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mercoledì 14 dicembre 2011

Razzismo di fantasy


di Alberto Capece Minutolo

Da ragazzo mi piaceva la fantascienza e anche qualcosa della letteratura fantastica quando non era intrisa di ovvio o di magico a buon mercato e strumentale : mentre cercavo di aprirmi al mondo e di capirlo in qualche modo, la narrazione di  percezioni  e universi straordinari non era una fuga dal compito principale dell'adolescenza, ma anzi arricchiva l'esplorazione della realtà con  la dimensione del possibile e del concepibile che ne fanno parte integrale. Così in un certo senso la seconda parte del precetto hegeliano che di solito lascia perplessi - tutto ciò che è razionale è reale - mi risultò subito chiara se non affine. Per questo mai mi avrebbe sfiorato l'idea che lettori della Trilogia di Asimov o di Andromeda, persone in grado di apprezzare Poe, Lovekraft o il primo King, potessero covare dentro di loro forme di odio radicale per la diversità  e degradare l'immaginazione da apertura a chiavistello delle proprie ossessioni.

Certo qualche anno più tardi  Tolkien mi ha fatto capire quanto sia tranquillizzante per l'uomo di destra la narrazione di un mondo conchiuso dentro di sé e per sempre immobile, denso di eventi, ma refrattario ad ogni possibilità di cambiamento e di progresso. Ad ogni vera avventura, alea e  rischio. Però con tutto questo è chiaro che tra la passione letteraria di Gianluca Casseri e la sua militanza razzista o la frequentazione e simpatia per Casa Pound, ( dal sito sono stati prontamente rimossi i suoi interventi) dove le fumisterie di un anticapitalismo confuso al servizio di un capitalismo bottegaio, si mescolano alle notti di San Pietroburgo e al negazionismo più avvilente, c'è o ci dovrebbe essere uno iato difficilmente colmabile.

Ma così non è: nell'ambiente italiano dominato sociologicamente dal familismo, dallo spirito di clan, dal bisogno di di corporazione e pervaso da uno spiritualismo di origine cattolica avverso al concetto stesso di trasformazione, dunque di "moderno", ogni apparizione della diversità e di "inventio"  rimane un oggetto etereo, quasi un concetto limite per segnare il limite tra valori di una tradizione, spesso frusta e ipocrita e il mondo altro che esiste solo come  esercizio di fantasia o come l'attraente nemico di Schmitt. E questo il brodo di coltura in cui si è immersa la "melancolia" di Casseri, ragioniere taciturno e introverso. La fantascienza o la fantasy non era altro che un punto di fuga senza effetti prospettici. La realtà del proprio mondo prigionierara è intangibile e non può essere toccata dal reale.

Prova ne sia il lungo scritto che l'anno scorso Casseri lasciò sulle perverse pagine di un sito negazionista il cui titolo è un programma: "Olodogma - Biblioteca revisionista su oloca$h e truffa $sterminazioni$sta", qualcosa che probabilmente nel gusto depravato e piccolo borghese degli ideatori forse appare significativo e persino elegante. Il ragionere è costretto a prendere atto della totale demolizione dei celebri Protocolli dei Savi di Sion, il noto libello, che avrebbe dovuto dimostrare l'esistenza di un piano di dominazione mondiale da parte dell'ebraismo.  Dopo aver passato in rassegna tutta la paccottiglia  pseudostorica di cui si nutre questa gente ecco che viene il coup de theatre:  “il problema della loro 'autenticità' è secondario e da sostituirsi con quello, ben più serio ed essenziale, della loro 'veridicità'.” Detto in altre parole: anche se si tratta di un invenzione essa è profetica.

Così si arriva al capovolgimento del mondo per salvare i fantasmi che si agitano dentro la mente dell'autore: se ciò che doveva dimostrare l'esistenza di un complotto è falso, non ha alcuna importanza: è il complotto stesso, a questo punto indimostrato, che rende autentico il falso. Il che ci fa toccare con mano un fatto evidente: che la verità è sempre una faticosa ricerca, mentre la menzogna è una comoda poltrona nella quale si può riposare e sognare finché l'altro, l'inquietudine solo immaginata come difesa non diventa realtà con cui avere un rapporto che cambia le cose. Perché è anche vero il contrario: qualsiasi pensiero comodo e rilassante è una menzogna.

sabato 10 dicembre 2011

L'Italia unita delle mafie


di Anna Lombroso

C’era un tempo nel quale alcune popolazioni italiane erano compiaciute di aver vinto a quella lotteria naturale che aveva consentito loro di nascere e vivere nelle propaggini dell’Europa opulenta, regioni affini al grasso Belgio, mentre altri erano “separati”, in quello che Croce definiva un paradiso abitato da diavoli, dove regnava un cupa grandezza arcaica, quella della criminalità fieramente tenace nella pretesa di una costruzione autonoma di ordinamenti incivili opposti alla legittimità di quelli statali.
Rifare l’Italia era Il titolo di un celebre discorso pronunciato alla Camera da Filippo Turati il 26 giugno del 1926. Ma mai come di questi tempi oscuri le sorti delle due parti di cui si compone il paese sono sembrate più lontane. Mai esso è sembrato così pericolosamente lungo e così insidiato dal rischio di una decomposizione territoriale. E non basta l’istituzione di un ministero della coesione per sradicare giudizi sommari e pregiudizi volgari e se, come ha ricordato qualche giorno fa il Simplicissimus, si perpetua una pratica di elargizioni assistenzialistiche favorevoli alla proliferazione di iniziative clientelari e all’incrudelimento della contrapposizione retorica tra il risentito localismo nordista e il vittimismo risarcitorio del Sud.

Ci ha pensato la crisi economica, sociale, politica e morale a rendere più reale la minaccia di riunire la nazione in un unicum aberrante, un “Mezzogiorno d’Europa”, centro cruciale e vulnerabile della grande rete della criminalità mondiale. Altro che concretizzazione dell’ ispirazione risorgimentale, quella dei Cattaneo, dei Dorso, dei Salvemini, in quel sodalizio, in quel patto storico tra il Nord e il Sud, in grado di saldare finalmente l’Italia in una autentica unità nazionale. Proprio il recente arresto eccellente di Zagaria ha la sinistra potenza simbolica e dimostrativa di testimoniare che la criminalità organizzata si è insinuata negli interstizi finanziari, si è posata con il favore di molte insospettabili complicità negli ampi alvei della corruttela in tutto il Paese. Che siamo usciti dalla letteratura dei padrini e picciotti che ha gratificato noi, gli onesti, compiacendoci delle nostre certezze, delle nostre liturgie, dei convegni, delle commemorazioni, dei libri, delle analisi. Mentre loro, i criminali, agiscono nell’impunità mirando a profitto e potere con procedure e metodi che si sono profondamente innovati: attività imprenditoriali collocate nell’economia reale attraverso un intreccio di partecipazioni azionarie, joint venture, investimenti immobiliari, nel quale il traffico di droga è solo una voce di profitto rispetto al controllo soffocante sulla spesa pubblica.
E è cambiata la fisionomia dei loro “amici”: una volta quelli che favorivano, proteggevano, coprivano, restavano nell’ombra, fuori dall’organizzazione. Oggi ne sono un pezzo, partecipano in prima persona e a pieno titolo primari, amministratori, parlamentari, commercialisti, banchieri o bancari, operatori in doppiopetto e colletto bianco, capaci di coprire tutte le esigenze della filiera malavitosa: sparare, riciclare, progettare, approvare, firmare, mettere in cima o in fondo alla pila di permessi, fatture, autorizzazioni.

È cambiata la territorialità e anche la mappa del capitalismo mafioso e criminale, i suoi teatri e i suoi luoghi. Passa dall’economia del racket, dell’estorsione, del contrabbando, del controllo della prostituzione, del traffico della droga, ai nuovi comparti: ciclo dei rifiuti, cantieri autostradali, convenzioni sanitarie, rifacimenti delle reti ferroviarie, cantieri di carceri e caserme, centri commerciali, bretelle autostradali. Ma anche l’Expo, i finanziamenti comunitari, il borsino dei precari e le cooperative sociali.
Zagaria è stato arrestato nel suo paese, è vero, con un’operazione che maliziosamente si potrebbe definire a orologeria, ma troppo precoce ed estemporaneo per confortarci sulla volontà del governo di intervenire non solo con muscolarità nella lotta alla criminalità organizzata. Ma il camorrista costruttore, imprenditore aveva una rete di relazioni estesa e ubbidiva a comandi vicini e lontani , ben oltre l’area di influenza dei Cosentino, dei Cesaro, dei Tarantino, dei Lavitola e dei loro amici importanti, ben oltre i suoi interlocutori autorevoli.


Nella “Padania” pingue, potente e influente la criminalità condiziona il sistema degli appalti, le gare, il settore dell’edilizia, quello dell’energia, i cantieri, le discariche, le attività di movimento terra e la gestione della cave. E è l’area dove vengono monitorati i più cospicui flussi di denaro sospetto. Secondo Nicola Gratteri la sola ‘ndrangheta opera in sedici regioni e ha collegamenti in altre tre e che sarebbero almeno tredici i politici lombardi sorpresi a tessere rapporti con essa. E secondo la Commissione Parlamentare la penetrazione della criminalità nelle regioni italiane e in particolare in quelle del Nord è capillare tanto da aver raggiunto un livello di integrazione profondo con il contesto sociale, economico e politico e tanto profondo da essere accettata come un fatto normale dalla pubblica opinione.
Si tratta di processo malato di adeguamento conformista e sleale a standard elevatissimi di illegalità, facilitati dalla pratica del rimescolamento di pubblico e privato che ha eroso l’autorità delle istituzioni, esaltato dall’impoverimento generale a detrimento del senso della legge e di quello della giustizia anche sociale, promosso dall´incremento dell´evasione fiscale dalla pratica trasversale e ormai strutturale della corruzione in una specie di divorzio tra governo della legge e governo delle convenienze, dove per governo delle convenienze non deve intendersi ciò che è prudente o necessario per il bene del Paese, ma ciò che è utile al fine di consolidare o proteggere opachi legami di potere e interesse tra individui o gruppi sociali. Quando gli affari di stato sono trattati come affari di partito e gli affari di partito come affari personali è facile far passare l’impunità per garantismo.
Non è formale la preoccupazione del persistere di più o meno latenti conflitti di interesse, che perpetuano questa tendenza. E non è retorico affermare che la necessità non giustifica né deve legittimare le disuguaglianze: dove c’è iniquità vengono alimentate la discrezionalità e la arbitrarietà, la stessa che fa preferire l’accanimento sui già colpiti risparmiando potentati intoccabili, mascherando la scarsa determinazione da impotenza, come nel caso dell’incremento del prelievo sui capitali scudati.
Non può bastare l’equità fatta roteare come una muleta per confondere la collera, qualche espediente poco sapiente per convincerci che anche i ricchi possono piangere.

La discontinuità con un governo che aveva fatto dell’illegalità e dell’illegittimità la sua cifra, deve dimostrarsi con il ripristino delle garanzie del rispetto delle leggi, della tutela della qualità delle istituzioni e della loro autorevolezza. Con misure concrete di lotta all’evasione, alla corruzione, alla irrisione del diritto e dei diritti. A cominciare dagli interventi pensati proprio per colpire quella circolazione di denaro tossico, che non può limitarsi alla limitazione delle operazioni in contante, un pannicello sulla piaga della opacità e del malaffare.
In questi giorni il capo della Direzione Investigativa Antimafia, D'Alfonso, è stato ascoltato dalla Commissione parlamentare di indagine. Di fronte ai tagli non solo economici consumati sul suo organismo, limitati solo dalla reazione tenace e decisa degli uomini e delle donne della Dia, si è detto “soddisfatto” e “comprensivo”, come se le risorse destinate alla lotta alla criminalità fossero una benevola elargizione e non la condizione necessaria per condurre una guerra che altrimenti si svolge, come si è svolta finora, ad armi impari.
C’è da temere che a qualcuno si addica che questa lotta venga affidata a organismi depauperati, avviliti, umiliati, quindi più manovrabili e inclini ad assecondare comandi iniqui.
Mentre invece la legalità, come l’equità per non essere disuguali, non possono essere profezie disarmate.

martedì 29 novembre 2011

Evasione fiscale: fare di necessità vizio


di Anna Lombroso

Pare che il nuovo stile piuttosto spregiudicato dei governi europei moderni sia quello di fare di necessità, vizio. Mentre non sarebbe difficile fare virtù senza troppi stravolgimenti costituzionali e senza troppa carneficina di diritti e equità. Certo mi si dirà che i burocrati europei ci mettono fretta, che per certi provvedimenti l’iter parlamentare è troppo impervio, che per qualche misura invece è proprio necessario, che in qualche caso è un optional. E che i gesti simbolici sono inutili e che poi invece bisogna dare un segno e che certi interventi portano benefici trascurabili e che certe azioni non hanno grandi effetti ma sono persuasivi. Insomma molto o poco e il loro contrario.

Sono sospettosa e ho l’impressione che sarà questa la pratica imperante nell’impero degli implacabili contabili, anche per quel che riguarda la lotta all’evasione. Oddio meglio poco e subito del molto impraticabile vagheggiato dai vari altoparlanti tremontiana , compreso un sodalizio con la Svizzera per accedere ai conti dei grandi evasori.
Però per rendere loro la vita un po’ meno dorata ci vorrà qualcosa di più del controllo sulle transazioni di denaro liquido. È abbastanza risaputo che non girano con bauli di talleri d’oro preferendo una catena di riciclaggi a mezzo bonifici o depositi nei paradisi fiscali; oppure il ricorso a pensionati e nullatenenti nostrani. Il 53 per cento dei contratti di locazione, spesso non registrati, delle ville di Porto Cervo, Forte dei Marmi, Porto Rotondo, Rapallo, Capri, Sabaudia, Panarea, Portofino, Taormina e Amalfi sono intestati a pensionati con la social card, prestanome di ignoti non-contribuenti.

L’evasione fiscale italiana è una delle più pingui del mondo. Secondo le più recenti stime dell´Istat  l´economia sommersa in Italia ha raggiunto nel 2008 circa 275 miliardi di euro pari al 17,5 per cento del Pil. Di questi si stima che 230 miliardi siano propriamente evasione fiscale, con un mancato gettito di 120 miliardi: più del doppio di una manovra emergenziale.
L´Agenzia delle Entrate ha stimato che l´evasione riguarda in particolar modo il terziario e il settore delle costruzioni, dove arriva al 60 per cento del reddito.
È più elevata al Sud, dove raggiunge il 50%, il doppio del Nord in termini relativi, mentre quest´ultimo prevale ovviamente in termini assoluti.
In Europa l´evasione fiscale italiana è preceduta soltanto di pochissimo dalla Grecia con il 20 per cento; è poco più di quella inglese mentre nei riguardi degli altri paesi registra un differenziale che è in media di 10 punti: 11 per cento in Germania, 7 per cento in Francia, 4 per cento in Danimarca, 4 per cento in Spagna e Portogallo (!), 3 per cento in Svezia.

Il differenziale italiano con gli altri paesi è rimasto stabile negli ultimi venti anni, mentre si sono rinnovate con puntuale insistenza le promesse di decine di governi di combattere l´evasione fiscale. Quanto all´Iva, un recente studio promosso dalla Commissione di Bruxelles stima un´evasione di imponibile italiano del 22 per cento contro il 9 per cento in Germania e il 7 in Francia (30 per cento in Grecia).
Per combattere l’attività più fiorente e redditizia di un ridotto segmento di popolazione, a meno che non si voglia limitarsi all’idraulico che ha cambiato la guarnizione, opera peraltro meritoria, come si diceva un tempo occorre la volontà politica. Se c’è quella pochi ostacoli sono davvero insormontabili. Soprattutto se un quadro di riferimento normativo e amministrativo c’è già.
E nel caso dell’evasione saremmo in qualche modo attrezzati malgrado i tentativi del precedente governo di annichilire definitivamente la lotta all’evasione anche grazia al prezioso contributo del ministro Brunetta, oggi sostituito da un suo valido collaboratore.
La conversione del dl 138 ad esempio non prevede più l’obbligo, previsto dal maxiemendamento governativo, di indicare in sede di dichiarazione dei redditi e Iva i soggetti con cui si intrattengono rapporti finanziari.

Ciononostante la possibilità di acquisire una massa critica di dati per costruire “liste” per controlli selettivi, basate sull’incoerenza fra reddito dichiarato e patrimonio mobiliare, ad esempio, sarebbe in larga parte perseguibile utilizzando informazioni e strumenti già a disposizione dell’amministrazione finanziaria, attraverso l’Anagrafe dei conti.
La conoscenza congiunta di reddito e patrimonio complessivo in capo ai singoli contribuenti potrebbe costituire infatti un giacimento nevralgico per l’amministrazione finanziaria. E sarebbe possibile che il funzionamento dell’Isee, l’indicatore che, fin dal 1998, è deputato a misurare la condizione economica di coloro che richiedono l’accesso agevolato alle prestazioni del welfare (asili nido, mense scolastiche, esenzione ticket sanitari, diritto allo studio universitario, edilizia pubblica, assistenza agli anziani, ecc.), tenendo conto non solo dei redditi dichiarati al fisco ma anche del patrimonio mobiliare e immobiliare del nucleo familiare di appartenenza, non avesse una aberrante funzione punitiva ma andasse davvero a stanare le incongruenze.
Riferisce il Cer, Centro Europa Ricerche, che a dieci anni dalla sua introduzione l’Isee ha raggiunto una diffusione molto ampia, arrivando a coinvolgere nel 2009 circa 5,8 milioni di famiglie per un complesso di 17,3 milioni di individui, il 28,8% della popolazione italiana (una percentuale che sale al 49% nel mezzogiorno). Ma purtroppo, il versante dei controlli è il punto più debole dell’intera architettura dell’istituto condizionando la capacità selettiva dello strumento nei confronti del fenomeno dell’evasione.

Se i risultati sono insoddisfacenti, le informazioni e gli strumenti offerti dall’Isee, secondo il Cer, sono una realtà e potrebbero essere utilizzati per dare impulso alla più generale lotta all’evasione fiscale.
Ma come si diceva ci vuole volontà politica e a seconda di chi tiene in mano il coltello c’è il rischio invece di colpire i falsi poveri, di dare addosso ai poveri veri quelli che non possono evadere nemmeno dalla galera dell’indigenza.

lunedì 21 novembre 2011

I Monti di pietà


di Anna Lombroso


Mi secca,mi urta, mi irrita. Ma soffro la stessa malattia del capitalismo, siamo demoralizzati.
Per quanto mi riguarda, demoralizzazione, come sul vocabolario, vuol dire perdita di fiducia in se stessi e negli altri, abbattimento, frustrazione. Per il capitalismo come da tradizione potente e prepotente, arrogante e autoreferenziale, vuol dire perdita della morale, dismissione di ogni regola di condotta, anche di quelle funzionali all’economia.
E sono preoccupata, perché se per quanto mi riguarda può significare, disillusione, diffidenza, paura e disincanto, per quanto riguarda il capitalismo significa rinuncia a ogni standard di onestà, di autocontrollo, di rispetto dei limiti, a costo di un vortice sempre più profondo e buio di rapacità e iniquità.

C’è poco da stare allegri, anche per via di un infecondo quanto giocondo abbandonarsi al cinismo come moderna declinazione del realismo, se l’illuminato Scalfari scrive che l’equità sarà il “lubrificante” del rigore e del contenimento della spesa, se il presidente del consiglio si prodiga in nome dei giovani condannandoli alla Gelmini, se come dice il Simplicissimus si vuol curare l’Europa malata di liberismo con la malattia. Perché non si è certo disfattisti se si osserva che le ricette del liberismo e della turbo finanza non devono essere così efficaci per i popoli, se a fronte dei un debito pubblico formidabile l’Italia è il Paese occidentale che registra più disuguaglianze e uno stato sociale sempre più impoverito e inadeguato.

E succede paradossalmente che nazioni demoralizzate scelgano i governi che corrispondono meglio all’illusione di allearsi con il capitalismo senza morale e senza scrupoli, sperando di salvare il poco che hanno. Istanza illusoria appunto perché se all’enorme volume di attività finanziarie non corrispondono attività reali, si producono un circolo vizioso inflazionistico e inevitabili effetti recessivi, con una ridistribuzione perversa delle risorse.
E con un messaggio simbolico di tremenda iniquità: i giocatori d’azzardo non devono i loro guadagni al lavoro ma alla fortuna di pescare il jolly, all’astuta gestione delle carte, a un sistema truccato con l’aiuto di politiche monetarie che escludono dalle loro contabilità l’inflazione finanziaria, insomma a un meccanismo con pochi rischi, che non crea ricchezza reale e favorisce immaterialità e instabilità.

Si sono demoralizzata, perché non c’è niente di dietrologico o complottista nell’aver paura del peso bancario nei governi, se in barba ai conflitti di interessi si attribuisce ad esso una potenza salvifica. Grazie all’abnorme espansione finanziaria sono le banche a aver riacquistato egemonia a danno degli Stati nella creazione di “moneta”. E la moneta non è la terra, non è il grano, è una tremenda aleatoria convenzione e quando il gioco di prestigio di estrarre sangue da una rapa, o reddito da un capitale virtuale, si fa rischioso, allora il valore scende e, per dirla con Galbraith, gli stolti sono separati dal loro denaro.
Il capitalismo diventa più ebbro di accumulazione e profitto, quindi più cieco e forse più autodistruttivo. Ma i poveri diventano più poveri. I ricchi più ricchi. E i Paesi meno democratici.

martedì 15 novembre 2011

Contro Silvio a colpi di Fiorello


di miss Apple

Fiorello Rosario, show man delllo showbiz italiano non piace alla sinistra: non si dichiara, non si espone, non si schiera. E allora diventa berlusconiano. Chi non si dichiara è di destra anche se fa battute non proprio leggere sull’ex premier.
Ieri sera ho visto lo spettacolo di Fiorello, devo dire che era molto sotto tono rispetto alle serate messe in onda da sky, un anno fa, ma la forma c’era, e il talento pure.
Ha parlato delle dimissioni di Berlusconi, ovvio. come non approfittare dell’argomento del momento? E ci è andato giù pure pesante, ha fatto battute piuttosto pungenti, credo che abbia pure superato Crozza, in vari momenti. ma lui non ha l'investitura di satirista politico, no. Lui è un ex animatore di villaggi turistici -cosa c’è di male, poi, nel lavorare a sedici anni in un villaggio turistico, ancora non so.
Lui veste Armani, si presenta elegante. lui era amico di Mike Bongiorno, ha tutte quelle cose che fanno pensare a lui come ad uno yes man.
Ieri ho visto un buon spettacolo, non bellissimo, ripeto, ma divertente. Fiorello non è Crozza, strana gente quella della sinistra italiana: tollera Travaglio (uomo di destra, ma parla di Silvio) e non capisce quanto sia irriverente una battuta su Berlusconi, la via Salaria e il culo della Merkel.
Pazienza, non sarò di sinistra nemmeno io. Me ne farò una ragione

domenica 13 novembre 2011

Per Monti e valli di lacrime

di Alberto Capece Minutolo

Ci sono persone che quando non sono d'accordo con te ti invitano a leggere ad approfondire: uno sprone gradito fino a che non scopri che le letture invocate non sono altro che un coacervo di articoli di riviste più o meno interessanti e di informazioni di seconda mano, di opinioni interessate che non vengono mai confrontate con i testi originali e con le idee, le teorie di fondo sulle quali si appoggiano . E' la cultura di oggi in cui scrittore e lettore, emissario e destinatario sono complici di un bluff, consapevole o meno.

E' un problema di fronte al quale mi sono trovato di fronte proprio in questi giorni di avvento del commissario Monti e di liberazione da Berlusconi per mano della Bce. Personalmente è un periodo che vivo malissimo per la  dicotomia tra una speranza finalmente realizzata e il modo imprevedibile e negativo in cui si è realizzata. Di Monti sappiamo quasi tutto: della sua appartenenza  al cuore del pensiero neoliberista e finanziario ai suoi trascorsi europei di cerbero antitrust, forse è sfuggito solo il suo ruolo di advisor della Coca Cola: lo sappiamo a tal punto che si è verificato un singolare, demenziale e insincero scambio di ruoli tra la destra e la sinistra. La prima liberista da sempre, da sempre a tutela dei privilegi di pochi, favorevole all'evasione e alla mancanza di regole ora grida alla perdita di sovranità e all'uomo nero della finanza che ha scalzato Silvio, la seconda invece plaude all'uomo che farà esattamente ciò contro cui la sinistra si batte.

Ma chi è in realtà Monti al di là delle cose dette e stradette in questi giorni? Può darsi che le nostre impressioni siano tagliate con l'accetta e sostanzialmente sbagliate? Così ho voluto andarmi ad approfondire l'unica ricerca in campo economico per cui l'uomo è conosciuto al di là delle sue cariche accademiche e delle sue attività bancarie da una parte e dall'altra dell'atlantico. Si tratta del modello Klein Monti, che studia il comportamento di una banca in regime di monopolio, una condizione astratta e ideale come quelle che spesso gli economisti inseguono per trovare il nocciolo dei meccanismi più basilari. E' probabilmente un tipo di approccio che ha fatto il suo tempo, (questa è un' opinione personale), ma non per questo poco significativa del paradigma culturale in cui esso nasce. Tranquilli non voglio affliggervi con la matematica, peraltro facile, che il modello Klein monti comporta, né deliziarvi con considerazioni specialistiche, ma solo con la tendenza di fondo che esso esprime. Vi chiedo soltanto un po' di attenzione.

Naturalmente una sola banca senza alcuna concorrenza si trova a gestire prestiti e depositi in modo ottimale per la massimizzazione del profitto. Ora Lawrence Klein e Mario Monti suppongono che le condizioni di liquidità, il controllo professionale dei rischi e in alcuni casi la presenza di un'assicurazione contro di essi, rendano di fatto impossibile il fallimento. Dunque i clienti che depositano i loro soldi non corrono alcun rischio e perciò possono essere remunerati con interessi assai minori rispetto a quello praticato sui prestiti. A questo si aggiunge il possesso di titoli che serve come massa finanziaria per aumentare l'attivita di credito.

Da questa astrazione passiamo alla realtà che è più complicata, piena di agguati e dove i rischi esistono. Cambiano di molto le cose? In realtà no perché il modelo Klein Monti oltre a essere un'ipotesi di studio, è soprattutto un auspicio, una weltanschauug creditocentrica, un dover essere della finanza. Se è'vero infatti che la banca ideale monopolista ha probabilità nulle di fallire, anche per quella reale questa possibilità è remotissima visto che, come è accaduto in questi anni, sono gli Stati a fare da paracadute per le banche. Esse possono quindi non solo ottimizzare la differenza tra interessi sui depositi e interessi sui prestiti, ma sono anche abilitate a creare denaro per ulteriori prestiti tramite titoli che non sono altro che la scommessa di rischio sui prestiti: questo è alla fine il meccanismo perverso dei junk bond che si basa appunto sul presupoosto che nesuno lascerà davvero fallire gli istituti di credito.

La carriera di Mario Monti parte dunque dal modello della banca ideale per passare poi alla gestione di quei meccanismi di imperio della finanza che rendono "ideali" anche le banche reali, comprese quelle teoricamente fallite, ma sostenute dai soldi pubblici. Se così non fosse, se depositare i soldi in un istituto di credito costituisse un rischio tangibile allora il singolo che "presta" i soldi alla banca dovrebbe essere remunerato con interessi vicini a quelli che la banca fa a coloro cui presta denaro. E' anche per questa ragione che i governi inglese e olandese hanno indenizzato al 100% i propri cittadini rimasti coinvolti nel crack delle banche islandesi, pur essendo queste istituti del tutto privati e pur essendo i malaccorti investitori consapevoli dei rischi di mercato. La stessa cosa non sarebbe di certo accaduta se il valore di quei titoli spazzatura fosse semplicemente evaporato dentro la crisi finanziaria, senza implicare il fallimento degli istituti di credito che li avevano creati e distribuiti.

Questo meccanismo che non si applica nè alle imprese, né alle società quotate e tantomeno ai singoli non prevede tuttavia l'inverso: se la banca di fatto non fallisce grazie al prestatore di ultima istanza e cioè allo Stato o meglio ancora ai suoi cittadini che producono valore lavoro, non è così per lo Stato stesso dal quale si pretende che abbia sempre i conti in ordine non essendoci alcuno, se non altri Stati, a poter intervenire in caso di fallimento. Abbiamo insomma un modello ideale che descrive l'universo dei rapporti finanziari nel mondo liberista, la spiegazione della teoria dello stato minimo, dell'aggressione al welfare considerato come spreco e insomma la visione della società non come corpo complessivo con le sue dinamiche, ma come agglomerato statistico di singoli. Una visione che si è voluta rendere concreta attraverso le diverse ideologie o sub culture che predicano il frazionamento corporativo, sessista, aziendale, familiare, di clan o semplicemente singolo dei diritti.

Non c'è altro motivo per ritenere il debito degli stati così pericoloso per l'economia se non andasse a toccare proprio questa rete di sicurezza "pubblica" della finanza privata da cui le banche traggono i loro pingui bilanci  e se non mettesse in pericolo l'espansione del credito finanziato con i titoli di Stato. E questa non è un'opinione, ma la semplice realtà: il boom economico americano ed europeo del dopoguerra si generò in presenza di debiti che andavano dal 600% del Pil della Germania, al 400% dell'Italia, al 290% della Francia e al 180% degli Usa. Questo, tanto per la cronaca, a fronte di tassazioni che arrivavano da tutte e due le parti dell'Atlantico al 90% sull'aliquota superiore.

Nel 1773 Amschel Rothschild diceva: "Mi si consenta di emettere e controllare la moneta di una nazione e non mi preoccuperò affatto di chi emana le leggi". Ed è questa in effetti la filosofia che sta dietro al modello di Klein Monti e all'europeismo a tutta prova del premier designato e del circolo di trilateristi, uomini di banca, giuslavoristi e tecnici che si affollano al capezzale dell'Italia: che la moneta unica è già tutta la politica possibile per l'Europa perché la finanza e la moneta sono la politica. Certo quando Rothschild diceva quelle cose mancavano ancora 16 anni alla drammatica chiusura della sala della Pallacorda e alla succesiva presa della Bastiglia, la Kritik der reinen Vernunft sarebbe uscita 8 anni dopo, Hegel aveva 3 anni, Marx sarebbe nato 45 anni dopo, era difficile immaginare l'esplosione dei diritti e delle rivoluzioni che non hanno reso la vita facile al capitalismo monetario. Quindi oggi è bene preoccuparsi che le leggi le faccia chi già gestisce la moneta, se non altro quando questa è in pericolo.

E del resto passando da Rothschild a un altro magnate più moderno, quel David Rockfeller fondatore della Trilateral e del gruppo Bilderberg sappiamo che:"Il mondo è pronto per raggiungere un governo mondiale. La sovranità sovranazionale di una elite intellettuale e di banchieri mondiali è sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale praticata nei secoli passati." E ancora: "Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è la "giusta" crisi globale e le nazioni accetteranno il Nuovo Ordine Mondiale.
Non riusciremo mai a ringraziare abbastanza Berlusconi e la classe dirigente avida e mediocre di questo Paese per averci concesso l'onore di essere la cavia ufficiale.

sabato 5 novembre 2011

Alluvioni di affari


di Margherita Nikolaevna

Una bizzarra turba di ansimanti/ alberi, siepi alla deriva/ e case in fuga nei fiumi/ è ciò che videro i vivi: con queste parole Montale traduceva la Tempesta della Dickinson, dando ai versi dell’inquieta poetessa vestita di bianco l’impeto dell’evento eccezionale. Il fatto è che eccezionale la tempesta non è più: non solo come turbolento fatto atmosferico, bomba d’acqua in lotta tra il calore anomalo della terra e il primo freddo autunnale, ma soprattutto come disastro ambientale.

Solo negli ultimi due anni il bilancio delle vittime delle alluvioni in Italia è stato pari a un bollettino di guerra: quasi 70 morti distribuiti in modo diseguale tra Sicilia, Campania, Lazio, Toscana, Marche, Romagna, Veneto e Liguria (proprio la Liguria di Montale). Sono morti senza pace, spesso senza corpo. Con impressionante frequenza si ripete lo stesso copione di soccorsi, gare di solidarietà, protezioni civili, primi cittadini, presidenti operai, ministri, professionisti della sofferenza (Nicola Valletta li avrebbe definiti fascinatori), esequie solenni con applausi alle salme, promesse finali – puntualmente astratte – di interventi radicali e fondi straordinari.

Colpisce, in questa catena seriale di sciagure naturalistico-mediatiche, il dibattito sulla prevedibilità dell’evento: come se l’imprevedibilità di un’alluvione potesse rendere tollerabile la mancanza di una politica di conservazione del territorio, di una lotta sistematica all’abusivismo endemico, di un apparato di soccorsi che non collassi alla prima emergenza per carenza di mezzi. Curiosamente, l’incapacità italica di prevedere i disastri si accompagna al talento di trasformare la ricostruzione in affari lucrosi, come è avvenuto dopo il terremoto dell’Aquila con la creazione inutile di quelle stesse new towns che Bertolaso tentò di imporre – invero con scarso successo – agli alluvionati di Messina.

Altro fenomeno perverso (non atmosferico ma antropologico) è quello delle alluvioni verbali collegate a quelle reali. Libero ha dato la colpa della furiosa tempesta di Roma a Rutelli e Veltroni, tutti “feste e notti bianche”. Matteoli, di fronte al disastro ligure, è riuscito a dichiarare come l’ispettore Clouseau “è molto peggio di quanto immaginavo”. D’altronde solo pochi mesi fa il vicepresidente del CNR Roberto De Mattei, estendendo la nostra accezione personale di disgrazia, dichiarava a Radio Maria – a proposito dei terremoti – che le grandi catastrofi sono una voce paterna della volontà di Dio, che ci richiama al fine ultimo della nostra vita. Laicamente parlando non c’è scampo: se Dio è ostile, entra in campo la Protezione civile…
Due anni fa la Sicilia sembrava immersa nelle atmosfere di Carver: il presidente della Regione si faceva fotografare sorridente sulla tomba di fango con un elegante giubbotto di camoscio non particolarmente adatto alla circostanza. Adesso lo stesso presidente, indagato per mafia come il suo predecessore, tace sulla messa in sicurezza delle zone alluvionate ma intende ricostruire il tempio di Giove a Selinunte (con sacerdoti assunti direttamente dalla Regione?). Forse le nuvole non potranno essere fermate, ma gli uomini sì.

giovedì 3 novembre 2011

La ruota della fortuna


di Anna Lombroso

Ho sempre pensato che un ingrediente indispensabile per un leader sia la fortuna. Così come per una brillante carriera. E penso anche per certe nazioni, quelle ad esempio toccate da una sorte benevola che le ha risparmiate dalla guerra in casa, non esonerandole dal condurla fuori. Perché la fortuna non rende comprensivi di chi non la possiede o non ne è accarezzato. Anzi, rende, si direbbe, implacabili e irridenti della scalogna, sprezzanti delle disgrazie, dimentichi della propria inazione nel conseguire il successo. Così il fortunato resta sorpreso e risentito quando la dea si gira da un’altra parte e si innamora di un altrettanto immeritevole.

Si me li immagino così come pugili suonati: Berlusconi che starà contrattando una uscita politica e giudiziaria incruenta, spaventato dal troppo tempo libero che lo aspetta a meno che Putin non gli regali una provincia dell’impero; Draghi banchiere gaté vezzeggiato all’estero e osannato in patria che tenacemente e pervicacemente aveva perseguito la sua profezia auto avverante e che ora si trova malsopportato in Europa, inutile in Italia, impotente nella tanto amata globalizzazione, incompreso perfino dagli indignados. Per non parlare di Tremonti, la cui speranza doveva farci paura molto prima del fortunato bestseller e che aveva costruito un’aspettativa sul sortilegio di una discreta educazione, di amicizie altolocate nella finanza audace e rapace, di una provvidenziale erre moscia che lo collocava tra i ragazzi bene rispetto ai maleducatissimi giovinastri del governo, della possibilità di dire sciocchezze infami in due o tre lingue. E soprattutto di una gran buona sorte.

Uniscono i fortunati oltre a un destino favorevole, l’ingratitudine e la spietatezza. Un’avida e implacabile determinazione ad arrivare che li ha resi protagonisti e motori della rovina di molti, anche attigui, amici, sodali, per il proprio bene e interesse personale, che li ha resi ciechi davanti alla possibilità che l’onda malefica sulla quale avevano soffiato come un vento potentemente crudele, potesse travolgere anche loro insieme a noi.
E li accomuna anche una disconoscenza smargiassa nei confronti di chi li ha aiutati, compresa la fortuna. Perché appena “arrivano”, appena si realizza la loro ambizione sotto forma di successo , denaro, ruolo primario nel film, vincita all’enalotto, immediatamente si convincono e voglio persuaderci che è merito della loro dotazione di bravura, competenza, intelligenza, creatività. Unite a una laboriosità, eccezionalità e potenza che a volte permettono loro di governare a tempo perso.

Personalmente sono invece equipaggiata di una certa radiosa dabbenaggine che mi fa ritenere di essere fortunata. Una convinzione che mi rende piena di gratitudine nei confronti della vita, della bellezza, del sapere e di chi amo e mi ama, estendendo i miei sentimenti un buon numero di persone.
Ma mi hanno fatto essere risentita oltre che incollerita. E gradisco che certi immeritevoli fortunati siano nella polvere. Sorte toccata a virtuosi, a eroi fieri o miti, a anime semplici nelle quali magari per un momento rifulse la virtù e che ne hanno fatto dono agli altri, insomma a testimoni dell’agire umano quando è ispirato dalla generosità, dalla fiduciosa solidarietà. Anche loro dovevano misurarsi col volto capriccioso e incostante della fortuna. E per noi laici è anche confortante collocare in una posizione secondaria la presenza nel mondo della provvidenza , disegno divino indirizzato consapevolmente a un fine o a un risultato da consumare post mortem, mettendo in primo piano il combinarsi di forze puramente casuali, accidentali, svincolate da ogni finalità trascendente.

Ma i nostri unti della sorte pensano che Machiavelli sia un autore di riferimento per l’esercizio sfrontato del cinismo e del disincantato pragmatismo. Eppure li avrebbe resi avvertiti che l'uomo può fronteggiare vittoriosamente la fortuna, arbitra solo della metà delle cose umane. Perché sul resto si devono “regolare” gli uomini, semplici cittadini o principi, meglio se virtuosi. Ecco è qui che manca la materia prima, non sappiamo se siano uomini, non sono cittadini, meno che mai principi. E l’unica virtù che conoscono risiede nell’aver resi pubblici i loro vizi.

lunedì 31 ottobre 2011

Folengus impudentem assessorem svergognat

di Alberto Capece Minutolo

I nostri tempi almeno in qualcosa sono generosi: ottusità e idiozie sgorgano come da una polla incontaminata dall'intelligenza, dal gusto, dalla sensibilità. Insomma da quelle terribili fonti di inquinamento del nulla che sono le idee e l'informazione. Così non stupisce che si arrivi a vertici di imbecillità mai prima raggiunti e dimostrazioni di ignoranza che si denuda oscena fra gli applausi. L'assessore al turismo di Mantova si è scagliato persino contro le celebrazioni di Virgilio, il poeta mantovano per eccellenza, arrivando a dire che era meglio onorare Teofilo Folengo perché il poeta dell'Eneide era un traditore:  "se n'è andato a Roma, in Calabria, infine a Napoli, dove è sepolto. Ci ha traditi".

Certo l'assessore Vincenzo Chizzini è un leghista e di conseguenza fa un po' di fatica a superare l'età mentale di 7 o 8 anni, le sue dichiarazioni sarebbero da accogliere con la simpatia che destano certe assurdità bambinesche, se non fosse che per dirle percepisce sui tre mila euro al mese, extra esclusi. Però non è che voglia perdere tempo a parlare di imbecilli perché è anche peggio che smacchiare leopardi. La cosa che mi interessa è che il ripudio di Virgilio, giustamente messo alla berlina da alcuni giornali, ha finito per rivelare una straordinaria abulia della conoscenza.

Onorare Folengo al posto del traditore Virgilio non è soltanto assurdo in sé, ma è anche ridicolo sullo stesso piano grottesco dell'assessore, cosa che tuttavia nessuno ha notato. Folengo infatti, lasciò Mantova nell'adolescenza senza mai farvi un ritorno stabile; per qualche anno tentò composizioni poetiche di imitazione virgiliana, senza ottenere alcun successo. Poi, spogliatosi dell'abito da monaco benedettino per Girolama Dieda, una donna piena di intraprendenza, cominciò a girare dappertutto, guadagnandosi la vita grazie alla sua capacità di improvvisatore in versi. E in questo suo mestiere di poeta da osteria, mise a frutto le impressioni e le suggestioni del'ambiente padovano e bolognese dove già c'era qualche esempio di stile "macaronico". Non avendo avuto successo nell'imitazione di Virgilio si mise a deformarlo versificando in un latino tutto intriso di italiano e in un italiano tutto tessuto sul latino. Nacquero così le Maccheronee diverse composizioni stampate sotto il nome di Merlin Coccaio o Limerno Pitocco. Il poema più noto di questa serie è il Baldus che narra le avventure e le disavventure del paladino Rinaldo, che singolarmente non ha parte nei cicli carolingi, ma è una figura che ha ispirato molto gli italiani dall'Ariosto al Tasso, forse per la sua farragine emotiva.

Comunque Folengo fu un uomo per così dire itinerante, una specie di zingaro  che trovò una relativa pace solo per un breve periodo a Venezia come precettore dei figli di Camillo Orsini, ma soprattutto in Sicilia dove si fermò per un buon numero di anni, finalmente rasserenato dalla benevolenza del vicerè e tranquillo dentro un monastero. Solo nel 1544 tornò la nord, vicino Bassano del Grappa dove morì lo stesso anno..
Dunque anche Folengo fu un traditore come Virgilio, come Virgilio scrisse prevalentemente in latino anche se nelle sue opere più famose lo mischiò ai vari volgari del nord. E come Virgilio visse pochissimo tempo a Mantova passando il tempo migliore della sua vita nel profondo sud.

Certo questo non può saperlo l'assessore Chizzini che - sono disposto a scommetterci qualunque cosa -  non è in grado di intendere una sola riga di Folengo. Però magari qualcun altro poteva accorgersi del fatto che anche l'autore delle Maccheronee era un traditore come Virgilio. Chissà forse Mantova non è una città per poeti, ma per assessori ignoranti come capre da qualche millennio. Ma ormai di fronte alle fesserie che sussurrano come vento tra le canne c'è quasi una rassegnazione, un atteggiamento passivo, una sorta di inquieta resa alla castroneria che non riesce nemmeno ad accendere la curiosità..

Per cui non mi rimane che dedicare all'assessore al turismo e all'intera giunta alcuni versi di Folengo, che nonostante tutto forse saranno in grado di intendere:


In lombardorum tandem venere pianum:
passant Milanum, Parmam, camposque resanos,
et cortesam urbem, quae Mantua dicitur, intrant,
Mantua mantois quondam fabricata diablis.
Tunc ea languebat sub iniquo pressa tyranno,
nomine Gaioffo poltrona e gente cagato.

domenica 30 ottobre 2011

Silvio e la Chiesa di cartapesta


Questo è uno dei bozzetti presentati per la prossima sfilata del carnevale di Viareggio. Berlusconi santo subito attorniato da vescovi  benedicenti e osannanti per motivi più che terreni. E' certamente l'idea più incisiva tra quelle presentate finora le quali navigano dentro una satira così ecumenica e blanda da essere reticente.
Ma insomma anche uno su 11 ci offre speranze per uno sguardo più libero, meno ansiosamente preoccupato di non nuocere troppo, Gli italiani si stanno svegliando e  stanno soprattutto spezzando le catene opprimenti dell'autocensura?
Magari, il bozzetto infatti è l'unico presentato da due francesi:  Gilbert Legibre e Corinne Roger, che pur abitando in Toscana, operano nel campo della scenografia e degli allestimenti in tutto il mondo. Purtroppo le nostre scenografie sono assai più modeste e invece di denunciare l'anacronismo delle santità comprate, si dedicano alla cartapesta della Leopolda.

sabato 29 ottobre 2011

Il Tiranno patrimoniale


di Anna Lombroso

Pertinente al Coglionario italiano de il Simplicissimus, ma ancora più adatta a una rubrica, “Sfrontatezze”, che rischierebbe però di diventare monotematica, la dichiarazione del presidente del consiglio di ieri può modernizzare il motto che Longanesi voleva apporre sulla bandiera: tengo famiglia. Lascerebbe se non pensasse al paese, alle aziende alla famiglia. Paese è un termine generico e se pensasse agli italiani forse invece farebbe il fatidico passo indietro.
Non ha parlato dello Stato o delle istituzioni, perché si sa che il termine aziende e famiglia per lui sono termini onnicomprensivi, e in fondo si tratta di sue proprietà.

C’è un famoso dialogo tra Senofonte tra Gerone I°, tiranno di Siracusa e il poeta Simonide riportato da Leo Strauss e Alexandre Kojève nel loro “Sulla Tirannide”, volumetto di Adelphi, molto istruttivo, proprio perché mette a confronto la vita dell'uomo pubblico e quella del cittadino comune e i rispettivi piaceri e i rispettivi dolori; la dipendenza del tiranno e l'indipendenza del saggio dall'ammirazione degli altri; il peso, per l'uno e per l'altro, dei piaceri del sesso e dei piaceri dell'onore; l'inquietudine e la paura che il tiranno prova per la saggezza e per la sua irriducibilità alla misura del potere.
Gerone dice: non ho nemmeno la possibilità di ritirarmi a vita privata, perché sarei inseguito da tutti coloro verso i quali ho commesso soprusi. Posso solo scegliere di sparire.

Si , anche le tirannidi non sono più quelle di una volta: rischiò di perdere il trono dopo due anni dalla successione ma lo salvò appunto il sostegno del poeta Simonide - non Bondi. Rifondò Catania – non Milano 2. Era un atleta e un mecenate: Eschilo, Pindaro – non Zanicchi o Apicella, trovarono ospitalità presso la sua corte e ne esaltarono le doti. Era succeduto al padre, che non è una garanzia, ma è meno ignobile che “scendere in campo” per fare affari e salvarsi dalla galera.
Mentre oggi chi viene eletto è sopra la legge, per restare nei classici assistiamo alla esaltazione della antitesi di Aristotele tra governo delle leggi e governo degli uomini, che fa sì che chi detiene il potere produca le leggi che gli fanno comodo. La differenza tra queste due concezioni di democrazia che oggi albergano, fronteggiandosi troppo poco, in Italia è che una corrisponde alla democrazia liberale – ed è una conquista delle due Rivoluzioni, francese e americana –; l’altra mira a una soluzione autocratica. Berlusconi non a caso si presterebbe solo a subire il giudizio dei ‘pari’: Lui può essere giudicato solo dagli eletti in Parlamento e non dai magistrati.

La cosiddetta anomalia italiana risiede anche nel superamento delle differenze tra "personalizzazione della politica" e "personalizzazione della leadership politica" (o "del potere" come ancor oggi alcuni preferiscono scrivere) che caratterizzava le democrazie a lungo incentrate nei partiti di massa quali soggetti collettivi della politica, come da noi.
Il tiranno nostrano ha accelerato e utilizzato l’indebolimento dei partiti e del rapporto fra elettori, parlamento e assemblee locali, autoproclamandosi nel generale silenzio complice, principale riferimento “personale”. Imprenditore di se stesso, ha vinto come persona, gestisce autonomamente la propria condotta di "rappresentante", avendo come vero riferimento non il partito ma la sua persona (valori, interessi) e, quindi, il suo elettorato che gli "appartiene" e che condiziona, compra, vende, in una opaca egemonia individualista che corrisponde bene alla personalizzazione della politica, e la nutre anche grazie all’occupazione della comunicazione e in particolare della tv.

Non facciamoci illusioni, grazie a questo processo che è anche di privatizzazione, ridono di lui ma ridono anche e soprattutto di noi che ci siamo fatti corrompere, che siamo diventati merce, che lo subiamo. Che gli lasciamo dire che lui è un leader preposto al governo in base alla fiducia popolare e che su questo equivoco ha basato il suo monocratico esercizio proprietario, il suo padronato, nel partito, nato come "partito del leader", ma nelle istituzioni pubbliche nello Stato, nelle regole costituzionali che manomette come fossero il suo azionariato. Dando concretezza alla profetica immagine di Weber di un governo del leader assistito da consiglieri, che dovremmo più propriamente chiamare “consigliori”.
Mai come oggi dobbiamo demistificare la legittimità del suo riferirsi al voto popolare.

La libertà delle elezioni per prima è opinabile. Non occorrono speciali strumenti interpretativi per dire che non si sono svolte su un terreno uniforme: Berlusconi è il rappresentante su scala mondiale di un ristretto gruppo di attori politici emergenti soprattutto dal settore delle comunicazioni, al servizio di una economia anch’essa sempre più immateriale, che hanno sfruttato le loro formidabili risorse finanziarie e mediatiche per distorcere e pilotare il processo democratico.
È un leader patrimoniale guidato unicamente da impulso all’accumulazione, ambizioni familiari e di gruppo, inossidabile convinzione del proprio valore.

Il conflitto o il concorso di interessi ha invaso il campo dello stato e del governo attraverso la politica e le istituzioni ibridando entrambe con misure economiche e finanziarie protette e finalizzate, con una dotazione illegittima di finanza e potenza comunicativa che moltiplica e ingigantisce il potenziale di controllo improprio, di consenso disuguale, di dominio privilegiato.
E i voti conquistati mediante l’imposizione esplicita ed assertiva di modelli di consumo e culturali, abbiamo il dovere di riprenderceli indietro come una merce guasta, come un bene contraffatto. E dobbiamo riprenderci anche i quattrini sottratti indebitamente all’interesse generale da lui e dai suoi alleati. E riprenderci la dignità e la cittadinanza, consegnandolo alla “sua” famiglia, perfino quella trattata in modo disuguale, alla giustizia vilipesa, al breve futuro che lo aspetta e che si merita peggiore del nostro che ha offeso e impoverito.

domenica 23 ottobre 2011

I cimiteri online: non fiori, ma una mail


di Margherita Nikolaevna 

A pochi mesi dalla morte – reale o immaginaria, comunque leggendaria – di Osama Bin Laden, le immagini dell’esecuzione di Gheddafi riaprono la questione della morte ai tempi di internet. Bando però alle riflessioni socio-antropologiche sulla crudezza del tirannicidio e sulla barbarie contagiosa che fatalmente lo determina, oltre che sulla nostra voluttà di guardare immagini orrende da cui derivi catartico orrore. Il fatto è, piuttosto, che - come in un film di Ingmar Bergman – la signora con la falce (a cui qualche maligno esponente dell’attuale maggioranza parlamentare associa anche il martello) è sbarcata in rete silenziosa e grottesca, trovando finalmente filo da torcere: perché sulla rete vita e morte si confondono, fino a smentire Pessoa quando diceva che i morti non possono essere visti.

Oggi tutto può essere visto. I maggiori cimiteri italiani hanno il loro sito web, variamente articolato secondo le caratteristiche peculiari dell’area di appartenenza geografica. A Palermo, dove Gogol e Pirandello si intrecciano, le salme che...richiedono la tumulazione dopo le ore 13 vengono condotte (in punizione?) al deposito: nulla di preoccupante, del resto, nella città in cui il 50 per cento dei posti auto è intestato ai defunti, che affrontano anche oltretomba l’inquietante problema del traffico e della puntualità.
Nell’efficientissima Torino, invece, il sito cimiteriale vanta il suo motore di ricerca dei trapassati per evitare inutili perdite di tempo a vivi sempre più frettolosi e tecnologici, pronti a cercare luoghi e loculi con lo smartphone.

Nella pragmatica Milano ci si preoccupa delle esigenze dei vivi, indicando nei vari settori l’ubicazione delle toilettes e precisando in modo crudelmente sublime che non esistono in zona telefoni pubblici.
Laddove però la morte sbarca in modo sorprendente è nel territorio dei social network, dove esistono pagine cui si può accedere – come utenti, per dir così, “registrati” – solo dopo il passaggio estremo. Le imprese che gestiscono questi siti parlano di un nuovo target da offrire alla clientela a scopi informativi e consolatori, a ulteriore conferma del momento infelice attraversato dall’intera categoria degli imprenditori negli ultimi anni.

Il necrologio online ripropone, oltretutto, i sempiterni dubbi semiseri sulla sua opportunità: al di là dell’uso di frasi pompose (tipo sic transit gloria mundi) o desolatamente banali, l’elogio funebre è un genere letterario assai insidioso. Da ragazzina ho ammirato per anni la pubblicazione dell’avviso dell’anniversario della dipartita del cavalier Felice Trapasso, immaginandolo come un uomo sollevato in vita dall’imponderabile problema del dopo. Adesso sbarca anche su internet la surreale frase “serenamente come visse, è deceduto”, che pone problemi ontologici di non poco conto: può essere la morte serena come la vita o non è piuttosto vero il suo contrario? In entrambi i casi, meglio porsi la domanda il più tardi possibile…

mercoledì 19 ottobre 2011

L'Arena del diavolo


di Anna Lombroso

Troppo facile dire che è colpa del Sindaco Tosi, peraltro inviso perfino al suo partito. Ma pare che Verona abbia il primato del numero degli esorcisti, necessari, secondo il più autorevole di loro, don Gino Oliosi, rettore di Santa Toscana e amico di don Luigi Giussani, per portare assistenza e aiuto a indemoniati e timorosi del maligno che proprio a Verona sembrano essere numerosi e in continua crescita. Pare che i cittadini veronesi, a detta della Curia, siano particolarmente esposti alla soggezione al demonio o a temerne il dominio.

Certo la paura circola in questo secolo minaccia di essere ancora più breve e carico di fermenti del precedente. Paura che all’inquietudine si aggiungano orrende mostruosità già sperimentate di quelle che la storia senza sorprese ci ripropone. La recessione ha coinvolto le economie nazionali si sta diffondendo come un virus e ha come vettore i flussi del capitale finanziario. Se è impossibile prevedere le coordinate della diffusione del «contagio», è invece accertato l’aumento dell’incertezza e della precarietà, che a loro volta alimentano la paura, il sentimento dominante nelle società capitaliste da quando il neoliberismo ha preso il posto del welfare state e si guarda al futuro come a un precipizio oscuro e non come a una promessa.
Se il Leviatano era che il necessario mostro posto a guardia del vivere in società, lo stato sociale doveva porre la società al riparo delle tendenze distruttive dell’economia di mercato. La pace alla fine della seconda guerra mondiale doveva segnare per il pingue Occiente il periodo in cui la paura viene «addomesticata», attraverso una relativa stabilità del lavoro, la possibilità di accedere a un servizio sanitario nazionale, e affrontare l’«autunno» della propria vita con relativa tranquillità grazie alla pensione programmando ragionevolmente il proprio domani. E doveva intervenire allorché impreviste contingenze - un terremoto, un’inondazione o altri disastri dovuti alle manipolazioni aberranti dell’uomo sulla natura potessero essere affrontate. Ultimamente sismi catastrofi nucleari in una sinistra coincidenza con l’erosione dello stato sociale e con l’impoverimento della coesione e della solidarietà, hanno scatenato i mostri dentro di noi, gli spettri della paura, dell’insicurezza, la dimensione effimera e pericolante della nostra esistenza, svelando tabu e evocando minacce e pericoli ancestrali.

La paura delle società opulente con la conseguente paralisi del «fare» è la mancanza di previsione sia che si tratti della perdita del lavoro che quella di una persona cara; o la corrosione dei privilegi, quando il fragile equilibrio conquistato o ereditato è messo a rischio dall’irruzione sorprendente di elementi o soggetti estranei, gli «stranieri», una presenza percepita come aliena e nemica; o l’inadeguatezza a fronteggiare gli effetti dell’azione umana sulla natura, che torna a mostrare il suo volto ferigno. Ma soprattutto la paura di aver paura con tutto il sinistro dizionario di voci, la tassonomia di sentimenti che si accompagnano ad essa: disincanto, cinismo, opportunismo, viltà, accidia e rancore.

La vita è ormai diventata una lotta, lunga e probabilmente impossibile da vincere, contro l’impatto potenzialmente invalidante delle paure, e contro i pericoli, veri o presunti, che temiamo e che riflettono le diseguaglianze sociali e di classe presenti nelle società. Le strategie di contenimento della paura si declinano a seconda dei livelli di reddito che seguono rigorose differenze di classe, e che alimentano a loro volta un’altra paura, quella di essere esclusi. Provocando un terrore sordo, quello generato dalla possibile e ignota minaccia al proprio stato di incolumità personale, che spiega il successo di messaggi lanciati dai movimenti politici su base religiosa o di quelli xenofobi e razzisti e che favorisce misure prescrittive, la subdola e accettata cancellazione dei diritti sociali della cittadinanza, ritenendo invece la protezione di fronte all’economia di mercato un fatto privato.

In una società che lascia uno spazio sempre più esteso a sistemi di controllo sociale, la paura è privatizzata. Mentre vengono demolite uno dopo l’altra le istituzioni del welfare state, gli strumenti per difendersi dall’incertezza e dalla precarietà vanno acquistati al mercato della protezione individuale: muri, chiodi acuminati che segnano i confini, tecnologie di sorveglianza mirate all’esclusione e alla relativa tranquillizzante reclusione, giochi di telecamere e nel quale il cittadino si perde nel suo isolamento, come in un labirinto di specchi che riflettono l’immagine di un uomo solo di fronte a se stesso.
E può darsi che sia per paura dei suoi demoni che preferisca il meno immateriale belzebù col il suo lezzo di zolfo, lo zoccolo caprino e quella coda che si mette dove non deve. Non sono bastate a esorcizzare i timori i respingimenti del sindaco, le panchine “dedicate” per escludere i diversi, le paccottiglie della pretesa superiorità. I veronesi si abbandonano alla più ancestrale e arcaica delle paure. A una possessione virtuale più terragna e primitiva di quella delle tarantate che tanto ha incantato da Levy Bruhl a Baladier da De Martino a Foucault, perché è la rappresentazione anzi l’agnizione dei nostri moderni dolori, del disagio della mente attraverso il corpo, lo sconfinamento dei veleni simbolici nei veleni inoculati.

Ecco non voglio dire che gli indemoniati di Verona siano necessariamente leghisti, ma certo rappresentano un altro aspetto dell’anomalia italiana se è vero che come dice Gabriele Amorth, il più celebre dei "ministri della consolazione", "in Germania, Svizzera, Austria e Portogallo non esistono gli esorcisti". Mentre a Verona c’è bisogno che esercitino la loro missione ben 13, molto richiesti per porre rimedio alle possessioni diaboliche o a altri disturbi di origine malefica. “Può trattarsi di semplice permissione di Dio, secondo Amorth, o la causa può essere data da un maleficio che si subisce: fattura, maledizione, malocchio. Si può cadere in mali malefici per il persistere di colpe gravi e multiple. E si espone al rischio di influenze malefiche o di possessione chi si rivolge a maghi, cartomanti, stregoni”. Ecco se è così tutto si tiene. C’è una spiegazione scientifica del maligno sortilegio che ha “incantato” il dolce territorio veronese. Si, serve proprio un bravo esorcista per liberarlo dal diavolo fuori e dentro di sé. E dai suoi stregoni.

martedì 18 ottobre 2011

Zanzotto, il ribelle gentile


di Anna Lombroso


Cenacolo a volte deriva davvero da cena e che cene e che cenacoli erano quelli. Nella cucina col fogher o in salotto, tanta gente, “foresti” o anche gente dei dintorni, della dolce ansa del Soligo, mossa e verde, entourage di Lacan, giovani enigmatici poeti ermetici parigini, sofisticati critici newyorchesi, qualche principe contadino del Montello, magari Neri Pozza che borbottava dentro al barbone o el dotor, ammesso solo a condizione che non impedisse agli ospiti de bevar e de magnar e la Marisa che si agitava portando piatti di funghi, taglieri di polenta e il montasio e l’asiago e il salame nostran, quelo con l’ajo, che fa ben e tine lontani quei folletti dispettosi che girano nella mezza montagna.

Grandi discussioni. Ci aveva rovinato la moda del Mozart, figurarse, tutti a comprare Marzemino e quanto Marzemino volete che si produca? Xe come il lardo de Colonnata, bofonchiava Neri. Le mode sono la rovina del mondo, tutto vogliono comprare tutto, bere tutto, mangiare tutto, andare dappertutto. Ma poi il mondo prima o poi si ribella, adirato ma sussurrante diceva Andrea, che della difesa di quel territorio così dolce e mansueto aveva fatto una sua guerra. Venezia si ribellerà: dea dei sostegni di chiese e palazzi dea dei tronchi che ci reggono saldi, dea delle onde.. l’aveva amata Venezia la schizzinosa senza le cautele di quelli di campagna, senza la risentita ribellione di quelli di terraferma. Ce l’aveva guidato per mano Diego Valeri nei suoi itinerari sentimentali, via per caligini da palude, dentro ale “fodre” quelle scorciatoie che allungano il cammino nel labirinto di calli, via via tra i muti alti finchè magnificamente e sorprendentemente sembrava che il cielo confinato si spalancasse su certe nuvole gonfie. Gli piaceva che gli raccontassi la leggenda di San Marco a Boccalama, una originaria Serenissima minacciata di sprofondare che gli abitanti provarono a salvare invano ancorandola a due barconi. Faceva i disegni dell’improbabile opera ingegneristica, altro che MOSE, le cime legate ai bragozzi con le belle vele latine colorate a tener su la città.

Andrea Zanzotto e Mario Luzi alla scoperta di Venezia
Non gli piaceva l’affondamento catartico auspicato dell’immaginario collettivo E non gli piaceva quel passaggio da metropoli dei luoghi e degli abitanti della letteratura a desiderata necropoli. Semmai gli piaceva la Venezia di Guardi, che riproduce il movimento,la gioia effimera profetica di morte dell’attimo fuggente, quelle moltitudini di persone, che in un brulicare, trasportate dall’istinto e dalla passione si riversano vacillanti in una delirante autodissoluzione ebbra e sconsiderata. Quelle figure che aveva rirovato nel Casanova di Fellini e che gli avevano ispirato quel “varda padrona questo stracci, questi bracci, guarda tra gli ori sti poveracci, tirati su datti da fare per farci fruttare, fruti dapartuto per tera e per mar”.

Come succede a quelli che sembrano destinati a morir giovani, sopravvissuti a sorelle e fratelli, quelli un po’ macilenti che per fortuna l’esercito non li vuole e hanno l’asma e la tosse e sono esili e hanno sempre freddo, mangiava frugalmente ma il cibo gli piaceva e gli piaceva la buona tavola e le ricette di venezia, l’agrodolce, l’uvetta, le spezie portate da lontano, la cipolla “svampia”, come nel saòr, messo a coprire le sarde o la verdura fritta, per mantenerle, così efficace che fu usato per conservare il corpo del vescovo di Torcello, destinato a essere sepolto in San Marco, per tutto il tempo in cui una tempesta rese impossibile il trasporto dall’isola. Così si faceva raccontare queste storie di cucina, cucine come quelle dell’ottuagenario, fumose, con la lecarda e lo spiedo, con lunghe cotture crudeli. È che gli piacevano le storie intorno al fuoco, anche quelle di paura, di fantasmi, le ombre inquietanti che si muovono come in Gogol e certi spettri dentro di noi come in Holderlin. Ma alla sua integra e giocosa innocenza piacevano le favole, le filastrocche, le nenie, oh le nenie soprattutto e magari l’avessero fatto addormentare lui sempre in guerra con l’insonnia, le rime impreviste e casuali, le cantilene anche le preghiere, il rosario recitato a mezza voce, al crepuscolo, anche il requiem che raccontava di salmodiare la sera sperando di prender sonno, come una cara memoria infantile.

Aveva sempre freddo Andrea, si teneva spesso il gatto, un gatto dei tanti che popolavano la sua vita, sulle ginocchia. Ne aveva amato uno spavaldo perché lo aveva ammansito con gli anni e persuaso a volte a stare raggomitolato vicino a lui. Si aveva freddo ma non gli ho mai visto un vero cappotto ma strati su strati di golf sulle spalle gracili, dei bei golf che immaginavi gli avessero confezionato le donne preziose della sua vita. Donne ridenti e determinate, dolci e tenaci, la zia fumatrice che gli aveva dischiuso le meraviglie della lettura cominciando dai fumetti, le sorelle perdute troppo presto, le maestre che gli avevano rivelato il sortilegio del teatro, la Marisa, compagna, musa, sostegno e isola, cuoca e segretaria, sempre teneramente affaccendata e vigile che oggi improvvisamente avrà un tremendo tempo libero e si guarderà intorno smarrita carezzando un gatto anche lui solo.

lunedì 17 ottobre 2011

Le preghiere "quotidiane"


di Anna Lombroso

A volte i nostri quotidiani sembrano il salotto della signorina Felicita. Oggi tra il rosolio e i fondant Ferruccio de Bortoli come un volonteroso chierichetto ci intrattiene sul ruolo dei cattolici nella nostra società.
Co la carne se frusta l’anima se giusta si dice dalle mie parti. E dopo Scalfari, giustificato dalla data di nascita, (Della Loggia è senza età) anche il direttore del corriere è investito da una senescenza virtuosa ancorchè accelerata. Così vuole fare proseliti della convinzione che per la ricostruzione civile e morale che non sarà possibile senza un diverso e rinnovato impegno politico dei cattolici. E senza un dialogo più stretto, fuori dagli schemi storici, dei cattolici con gli eredi delle tradizioni liberale e riformista.

Ecco io nutro invece la modesta convinzione che i cattolici di fronte alla società debbano prima di tutto rinnovare il loro impegno di cittadini, fuori dalle chiese e dai confessionali. Che non si deve manifestare solo o non soltanto prendendo le distanze dalle gerarchie ecclesiastiche conniventi con quelle plutocratiche. E non si tratta solo di esigere il pagamento dell’Ici o la condanna di comportamenti illegali oltre che immorali. Significa invece esercitare, anche loro, la laicità come componente irrinunciabile della democrazia, per esigere da se stessi e dagli altri il rispetto per la libertà di scelta, di espressione, di inclinazione, di vita e di morte, oltre che di credo.

Si non basta, quando c’è, una abiura dall’amoralità dei governanti - mai abbastanza pentiti benché assolti- o una condanna dei vizi privati diventati simpatiche e esplicite abitudini pubbliche, né tantomeno l’esercizio lodevole della carità e della beneficenza spesso sostituti non altrettanto desiderabili di accoglienza e equità. Si “esigerebbe” da cittadini tra altri cittadini, proprio da loro, così fortunati da rispondere a una autorità morale più identificabile del nostro personale arbitrio, che “esigano” il rispetto della dignità, le garanzie per diritti della persona, di tutela dall’illegalità che è sempre prevaricatrice sui più deboli.

Viene da chiederlo con più insistenza e proprio a loro perché vivono un privilegio, quello esaltato ed esibito di possedere e fare riferimento a un contesto morale innervato da principi di pietas oltre che di uguaglianza, di ascolto oltre che di compassione, di solidarietà oltre che di identità sociale. E per questo dovrebbero uscire dall’equivoco, rispondendo con criterio alla domanda di una società civile che sta perdendo l’orientamento, dando risposte civili e non confessionali. Un percorso faticoso certo, ma obbligatorio, soprattutto se grazie alla loro fede rivendicano una qualche “superiorità” .
La permanenza o il dichiarato ritorno della religione o delle religioni non ha portato con sé un significativo recupero di pratica confessionale di massa, ma piuttosto il moltiplicarsi di interventi anche mediatici delle autorità religiose. E non registra la diffusione o l’arricchimento della cultura religiosa ma una enfasi del soggettivismo religioso. Per questo l’impegno che si vorrebbe dai credenti è per un incremento del rispetto delle convinzioni e dei comportamenti dei laici quanto dei loro, pena un distacco sempre più profondo dalla vita e dai valori degli altri.

Nella vita democratica la discriminante fondamentale tra i cittadini non deve essere tra chi crede e chi non crede ma tra chi riconosce e garantisce la pluralità delle visioni e degli stili morali di vita e viceversa chi dichiarando intrattabili i propri valori impone una sua “cultura” e dei suoi principi, avvalendosi di una maggioranza parlamentare e auto qualificando un primato etico di capisaldi obbligatori. Di non negoziabili in democrazia ci sono solo i diritti fondamentali al primo posto dei quali si deve collocare la pluralità dei convincimenti. E quindi la libertà delle differenze.
Se ci deve essere il ethos comune deve essere quello della cittadinanza in regime di libertà: se non si deve essere indifferenti ai problemi della povertà, delle discriminazioni sociali, dell’immigrazione, non si deve essere insensibili a quelli delle unioni di fatto o omosessuali, della fecondazione assistita, dell’eutanasia. E non c’è credo altrettanto autorevole e forte che possa imporre una segmentazione dei diritti o peggio una loro gerarchia, per trasformare in norme di legge le sue indicazioni dottrinali.
De Bortoli cita Angelo Bagnasco, il presidente della Conferenza episcopale, che in previsione dell’incontro di oggi a Todi ha lanciato il suo slogan «Né indignati, né rassegnati», parlando della necessità di creare un «nuovo soggetto culturale e sociale di interlocuzione con la politica che sia promettente grembo di futuro, senza nostalgie né ingenue illusioni».

E ricorda Roberto Cartocci quando che «la tradizione cattolica appare come il collante più antico, il tratto più solido di continuità fra le diverse componenti del Paese», aggiungendo da parte sua “ non solo: è portatrice di una cultura inclusiva, che non divide e frantuma la società”.
Si benevolmente fingo che una affermazione così spericolata sia da attribuire alla paura dell’inferno. Ma consiglierei un pellegrinaggio al divino amore, una bella camminata verso Santiago de Compostela o magari farsi prestare il cilicio dalla Binetti, piuttosto che una così perversa e aberrante mistificazione. Se, a secoli di distanza da crociate e inquisizione, ogni giorno l’invasività della chiesa occupa le nostre vite secolari, le nostre esistenze di laici, le nostre convinzioni di cittadini come se la molteplicità delle visioni della vita, le diverse concezioni del bene, o della natura umana fossero delle iatture, delle disgrazie pubbliche e degli attentati a un’etica obbligatoria, la loro.
I credenti protestano che non possono adagiarsi in un passivo rispetto dell’edificio di leggi e norme istituzionali e secolarizzate, perché l’impegno alla diffusione di quella verità di cui si sente testimone è costitutivo della sua identità. Ma i cittadini laici o credenti che siano non devono tollerare che la testimonianza evangelica occupi e impieghi strumentalmente gli apparati politici, istituzionali e giuridici, che diventano ostaggi gregari e condizionati. L’ethos comune consiste nella comunanza di regole condivise, nel confronto di convincimenti, in una libertà sempre rispettosa delle libertà altrui. E nella ricerca della felicità in terra cui sarebbe disumano rinunciare in vista della salvezza eterna. O no?

domenica 16 ottobre 2011

Eccezionale scoperta: lo Scajola di duemila anni fa

di Massimo Rispetto


Pietra miliare di origine romana scoperta da Alfredo Schiavi a Sanremo, all'altezza del civico 167 di Corso Mazzini. La strada segue fedelmente il percorso dell'antica via Aurelia e dunque il reperto potrebbe essere datato al II° secolo Avanti Cristo.
La scoperta è importante per l'eccezionale stato di conservazione del manufatto, ma anche molto curiosa perché le iscrizioni sembrerebbero fare riferimento ai nostri giorni: si evincerebbe che non soltanto i Romani conoscessero il chilometro, ma già sapessero dell'esistenza futura di Scajola.

Si tratta com'è ovvio di una strana coincidenza, ma solo di quella: gli archeologi che hanno esaminato il reperto, ritenendolo autentico, hanno tutt'altra tesi sulla scritta. Km non starebbe per chilometro, ma Kaementum (in una ortografia che risente del greco visto che nella zona abbondavano insediamenti attici e fenici): la parola ha il significato di pietra ed è dunque quasi certo che indicasse il numero di miliari poste dall'artigiano che le aveva realizzate. In questo caso tale Scajola (DA sta per dabat, consegnate, donate). Tuttavia l'importanza della scoperta è data proprio dal fatto che lo Scajola in questione non è uno dei tantissimi artigiani sconosciuti che hanno lasciato ai posteri la loro firma. Ma è stato un personaggio importante dell'antica Roma, arrivando alla carica di Pontifex Maximus qualche anno prima del 180 Avanti Cristo, quando sulla stessa "poltrona" si sedette Marco Emilio Lepido che, tanto per non farci mancare le coincidenze, da console cominciò la costruzione della Via Emilia.
Tito Marcio Scajola, questo l'intero nome, ebbe un cursus honorum travagliato non riuscendo ad arrivare alle massime cariche della Repubblica. Secondo le fonti, da Pontifex Maximus brigò per far assegnare a tale Fagus Anemonis la costruzione di un tempio a Giove, in cambio di un edificio appartenuto alla famiglia degli Scipioni. Nelle cronache di Tito Livio si dice che Marcio sostenne che la villa (forse situata nella zona dell'odierno Celio)  gli era stata consegnata "aliquo insciente" cioè a sua insaputa.
Ma non fu creduto, condannato per latrociniun e inviato in esilio proprio nella zona dove è stata ritrovata la pietra miliare.
Dopo la scoperta a opera di Alfredo Schiavi, un giornale locale ha titolato " Lo fa dal 200 Avanti Cristo". Claudio Scajola, non quello romano, ma quello attuale ha annunciato querela e dichiarato: "Non sono Marcio".                          

Il cavaliere dimezzato

di Margherita Nikolaevna 


Nei giorni dell’ultima acrobazia algebrico-politica del nostro premier, Google ha celebrato quello che sarebbe stato l’ottantottesimo compleanno di Italo Calvino. Il legame tra i due eventi, che potrebbe efficacemente rimandare al Cavaliere inesistente, è ancora più stretto di quanto si possa immaginare. “In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra”, scriveva Calvino nella più bella delle sue Lezioni americane, dedicata alla leggerezza. Non è forse ciò che sta accadendo in Italia? “Una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone o dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita”.

Siamo diventati minerali: premier inamovibile, parlamento paludoso, segretari di partito designati per investitura medievale, personaggi pubblici che non nascondono frequentazioni imbarazzanti trasformando i loro fatti illeciti in una crociata contro la magistratura deviata. Siamo apatici: vaccinati non solo contro le epidemie di stagione (come raccomandano alcune solerti testate giornalistiche), ma soprattutto contro il rinnovamento del tessuto civile, la rinascita dell’etica pubblica e la morte di una democrazia intesa come dialogo tra eguali. Si passa così dai suini virali ai porcelli elettorali, che hanno cristallizzato un Paese al quale non si può nemmeno staccare il sondino nasogastrico senza incorrere nelle ire della Cei.

Certo, la nostra Medusa non è proprio anguicrinita: ha crine posticcio e plastificato, dal cui tocco non si generano preziosi coralli ma solo sottosegretari (è il caso di dire) da riporto. Il suo volto dà l’idea di una pietrificazione siliconica, ben diversa da quella descritta dai poeti classici. La Gorgone moderna rinvia la decapitazione a colpi di voti di fiducia, giacendo in lettoni di fabbricazione ex sovietica dentro stanze molto affollate. Dal suo sangue non nasce Pegaso, ma solo Apicella.

 E se trovassimo anche noi un ritmo interiore picaresco e avventuroso per sconfiggere l’incantesimo della Medusa con un’energia rinnovatrice delicata e fresca? La pesantezza della pietra può essere rovesciata nel suo contrario, perché la leggerezza e il peso sono due categorie antinomiche e contigue. Forse l’autore delle Città invisibili resterebbe turbato da questo paragone e da ciò che lo ha determinato, come da molte altre cose che il tempo gli ha risparmiato. In un altro passo celebre della stessa lezione Calvino afferma che “oggi ogni ramo della scienza sembra ci voglia dimostrare che il mondo si regge su entità sottilissime: come i messaggi del DNA, gli impulsi dei neuroni, i quarks, i neutrini vaganti nello spazio dall'inizio dei tempi”. Oggi Calvino scoprirebbe, probabilmente divertito, che i neutrini viaggiano in tunnel finanziati dallo Stato con 45 milioni di euro…
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martedì 11 ottobre 2011

I condoni imperdonabili


di Anna Lombroso


Il governo più iniquo è anche il più bonario: condoni, pacificazione storica, perdonismo, assoluzioni senza processi nemmeno brevi. L’alleanza con la chiesa indica la strada dell’indulgenza: tre avemaria e un pagamento concordato e ' la paura dell’inferno, anche quello tributario.
Da che mondo è mondo d’altra parte potenze prepotenti, gerarchie intoccabili, arroganti plutocrati hanno lavorato intorno alla loro iniquità per darle una dimensione morale.

La crescita, l’abbondanza, l’accumulazione avrebbero bisogno di limiti sociali e etici. Il problema non sarebbe quello di porre limiti alla crescita ma di far crescere il senso dei limiti, sviluppare responsabilità e solidarietà rispetto all’invadenza del profitto. Peraltro anche senza istanze civili, il mercato e il potere, sempre al suo servizio, sapevano bene come fosse necessario tradurre in regole, precetti e azioni accettabili dai poveri, la loro cupidigia, la loro abbondanza e la loro esuberanza. E d’altra parte bisognava aggirare la diffidenza e il sospetto diffuso nei confronti dei mercanti considerati cattivi soggetti, ladroni e perturbatori dell’ordine sociale, dediti a raggiri e spregiudicate astuzie. È Weber che osserva come la comunità si proteggesse con la pietas dall’invasione disgregatrice della cupidigia .

E infatti l’equilibrismo più fantasioso e brillante del liberismo neoclassico è consistito nel tentativo di dimostrare che è perseguendo con determinazione il suo egoistico interesse che l’uomo economico produce il miglior risultato possibile in termini di benessere collettivo. E che si tratta di una condizione necessaria se non sufficiente per proteggere e mantenere il capitalismo. Come disse qualcuno, la pretesa di “buscar” l’oriente attraverso l’occidente o meglio ancora di perseguire la virtù attraverso il vizio.
Non occorre essere Marx o che ne so Polanyi per puntare il dito contro la colonizzazione mercatistica della società, contro la mercificazione e i suoi guasti sociali e morali, quando “le intelligenze si restringono, l’elevazione degli spiriti diventa impossibile, l’istruzione è disprezzata, lo spirito eroico è spento” (Adamo Smith).

La finanziarizzazione nella sua declinazione italiana ha fatto fare molti passi indietro, anche all’uomo economico: le intelligenze erano così ridotte che non potevano restringersi di più, gli spiriti talmente precipitati in un abisso da non poter essere riportati in superficie. Se prima si pensava che non era necessario che il capitalista fosse motivato da convinzioni morali ma bastava che si comportasse come se lo fosse, via via si è abbandonata anche questa educata rappresentazione. Si è cancellata quella zona franca costituita da una etichetta di regole, precetti, comportamenti e inibizioni, dando un riconoscimento come valore al cinismo, fino a esercitare un immoralismo talmente estremistico da attribuire virtù etica all’assoluzione preventiva dei misfatti.

Ha ragione il Simplicissimus il futuro sembra essere dei rottamatori che lo negano, dei fracassoni che sanno solo far rumore per riempire il vuoto di idee. Con le ideologie sono finiti principi, visioni, speranze se non quelle illusorie dell’affermazione e dell’accumulazione. alimentate nell’indifferenza per l’immobilismo e il ristagno dei redditi dei più mentre esplodevano quelli di pochissimi ma al tempo stesso nell’emersione illusoria di gratificazioni menzognere.
Si il disarmo morale del capitalismo “ tradizionale” contribuisce alla sua debolezza, e paradossalmente impoverisce tutti, con la pressione dei bilanci truccati, le società off shore, i derivati, l’immaterialità delle prenotazioni di risorse talmente future da non esserci. Ma ci impoverisce perché estrae da noi irresponsabili, miserabili interessi molto privati, antichi egoismi rivisitati, perché ci induce a rompere il piccolo salvadanaio per comprarci un brandello di impunità, per andare al mercato delle indulgenze anche prima di aver commesso il peccato, anche prima di aver tirato su il tramezzo, in modo da prevenire la tentazione dell’onestà.

domenica 9 ottobre 2011

Dancing in the rain of frogs


di Anna Lombroso

Alle prime note di " ed ho in mente te", il solista è stato preso da una struggimento.. come un groppo di nostalgia allegra. E avevano fatto Patti Smith e avevano fatto Cindy Lauper e avevano fatto Adele, ma quando ha cominciato ho in mente te a G. influente direttore generale di un ministero appena approdato a una dorata pensione precoce, si è spezzata la voce e le tre swingle singers, soul, rock e pop, due vigilesse e una hostess, gli sono andate in soccorso con armoniosa determinazione. Bravi, magari il chitarrista, alto funzionario della banca d’italia dovrebbe impegnarsi di più, ma su suo collega alla tastiera e su quello al basso non c’è niente da dire.
Ea la prima volta che si esibiva in pubblico la band, abituata a cantare nelle case di amici, ma da due anni provano almeno due volte alla settimana in un garage, che sotto le volte del capannone industriale, cattedrale dell’algido anonimato elevata in un paesaggio impersonale e spettrale di periferia - che sai che c’è ma ci arrivi solo col tom tom - aveva chiamato gli amici, quelli degli archivi di memorie condivise, dell’intimità. Quella confidenza che si compiace delle passioni degli affini e degli amati, quando si dispiegano e si esprimono e cosa c’è allora di meglio delle canzoni, canticchiate, stonate, che svegliano i ragazzini in noi e le nostalgie soprattutto quelle di qualcosa che non si è ancora avuto e si aspetta.
E infatti in giro sotto le volte grigie del capannone la facce erano domestiche, allegre e soddisfatte. Le facce gentili della gente per bene, del ceto medio operoso forse non felice, ma appagato e solido. Tanto da potersi infilare in un gilet di broccato e da cantare ho in mente te.
Una serata istruttiva per chi vorrebbe cantare ma ha poca voce. È bello veder circolare passioni allegre tra tante passioni tristi, tanto ripiegamento egoista, indifferente e solitario, che è poi quello che fa da humus per la sopraffazione e la tirannide.

Una serata istruttiva perché fino a non molto tempo fa probabilmente sarei uscita dal capannone e invece di canticchiare corazon espinado mi sarei chiesta perché stavano a suonare la batteria e a cantare quei connazionali soddisfatti, invece di andare con più profitto in sezione, al dibattito, all’ Arco della Pace per la manifestazione di Libertà e Giustizia, insomma a “partecipare”. Avrei elucubrato sulla disaffezione dalla democrazia, che come dice Montesquieu è una innamorata che stanca un po’ perché richiede impegno, fatica e invece noi cittadini siamo pigri e ci siamo abituati al benessere che induce e dimentichiamo di alimentarla. E pensiamo che le virtù politiche possano essere delegate a chi sta peggio, poveri,derelitti, emarginati, migranti, perché ne hanno più bisogno, come se noi avessimo acquisito e potessimo lasciare in eredità senza fatica solidarietà, legalità, civiltà, senza viverle e testimoniarle. Oggi i poveri sono più poveri e prima o poi la loro rabbia condannerà una classe dirigente riluttante a passare da qualsiasi cruna, che anzi ha comprato tutti gli aghi.

Ma è che io come tanti non consideriamo quella che è una larga larghissima zona grigia. Che noi consideriamo grigia perché esce poco allo scoperto, perché non la esploriamo, perché comunica poco e fa poche serate musicali e non va all’Arco della Pace, un’altra Italia insomma anche rispetto a quelli che rivendicano di esserlo ma che hanno facoltà di dare “pubblicità” alla loro diversità. Alla quale ho spesso guardato con un po’ di spocchia per non saper riconoscere che ci sono appunto forme di piccola quotidiana resistenza “altra”, quella al conformismo che è perfino musicale, che combatte contro il proibizionismo della bellezza e della conoscenza, prima che Mozart e Roth ma anche Jay Z e perfino il nuovo Nobel si debbano ascoltare in clandestinità come Radio Londra prima di Ferrara.

Si in modo molto manicheo spesso ci siamo abituati a pensare che di fronte a un potere che declina su scala locale con qualche estremizzazione anomala, quello globale, che vuole decidere del presente e del futuro di tutto e di tutti, spossessati di ogni capacità di comprensione e decisione, disillusi e stanchi di affannarci sulla cosa pubblica, abbiamo solo una strade: il silenzio, il mimetismo, la rinuncia a ogni pretesa di dire.
Invece pare che ci sia un’altra strada, il chinarsi come il giunco al vento. Una ostinazione senza illusioni che non è detto sia rinuncia, respingendo i diktat morali, sociali e culturali del sistema, del mercato che condiziona e produce idee e comportamenti con la sua offerta prepotente di consumo e consenso, ma che silenziosamente vive, senza una vera visione o un’analisi, ma resiste. E che forse si rifa anche inconsapevolmente a un mito non eroico ma arduo come un’utopia quello del Buongoverno, di una armoniosa combinazione di gestione della cosa pubblica e di quella privata secondo principi di responsabilità senso del dovere, solidarietà e buon vivere.

Come molti vorrei qualcosa di più potente, probabilmente una elite più visibile e espressiva. Capace di combattere ad armi pari con un sistema di relazioni che ha come madre la potenza sopraffattrice, nei rapporti tra i popoli e tra parte e parte, tra i dominatori e gli oppressi, all'interno delle nazioni. L'uso di categorie primordiali come, ad esempio, quelle di amore e odio, per dividere il campo dell'agone politico, sono il riflesso di questa concezione della politica basata sulla malevolenza tra gli esseri umani.
Ma in realtà se la politica oggi sembra essere violenza e prepotenza, abbiamo bisogno di
concezione opposta quella espressa in una frase di Aristotele: «compito della politica pare essere soprattutto il creare amicizia» tra cittadini, cioè legame sociale. Propria di coloro “ che amano stare con le altre persone, non sopra, nemmeno accanto o, peggio, altrove “. Quella che vive di reciproca fiducia e del ragionare insieme.

È probabile, senza retorica che la società civile esista e resista. Come l'insieme delle persone, delle associazioni, dei gruppi, perfino delle band, di coloro che dedicano o sarebbero disposti, se solo ne intravedessero l'utilità e la possibilità, se i canali di partecipazione politica non fossero secchi o inospitali, a dedicare spontaneamente e gratuitamente passione, competenze e risorse a ciò che chiamiamo il bene comune. Forse bisogna cominciare a sentire la loro canzone e fare musica con loro.