistano leggi ineluttabili e non scelte di civiltà.

Potremmo aggiungere anche che in quegli anni l'Europa sebbene divisa da furiosi nazionalismi (che dopo le guerre di indipendenza italiane, quelle tra Austria e Prussia e infine il conflitto franco-tedesco si sfogavano soprattutto in contese coloniali), cominciò a godere di una straordinaria integrazione economica che tuttavia non riuscì a scongiurare l'incendio della grande guerra. Anzi a questo proposito potremmo retrodatare ancora il nostro Novecento e vedere la fine del secolo precedente nella Comune di Parigi del 1871 dove si estinse definitivamente la lotta di popolo nell'accezione illuministica e derivata dalla presa della Bastiglia.

E' abbastanza evidente che da quel fine ottocento, anno più anno meno, i fondamentali del mondo non sono poi molto cambiati, anche se 70 anni di lotta tra comunismo e capitalismo, un po' ci confondono: la teoria neoclassica dell'economia è ancora quella dominante, la relatività e la meccanica quantistica sono ancora alla base della nostra fisica, l'idea di rivoluzione è ancora strettamente collegata a quella di lotta di classe, gli Usa sono ancora la forza preponderante nelle contese geopolitiche e ancora si usano stratagemmi, come quelli della Uss Maine per fare guerre, come l'Irak dimostra superbamente, il possesso dei media è ancora più determinante per dirigere opinione pubblica e politica. In più le tesi razziste che proprio nell'ultimo decennio dell'Ottocento furono "sistematizzate" nei vari deliranti e irreali filoni in cui si dividono, fanno ancora una straordinaria presa, umanamente repellente, ma perdipiù affette da un patetico anacronismo.

Tuttavia abbiamo consapevolezza che proprio oggi, mentre stiamo vivendo, questo mondo viene messo in discussione: i teoremi della crescita infinita sono sul punto di essere spazzati via con tutti i loro correlati, sempre più siamo consapevoli che ci occorre una nuova fisica che spieghi ciò che non riusciamo a più a comprendere bene dentro i vecchi paradigmi, si comincia finalmente a riconoscere che l'economia  deve essere per l'uomo e non viceversa, mentre cresce la consapevolezza che essa è una particolare branca della sociologia e non una scienza "dura" o dialettica che può essere brandita dal potere, i media sono stati investiti dalla rivoluzione digitale che non solo permette contatti prima inimmaginabili, ma rende più orizzontale l'informazione, gli Stati uniti e l'Occidente non sono più i padroni assoluti del mondo e anzi vanno perdendo rapidamente la loro centralità, mentre le nostre società si fanno sempre più multietniche, come del resto era nel mondo antico. E infine le piazze che si riempiono ogni giorno in qualche parte d'Europa, rassomigliano più alla variegata folla della Comune che non a quella che prese il Palazzo d'inverno. E' proprio in questi anni insomma che il lunghissimo Novecento sta davvero finendo. E finirà se noi lo vogliamo: per una volta, con la lucidità che ci ha regalato Ostbaum, possiamo decidere di uscire dall'agonia e decidere noi la fine di un secolo.




venerdì 21 settembre 2012

I barbari di dentro all'assalto della bellezza


di Anna Lombroso

In primo piano il Battistero degli Ariani a Ravenna e più in là il "muro di Droctulfo"
“In questo tumulo è chiuso, ma solo con il corpo, Droctulfo
perché, grazie ai suoi meriti, egli vive in tutta la città”.
Borges inizia così il suo racconto Storia del guerriero e della prigioniera: “A pagina 278 del libro La Poesia (Bari, 1942), Croce, riassumendo un testo latino dello storico Paolo Diacono, narra la sorte e cita l’epitaffio di Droctulft, il guerriero longobardo che, durante l’assedio di Ravenna, abbandonò i suoi e morì difendendo la città che prima aveva attaccata. “Gli abitanti di Ravenna gli dettero sepoltura in un tempio e composero un epitaffio nel quale espressero la loro gratitudine…”.

Droctulf, che “mentre Faroaldo con frode trattiene ancora Classe, egli prepara le armi e la flotta per liberarla”, secondo Borges non era mai stato illuminato dall’oro dei mosaici e non era mai stato folgorato dalla bellezza, finchè non giunse a Ravenna per metterla a ferro e fuoco. Non conosceva altra architettura che quella si reggeva sui rozzi, tristi e monoliti eretti nelle terre desolate da cui proveniva. Era cresciuto al culto della potenza e della grandezza di Roma, che escludevano magnificenza, eleganza, creatività impiegate al solo scopo di rendere migliori e di far sognare.
Al momento di violare le porte di Ravenna, invece, Droctulft il barbaro viene preso per incanto dalla civiltà, dalla bellezza e si converte ad esse.

La paura dell’invasione e della contaminazione combinata con il dispregio altezzoso verso i barbari è la cifra della cultura occidentale, l’incubo della fine della civiltà travolta dalla rozzezza ferina dell’altro da noi. Oggi grazie a benefici contagi di culture ma anche in virtù di malefiche corruzioni indigene, di aberranti distorsioni endogene dei nostri capisaldi, non possiamo certo dare per scontato che l’invasione venga da fuori.
Drocfult difende Ravenna anche da se stesso, dalla sua indole efferata e dal suo istinto ferino, ammansito dalla bellezza, persuaso della sua inviolabilità, addomesticato dalla sua potenza demiurgica.
Ma le invasioni arrivano da dentro, quella che ormai impropriamente chiamiamo civiltà, in attesa dell’implosione, produce i suoi barbari che si stringono minacciosi, crudeli e analfabeti di pensiero e ragione intorno alla cittadella, interessati solo a sfruttarne le ricchezze e i giacimenti, a rivenderli a altre tribù. Sono gli stessi che oltraggiano e rifiutano chi arriva, gli stessi che danno dell’analfabeta a chi parla altre lingue o comprende nuovi linguaggi che raccontano come potrebbe essere il mondo di domani. Perché la loro disposizione naturale è alla conservazione dei privilegi senza memoria dei diritti, alla gerontocrazia dell’intelletto senza rispetto dell’immaginario libero di altri, alla soddisfazione dei loro bisogni senza comprensione per l’aspettativa di felicità.

Ci vorrebbe Droctulft a difendere Brera dai veri barbari per essere stato irraggiato nelle sue tenebre dalle luci di Mantegna, Raffaello, Bellini, Rubens, Longhi, Fattori, Morandi, Modigliani.
E un primitivo come lui a parlare vecchi e nuovi idiomi, contro il gergo, gli slogan e le litanie della teocrazia del mercato, a recitare i versi della libertà, contro la sopraffazione dei diritti, a fare i gesti del lavoro e le carezze dell’amicizia, contro la rottura dei vincoli di solidarietà.
I barbari sono usciti dal sottosuolo nel quale stavano riparati al caldo per arraffare di più, per accumulare altre ricchezze e privilegi, ma anche per spogliarci di tutto, per renderci corpi nudi, esposti e ricattabili, senza memoria, senza identità di cittadini. Ci tolgono i beni personali e quelli pubblici: case del rinascimento, chiese sconsacrate, castelli, monasteri, ville, palazzi signorili, ma anche fabbriche teatro di lavoro e conquiste, prati dove abbiamo giocato da bambini, campi dove i vecchi giocavano alle bocce: l’è longa, l’è curta, campi seminati con antichi gesti lenti, per offrirli alla speculazione. Come se fossero vecchi muri, stanze cadenti, posti abbandonati e non la nostra geografia, la bellezza dell’Italia, la sua fisionomia e la sua identità nel mondo, la sua ricchezza inalienabile presente e futura, che nessun miracolo tecnologico può riprodurre, che non può essere minata dalla concorrenza delle manifatture dei nuovi imperi mercantili. E che oggi, paradossalmente, possono essere distrutti dall’interno, dal dispotismo dei neo barbari. Ricchezze condannate a perdere la loro natura e fisionomia di bene comune, di patrimonio collettivo, per essere smembrate e accaparrate da mani privati, quelle di coloro che hanno fatto le loro fortune nelle scorribande piratesche della finanza creativa.

Sono “roba” nostra, questi beni, che nel corso degli anni sono stati tutelati e mantenuti grazie all’intervento pubblico e la fiscalità generale, col concorso materiale di tutti gli italiani, come è giusto sia di un patrimonio che appartiene a tutti noi, non solo come lascito della nostra storia, ma come frutto del nostro lavoro e dei nostri risparmi.
I neo barbari ci impongono di svendere il nostro patrimonio per rimediare a oltre 40 anni di privilegi del ceto politico regionale e nazionale, agli affarismi clientelari dei gruppi di potere, a costose “grandi opere”, alle facilitazioni alle grandi imprese, prima di tutto la Fiat, al lassismo fiscale correo dei vari governi, alle spese di guerra delle “missioni umanitarie” in violazione della nostra Costituzione.
È ora di risvegliare il Droctulft in letargo, è ora di guardare verso i mosaici d’oro come verso il sole carico di rabbia e d’amore e difendere la nostra città, la nostra dignità e la nostra civiltà dagli invasori che vengono da dentro.

sabato 15 settembre 2012

Roberto Roversi, il lungo sogno

di Alberto Capece

Strano che una biblioteca antiquaria possa avere l'odore del futuro. Eppure per me fu così, ai tempi del liceo: chi conosce via Castiglione a Bologna, sa che basta poco per sprofondare nel Trecento, in quel gotico ferrigno e denso di materia a cui si oppone vanamente la mole della chiesa di Santa Lucia che romaneggia gesuitica e tarda. Ma entrare nella libreria di Roberto Roversi, nel pozzo di penombra di quei portici fu come un annuncio dell'uscita dell'adolescenza, una prima esplorazione del mondo che andasse al di là dei paesaggi, dei libri di casa, della scuola o dei corpi più che altro sognati, più che altro seguiti di ragazze.

Roversi era già famoso, anzi assai più famoso di oggi che è morto: sapevo da liceale intimidito di "Officina" e di "Rendiconti", favoleggiavo che tra quegli scaffali il giorno prima fossero passati Volponi o Pasolini o Sciascia o Moravia, insomma quel presente numinoso e inafferrabile nel quale vagamente e ingenuamente mi immaginavo mentre fuori maturava un'ignota rivoluzione. Dunque ad impressionarmi non era tanto la quantità di libri ammassati come per un imminente e ontologico trasloco perché la cultura è sempre un essere sulla soglia di qualcosa, ma l'essere accolto dentro quel mondo, dal poeta e agitatore di idee in veste di libraio.

Così ricorderò sempre un pomeriggio, già dentro la vita universitaria, che ci andai col mio amico Pier Damiano dopo aver distribuito volontariamente un po' di ciclostili che paradossalmente erano diventati il mezzo espressivo principale di Roversi. Eravamo andati con l'intenzione di proporgli la pubblicazione dell'ennesima rivista tra letterario, avanguardista e rivoluzionario che fermentavano nel ventre magmatico di quegli anni. Ma non avemmo il coraggio di affrontare l'argomento e così pian piano ci immaginammo di avere quaranta o cinquant'anni in più e di essere tornati lì dopo una vita di successi e di libri a covare la strana nostalgia di ciò che stavamo vivendo.

"Ecco è qui da dove siamo partiti" diceva il mio amico a Roma da decenni e tre best seller all'attivo  e io assentivo avendo prescelto per me la parte di uno di quei poeti filosofi di cui in Italia abbiamo solo l'esempio di Leopardi, ma che in Germania abbondano. Non il pazzo Hoelderlin chiuso dentro la torre, quanto piuttosto uno che potrebbe avere scritto "Questo è il Teatro degli Artigianelli/ Quale lo vide il poeta nel mille... " E certo il cannone rombava ancora nelle strade, nelle menti, nei giornali, prima della sconfitta.
Ma rimanemmo un'ora buona a ricordare il nostro presente, senza avere l'idea di come fosse terribilmente letteraria quell'immaginazione. E uscimmo così soddisfatti da quella commediola che ancora adesso non ci fa impressione essere riusciti a scrivere a orate e branzini avvolti nella carta da giornale per le sciure con dovizia di mezzi. E anche fossero sarde tanto meglio: è l'atmosfera di quella libreria, quella bolla di innocente stupidità che ci ha regalato a rimanere ancora intatta, dopo che le certezze di quell'era si sono disgregate.

Qualche mese più tardi Roversi ci diede effettivamente una mano a fare uscire la famosa rivista mettendoci in contatto con uno stampatore di parchissime pretese, anzi pressoché gratuito. Però di quella piccola avventura dentro lo scrivere rimane solo ciò che è legato a quei portici e a quel lungo inconsapevole sognare. Ma anche mi è rimasta la certezza che solo in un luogo aperto si può descrivere il mondo senza infingimenti e -ricordando quel verso di Roversi, Nelle case dei poeti questa è l'ora del té - che per la verità, quando ci si affolla, non esiste riposo. Il té è già la sconfitta.

martedì 11 settembre 2012

Allende e oltre


di Massimo Pizzoglio

E' un periodo che ricordo bene, quegli anni settanta a Torino.
Ero adolescente e scoprivo la politica, l'impegno sociale, le contraddizioni di una città che Valletta aveva deciso molti anni prima dovesse essere solo operaia, laboriosa, grigia e la sera a letto presto che qui si lavora. E che invece era viva, sotto quel grigio, contro la scarsità dei luoghi di ritrovo, gli orari dei locali, la nebbia e il freddo invernali, il deserto ad agosto.
Ci si trovava spesso a casa nostra, che era grande e con un enorme frigorifero, grazie a mia sorella, di tre anni più vecchia, la cui trascinante esuberanza era una calamita per molti interessantissimi personaggi.

Tra loro arrivarono, alla spicciolata, alcuni studenti sudamericani, di vari paesi.
I primi erano tutti nipoti di piemontesi emigrati quando la terra promessa non era questa, ma quella oltreoceano, e stavano un poco in disparte, noi pensavamo per i problemi di lingua, che un po' conoscevano in famiglia e un po' è simile alla nostra, ma non così agevole.
Pian piano il numero aumentò e le origini erano adesso più varie, ma la riservatezza, che avrebbe dovuto allentarsi con la conoscenza e l'allargamento dei "conterranei" non diminuì, tanto che pensammo un po' tutti che fosse endemica.
Dei colpi di stato, delle dittature, di politica, di guerre nel mondo si parlava tantissimo, ma solo alcuni di loro si avventuravano in commenti aperti.
Poi, ma erano passati mesi, da un paio di amici, quali erano diventati nel frattempo, scoprimmo quale era il motivo: le spie.

Già, perchè uno degli aspetti più trascurati della vita degli esuli politici e insieme uno dei più odiosi delle dittature è proprio la delazione, il sospetto, l'insicurezza portata a metodo di vita.
La punizione a distanza di chi è riuscito a sfuggire e non ha ancora il peso politico degli oppositori conclamati è la paura, per la propria vita in primis e per quella dei propri cari che sono rimasti in patria.
Il ricatto, esplicito o serpeggiante, del silenzio e dell'inazione, del rimanere ingessati con il cuore che scoppia di rabbia e la mente che chiude le porte alla confidenza con chiunque: di nessuno puoi essere sicuro se sia amico o traditore.

In quegli anni, in alcuni luoghi (e voglio pensare ci fosse anche la nostra casa) ci si esponeva un po' di più, ma certe confidenze politiche e certi volti decontratti e sorridenti le ho sentite e li ho visti solo molti anni dopo.
Le canzoni erano un bel grimaldello, uno sfogo importante, un'occasione per dire cose che non segnassero uno sforamento aperto, ma che facessero sgorgare un po' di rabbia repressa.: sapevamo a memoria tutti i dischi degli Inti Illimani, della famiglia Parra e di Victor Jara erano un po' più difficili da trovare, ma ce li scambiavamo, facevamo le "cassette" pirata.

Di quegli amici, quasi tutti sono tornati nei loro paesi e con quelli rimasti ci si è persi di vista, hanno figli e, ormai, nipoti; nelle foto di famiglia hanno dei vuoti creati in quegli anni e, forse, di quell'atmosfera che io percepivo allora serbano un ricordo sopito, ma questi sono i miei ricordi di oggi, nell'undici settembre che non manco di celebrare con rabbia e commozione da quasi quarant'anni.
Di quel colpo di stato, ma anche dei successivi che dilagarono in tutta la "dispensa degli Stati Uniti" dell'America australe e che, come dimostra il Paraguay, forse non sono ancora finiti.

mercoledì 5 settembre 2012

Il "copiaincolla" della razza padrona

di Claudia Pepe

La laurea di Renzo Bossi? Conseguita in un anno con 29 esami e in lingua albanese.Sembra una barzelletta. Invece la famosa Università Kristel ha sformato una delle menti più poliedriche del panorama politico italiano, addirittura in Gestione aziendale nella facoltà di Economia .Una laurea presa in tempo di record, poco più di un anno per un corso che ne richiederebbe tre. Ma le lauree brillanti della razza padrona italiana non finiscono qui. Non dimentichiamoci di Pierangielo Moscagiuro, conosciuto come Pier Mosca, il bodyguard della vicepresidente del Senato Rosy Mauro che, presso la stesso ateneo del Trota, può vantare una laurea in Sociologia alla facoltà di Scienze Politiche.

Però questi allievi in odore di censo non arrivano solo dall'Albania. E di pochi giorni fa la notizia riportata dal Corriere che, all''università di Harvard, 125 studenti "modello"sono stati beccati a fare copia-incolla e consegnare un test praticamente uguale.Tutti gli studenti sorpresi a copiare (ragazzi ai quali è garantito l'anonimato) dovranno comparire davanti all 'Harvard Administrative Board, una sorta di tribunale presediuto dal preside della scuola "undergraduate", Jay Harris: un vero "segugio"che fin qui non si era accorto di nulla. E'stato un giovane assistente che, nel correggere i compiti, ha dato l'allarme, rendendo inevitabile l'indagine.Ora, Harvard è sempre stata riconosciuta una delle migliori Università al mondo, un po' come le nostrane Bocconi e la Normale di Pisa, da dove ultimamente si attigono le menti più intelligenti, geniali e tecniche, adatte a governare il mondo.

Nasce spontanea una domanda. Ma siamo sicuri che conti solo l'intelligenza per entrare a far parte di quella casta destinata a mutare la vita delle persone? O anche nei più prestigiosi Atenei vale la stessa tangente economica usata dalla Family per dichiarare al mondo la loro legittimità a legiferare in modo ad personam e quindi "copiaincollando" il loro non sapere sulla vita dei cittadini? Non si potrebbero altrimenti giustificare certe nomine di sottosegretari che definiscono "sfigati" chi non si laurea a 26 anni e si ritrovano una prestigiosa carriera sulle spalle a loro insaputa. Succede così, che anche gli indegni (non per forza didatticamente, ma di certo eticamente parlando) passino al di là del guado , faticando meno degli altri, traendone un 'aggiunta di retrogusto che da italiani-attori o spettatori- ben conosciamo.

Il passaggio successivo è irrorare ciò a cui si accede col medesimo modus operandi : la furbata in tasca, cugina complessata dell'asso nella manica , il quale per lo meno porta una connotazione d'abilità in quanto frutto del proprio intelletto. Non sono sicura che sia l'Università a definire la bravura e l'intelligenza di una persona. Piuttosto prefersco pensare che siano i ragazzi a definire il prestigio delle Università..Si può uscire da Harvard, dalla Bocconi o dalla Normale e diventare un emerito sconosciuto che svolgerà la sua vita nel modo più grigio del mondo non riflettendo mai l' immagine virtuosa della sua vita scolastica ed essere felice di sé. Come si può uscire da qualsiasi Università del mondo e diventare un leader che trascina con la sua genialità e intelligenza la metamorfosi di una società.Stiamo assistendo , soprattutto in Italia, alla presa di coscienza di quei"rampolli" della migliore società, consapevoli dell'essere "speciali" in quanto illuminati dal Santo Calice del Gral , con il pensiero dominante e la verità in tasca.

Nozioni tecniche imparate a memoria o fotocopiate che non danno frutti maturi in una società già ammalata da precedenti virus attaccati come la gramigna in un Paese nato con radici sane. La tecnica serve. Serve a capire i meccanismi ,adottarne l'idea e poi riprodurli. Ma, senza la capacità di ascoltare e recepire la reazione della gente non serve a nulla. Anzi si ottiene il risultato contrario .La consapevolezza dell'essere speciale lo si deve riscontrare giorno per giorno , non si può" copiaincollare" nulla nella vita, perchè ogni giorno è diverso dall'altro; come le persone, le situazioni , le condizioni. E questo non è privilegio di esseri speciali ma di persone che accolgono dal basso e dai più umili le parole di emergenza e di bisogno,per costruire una società migliore. Il censo e l'aureola degli illuminati , è finita da molto tempo ma ,sembra che i nostri politici, non vogliano accettarlo. Noi della nostra vita non possiamo fare un copia-incolla . Ne abbiamo una e la dobbiamo vivere in una società cooperativa e rispondente alle nostre esigenze.

lunedì 3 settembre 2012

La luce imperialista

di Alberto Capece

Da ieri le lampadine a incandescenza sono fuorilegge: dovremo necessariamente affidarci alle fluorescenti, con quella luce da ufficio all'ora dell'uscita. Pazienza, cosa non si fa per combattere la Co2 o per aumentare la produzione di mercurio che appare essere letale nei termometri messi al bando, ma benefico nelle nuove lampadine che ne contengono ognuna 5 milligrammi. Bizzarrie, diciamo così per carità di continente, dell'Europa. Ma insomma vecchi filamenti addio e insieme luci calde, penombre di biblioteche, lampade discrete sul comodino accanto al letto, i colori del buio al quale siamo abituati.

E' passato poco più di un secolo da quando le lampadine hanno definitivamente soppiantato gas illuminante, candele, lanterne anche nelle piccole città, un periodo di 120 anni che non a caso si chiama secolo americano.Vi domanderete cosa c'entri, ma il fatto è che anche la lampadina è entrata nella sfera dell'immaginario che fa parte dell'imperialismo culturale d'oltre atlantico. Tutti noi infatti sappiamo che la lampadina è stata inventata da Edison nel mefistofelico laboratorio di Menlo Park. E invece è stata inventata e anche prodotta, sia pure in piccole quantità, da Heinrich Goebel nel 1854, quando Edison aveva 7 anni. Certo era un'invenzione precoce, visto che l'energia elettrica mancava quasi dovunque. Ma ciò non toglie che, come accade a Meucci per il telefono, ci vollero anni  e lunghe battaglie sia sul piano legale che su quello del riconoscimento scientifico, prima che fosse ristabilita la verità.

Tuttavia continuiamo a sapere che la lampadina è stata inventata da Edison, ma scommetto che la stessa cosa accadrebbe se domandassimo dove è nata la televisione o l'automobile o il computer o internet. Basta fare una ricerca non superficiale per sapere che nella seconda metà degli anni 30 la televisione era sconosciuta in America, ma in gran Bretagna esistevano 40 mila abbonati a due stazioni televisive ognuna delle quali trasmetteva con una tecnologia differente, in Germania c'erano 50 mila abbonati e di fatto la prima trasmissione televisiva non sperimentale fu quella dell'apertura dei giochi olimpici di Berlino nel 1936.  Persino in Italia alla vigilia della guerra c'erano alcune migliaia di televisori, sia pure destinati alle sperimentazioni mediatiche di regime.
Anche l'automobile è tutta europea, come potremmo sospettare dal fatto che il motore a quattro tempi viene moltiplicato per due e designato ciclo Otto dal nome dell'ingegnere che lo ha brevettato, Nikolaus August Otto per l'appunto, sia pure sulla base di realizzazioni precedenti dovute a Barsanti, Matteucci e Beau de Rochas. In America al contrario è stato inventato il fordismo.
Per il computer non ne parliamo: dalla macchina di Babbage e dai primi programmi scritti per quello strano coso da Ada Lovelace, la figlia del poeta Byron, alle macchine di Herman Hollerith, alle realizzazioni svedesi per il calcolo astronomico automatico, al pazzo Turing, ci sarebbe da scrivere un romanzo: fatto sta che per unanime riconoscimento il primo computer, funzionante con codice binario, secondo lo schema di von Neumann e programmabile è lo Z1 di Konrad Zuse, costruito nel 1939 nell'appartamento berlinese dove il giovane ingegnere conviveva con i genitori. E persino internet, così come lo conosciamo, è nato in realtà al Cern di Ginevra.

Vabbè mi sono inutilmente dilungato: la cosa significativa è che la massa di informazioni o meglio di comunicazioni che ci sono trasmesse, portano ad avere un'impressione molto diversa e cioè che tutto sia nato e nasca oltre altlantico, suggerendoci l'impressione correlata che ciò sia dovuto non al fatto che gli Usa sono un Paese continente con enormi risorse e con una potenza in grado di risucchiarle da tutto il mondo, ma a un insieme di valori che gli ultimi trent'anni liberisti hanno portato al parossismo. Così siamo portati ad imitare in ogni cosa - compresa l'istruzione - un sistema che in realtà vive grazie di straordinarie rendite di posizione e a scambiare realizzazioni commerciali o immensa disponibilità di fondi o sfruttamento intensivo di risorse altrui, con inventiva e sapere.

Ma a volte basta accendere una lampadina per accorgersene.








domenica 26 agosto 2012

Il popolo si difende: rinasce la cassa Peota


di Anna Lombroso

L’ostaria de l’Anzolo Rafael era grande, disadorna e buia come un antro, illuminato dalle due finestre piccole affacciate sul campo irregolare e spoglio. Da una parte la ghiacciaia per conservare la “spuma”, la salettina con pochi tavoli e il bancone della mescita vicino alla cucina, il grande barattolo di vetro con dentro i croccanti e il piatto con le aciughete. Gli avventori con l’ombreta in man si sporgevano a guardare el paron, Michele, che si affaccendava a friggere le moleche, quei granchi lenti e maestosi, dalla polpa succulenta o a tagliare le cipolle per il saor, la marinatura sotto la quale si era conservato perfino il corpo santo del vescovo di torcello in attesa che si calmasse la “buriana”, per trasportarlo in San Marco con gran pompa.

Ma la zarina de l’Anzolo era la signora Paola, una botticella energica, autoritaria fino al dispotismo, che ti imponeva menu e bibite, selezionava la clientela come un buttafuori perché si vantava di andar a simpatia ma ad esser di suo gradimento erano in pochi. Così anche se la saletta era deserta mandava indietro i quattro milanesi in cerca di colore locale o gli americani sulle tracce dell’uomo di Finca Vigia, trattando quasi amorevolmente qualche indigeno sotto spirito o noi ragazzi squattrinati che chiedevamo lo spritz con un piattino di cicheti, uova sode e qualche schia, quei gamberetti grigi succulenti con la buccetta fina.

Era una vera autorità la siora Paola tanto che spettava a lei la tenuta della cassa peota, con il bussolotto in fondo al bancone e la lavagnetta coi nomi: la Cate in ritardo, Nane a posto, denunciati i ritardatari che rischiavano di non andar al garanghelo. Eh si, Venezia aveva già le sue banche etiche, inventate dalle donne e avviate con la cresta sulla spesa o impegnando le bucole d’oro o il copriletto ricamato al tombolo da bambine, sedute sulla seggiolina di paglia in rio terà o in campiello. Erano loro che avevano dato vita alla cassa peota, un rudimentale sistema di risparmio e investimento a capo del quale c’era una cassiera proprio come la parona dell’Anzolo Rafael, cui spettava il versamento per il fondo cassa, cui si aggiungevano tutti i mesi le quote delle altre donne e di qualche uomo, anziano e conosciuto, per mettere insieme il capitale. Le socie potevano così ottenere un prestito dalla cassa, per sanare qualche debito, far fronte a una spesa improvvisa: una malattia, una fia che se maridava, pochi capricci. E restituire la somma in rate settimanali entro sei mesi o un anno versando un piccolo interesse, che andava a finanziare proprio il garanghelo, sospirato come un rito agli dei dell’oblio dei pensieri e della miseria, da consumare in un giorno, andando via tra tutte donne sulla peota, il barcone che trasportava il carbone, con due uomini anziani ai remi, carica di vino e vivande. E via in laguna o per i canali fin verso il Brenta, fermandosi su qualche spiazzo erboso in riva a cantare: “la note xe bela, fa presto Nineta, andremo in barchetta, i freschi a ciapar”, e ballare dimentiche di tutto, ridenti e spettinate, per tornare la sera ebbre di vino e di effimera libertà.

Per secoli all’insaputa di mariti e padri le donne veneziane hanno nutrito i loro fondi segreti, le loro casse peote, come le scozzesi mogli di minatori, come le africane di cui parla Sen, investendo in fiducia, solidarietà, lealtà e aiuto reciproco: la cassiera era onorata dell’incarico e con onore governava prestiti e debiti.
Ma doveva succedere che l’enfasi dell’avidità, che la smania di accumulazione andassero all’attacco di questa forma solidale di mutua assistenza. E è stata proprio l’Unione Europea a chiedercelo, di metterle fuori legge, dichiarando “indebita” la loro “attività creditizia”e privandole di tutela giuridica; decretandone la fine ad eccezione della Società Operaia di Mutuo Soccorso di Mogliano (una variante del sistema delle casse ma con gli stessi principi), costituita nell’Ottocento e tenuta a “battesimo” da Giuseppe Garibaldi (di cui si sostiene possedere la lettera di approvazione), che celebra l’anniversario della fondazione con la manifestazione dei “5 panaini”, pan e vin, distribuiti nelle varie borgate di Mogliano.

Sostituite o assimilate da esose casse rurali, da rapaci banche, da finanza creativa e da inesorabile strozzini legali o meno, sembravano scomparse: le ultime notizie che ne avevamo compariva in cronaca, quando cassieri infedeli scappavano col bottino, una volta perfin do miliardi! scriveva il Gazzettino.
Sembravano scomparse, ma si dice che sotto traccia, in qualche “bacaro” di Castello, la Rampa, per esempio, nella cantina giù della scala, o dietro Santa Margherita, in quelle osterie dove un tempo si riunivano i carbonari prima e i partigiani dopo, qualche cassa peota, c’era ancora, sotto forma di “benefica” o di cooperativa all’ombra di più corpulente organizzazioni di gondolieri o ambulanti. Ma c’era e c’è. E ne sorgono sempre di più, a Cannaregio, sulle belle fondamente nelle quali Canaletto ambientava la vita minima dei veneziani, quando la moneta era rara e si viveva di scambi con i “vovi”, le uova di campagna e le verdure di Sant’Erasmo. O di fianco a Rialto in quelle osterie dove i ricchi presto indebitati si mescolavano coi poveri come in un teatro spensierato nel quale recitavano la malinconia della caducità, del marcio e del fatiscente, il senso della corrosione, il morso del tempo e delle intemperie, il lutto e la solitudine, il silenzio morto e il vuoto della laguna.

Se vai a bere un’ombra ti succede di vedere la lavagnetta, il bussolotto e di incontrare qualcuno che ti invita alla cassa peota, come u modo di ritrovare l’antico civismo veneziano, quello che sembrava spingere l’intera popolazione, tutti quelli che c’erano nati o arrivati da ogni parte, a partecipare, come dice Le Corbusier, a una totalità - gesto gioioso e fecondo che rappresenta, in qualche modo, la quota d’amore dedicata a ogni cosa, la gioia di partecipare a un atto collettivo e amichevole, di ritrovare la solidarietà nella sfortuna e magari di andar a un garanghelo, alla faccia di chi ci vuole servi, alla faccia della paura, in ribelle libertà.

mercoledì 22 agosto 2012

La Cariddi - Dakar


di Licia Satirico

Un tempo, nella mia terra, i marinai dovevano farsi legare per non cedere ai richiami intriganti delle Sirene. Ora assistiamo a sporadiche epifanie di latitanti, accompagnati dalle sirene della polizia. Un tempo da queste parti passava Ulisse, ma non esistevano ancora i navevelox, i percorsi obbligati e nemmeno le feste patronali.
Faccio ogni giorno la Cariddi-Dakar: chiamo così la strada che dal centro di Messina conduce alla punta del Faro, al margine estremo della Sicilia orientale. Più che una strada è una categoria dello spirito, aspra e surreale: un percorso da brivido che costeggia il mare e ti fa capire che le Sirene non ci sono più, ma i mostri son rimasti.

Si comincia con la cortina del porto, detta anche del porco per via di certe consuetudini notturne dure a morire. Il traffico è convogliato su una trazzera di mulo che sfocia su una roulette semaforica: il verde scatta solo quando un’onda di auto è già pronta ad assalirti alle spalle, ricordandoti la precarietà della vita e la patente a punti. Si prosegue sul viale della Libertà, dove il percorso del tram s’incrocia con una corsia di vetture parcheggiate in seconda fila all’altezza di una nota rosticceria: è l’incantesimo dell’arancino volante, che genera torme di avventori automuniti e affamati.

Poi iniziano le Rotonde, le Ovali e le Ellittiche, con livelli di difficoltà crescente: alcune delle rotatorie della Cariddi-Dakar sembrano fatte apposta per farti schiantare contro un muro, ma solo in prossimità del pronto soccorso più vicino o dei numerosi cimiteri lungo il percorso. La nuova Panoramica dello Stretto è strada da intenditori, posta tra distese di sabbia cementificata e furiose radici di alberi che deformano l’asfalto. Si procede così al centro della carreggiata, tra il brivido dello scontro frontale e il contatto con la natura. Se si guarda a destra si comincia a vedere il mare, ma non è il caso di distrarsi: meglio lasciare l’emozione del panorama ai propri ospiti, sempre che siano dell’umore adatto. Il bello arriva quando finisce il tratto di competenza Anas, perché inizia quello di incompetenza: buio anche nelle notti di plenilunio, curato come lo sterrato di una fazenda, movimentato da ville fantasma e piazzole di sosta per amanti in ristrettezze.
Solo alla fine di questa strada psichedelica comincia a vedersi Cariddi. La riconosci subito, l’ammaliatrice. Ti pare ancora di sentire le Sirene: ma sono quelle della polizia municipale che devia il traffico per processioni religiose, sagre, feste paesane, cozze d’oro e di platino, mitili ignoti e talora ignobili. Suoni tribali si mescolano a cantanti neomelodici in un ibrido multiculturale perverso. La folla si riversa per strada, trafitta da un raggio di sole: ed è subito fiera. Psichedelici ninjia peloritani di età incerta ti lanciano antiche lastime quando li sfiori a passo d’uomo, timorosa di omicidio colposo, kamikaze isolani si sfidano pedalando contromano in bicicletta a fari spenti, improvvisati street dancers si lanciano tumultuosi nell’ultimo tango a Ganzirri.

Poi c’è il parcheggio: creativo, improvvisato, sacrilego, senza o con rissa a seconda che gli abitanti del luogo ti facciano spazio con le buone o con le cattive. La sosta sulla Cariddi-Dakar è come la scatola di cioccolatini di Forrest Gump: non sai mai quello che ti capita. Quando torni alla macchina e la ritrovi integra, con le ruote gonfie di salute e la carrozzeria lucida, sei preso da ottimismo incontrollabile. È in quel preciso momento che pensi “lo posso rifare”.
Lo rifaccio tutte le sere, perché la Cariddi-Dakar è un atto d’amore: per il mare brillante e profondo, per la nostalgia struggente del passato e per i miei figli d’anima, che crescono all’ombra delle nuove sirene metropolitane.