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mercoledì 16 ottobre 2013

16 ottobre, il ricatto dell'oro non paga

di Anna Lombroso



Pioveva, pioveva quel sabato mattina del 16 ottobre 1943. Le belve, oltre cento, armate di mitra circondarono il ghetto attorno alle 5,30. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono nelle 26 zone operative in cui il Comando tedesco aveva diviso la città alla ricerca di altre vittime. Quando il gigantesco rastrellamento si concluse erano stati catturati 1022 ebrei romani. Due giorni dopo in 18 vagoni piombati furono tutti trasferiti ad Auschwitz. Solo 15 di loro sono tornati alla fine del conflitto: 14 uomini e una donna. Tutti gli altri 1066 sono morti in gran parte appena arrivati, nelle camere a gas. E nessuno degli oltre duecento bambini è sopravvissuto.

Conoscevo bene Robert Katz, lo aiutai un po’ nella raccolta di documenti preliminare alla stesura del suo libro sul caso Moro. Arrivava nel centro di ricerca con il quale collaboravo, in sandali francescani anche d’inverno, si sedeva  davanti a pile di giornali impolverati e si chiacchierava si chiacchierava. C’era un tema obbligato tra noi: la responsabilità. Ne era ossessionato, parlandone gli occhi dardeggiavano intorno, si tirava la barba rabbinica e si dondolava avanti e indietro come fanno gli ebrei recitando il kaddish, la preghiera del lutto. Così si tornava a parlare del sabato nero di Roma – che era poi il titolo che aveva dato al suo libro sul rastrellamento degli ebrei del ghetto di Roma, al prima e al dopo quel giorno buio e tremendo. E inevitabilmente pur essendo d’accordo, si discuteva animatamente del ruolo della dirigenza della comunità ebraica, del discusso rabbino di allora, quel Zolli più noto per la sua conversione successiva che per la sua lungimiranza di prima e di quell’oro maledetto, versato per salvarsi con un patto che non venne rispettato, ben noto agli alleati, che non fecero nulla per evitare il crimine.

L’ordine di procedere al rastrellamento, Kappler,  capo delle SS a Roma, l’aveva ricevuto già il   25 settembre: prende tempo insieme al console tedesco, Eitel Friedrich Moellhausen, e al Feldmaresciallo Albert Kesserling, comandante delle truppe tedesche in Sud Italia, che non concede immediatamente l’appoggio militare all’operazione, per condurre la trattativa per l’ultimo ricatto. Convoca infatti a Villa Volkonsky, sede del comando tedesco a Roma, i massimi rappresentanti della comunità ebraica Ugo Foà, Presidente della Comunità Israelitica di Roma e Dante Almansi, Presidente della Unione delle Comunità Israelitiche Italiane  per proporre il “versamento” di   cinquanta chili d’oro in cambio della salvezza. In molti, forse anche il Vaticano, si mobilitano e la consegna dell’oro raccolto tra ebrei e non ebrei, tutti romani comunque, avviene  a Via Tasso, al numero 155 che non era ancora il famigerato carcere delle SS, luogo di torture e terrore che diventerà in seguito, ma almeno formalmente “l’Ufficio di Collocamento dei Lavoratori italiani per la Germania” ( è ora sede del Museo Storico della Liberazione). Kappler non si presenta, ritiene degradante partecipare alla pesatura,  eseguita con una bilancia della portata di 5 chili, registrata  con puntigliosa precisione da Dante Almansi e da un ufficiale tedesco, che la fa ripetere due volte per essere sicuro che gli ebrei non l’abbiano imbrogliato.

A imbrogliare invece furono i nazisti, Kappler, Kesserling, che sapevano bene che l’ordine era stato solo rinviato, che era già partito con destinazione Roma  il Capitano delle SS Theo Dannecker, uomo di fiducia di Eichmann per procedere alla deportazione e accelerare  i tempi.
Il misfatto si compie. Sottostare al ricatto non è servito
Eppure il rabbino aveva sospettato da tempo: fin dalla firma dell’armistizio aveva  proposto di cessare le funzioni religiose, di distruggere le liste dei contribuenti e degli iscritti alla comunità, di stanziare fondi per i più poveri e di invitare tutti gli ebrei a lasciare le proprie abitazioni e a nascondersi. Eppure le comunità di Ancona e da quella di Pisa, avevano convinto i rabbini a non officiare in occasione del Capodanno ebraico. Eppure il professor Jona, presidente della Comunità di Venezia aveva scelto di suicidarsi per non consegnare gli elenchi dei “suoi ebrei”. Eppure la convinzione che la comunità romana potesse godere della protezione dell’ala amica del Vaticano, si era rivelata illusoria: il papa non si era mai espresso ufficialmente in tal senso. Così come ingannevole era la supposizione che “nessuno era più romano de Roma dei suoi giudii” e che l’appartenenza antica e sentita alla cittadinanza li avrebbe tutelati, anche se ci fu qualche italiano brava gente che ospitò i fuggiaschi e rischio della vita.

Molti storici, soprattutto tra quelli che indagano sul ruolo delle passioni negli eventi, nei conflitti e nello svolgersi della storia, si sono interrogati sul consolidato persistere della fiducia cieca in una ipotetica salvezza, anche a fronte di accertate minacce. Sul perché a dispetto di autorevoli Cassandre, milioni di uomini e tra questi arguti intellettuali, competenti professionisti, sopraffini pensatori, si siano fatti condurre al macello come bestiame inconsapevole. O in che cosa consistesse la volontà di non credere fino al non vedere quello che sta avvenendo.
Ho un esempio familiare: mio papà va in Germania nel ’36 per quella ostinata smania di sapere, di vedere coi suoi occhi. Torna e va a cena dai genitori. Tutti sono intorno al tavolo coperto dalla bella tovaglia ricamata, la fedele Margherita scodella col mestolo del servizio San Marco la zuppa nei bei piatti di Sèvres col bordo verde ed oro e mio padre rompe il silenzio imposto da un padre molto autoritario raccontando concitato che in Germania confiscano le eleganti argenterie e le comode, calde case degli ebrei e li prendono, li portano via dalle case, li portano in campi di lavoro dai quali nessuno sembra tornare. E che bisogna andarsene in America dove c’è Hanry e altri, anche se lui, resterà, perché c’è da fare per un giovane come lui che vuole abbattere il fascismo e con esso lo sfruttamento, il disonore della perdita dei diritti, per riscattarsi e riprendersi la libertà. Non partirono i nonni e nemmeno gli zii e nemmeno la fedele Margherita, che stesse nascosta in un retrocasa come quello di Anna Frank.

Per quello non bisogna dimenticare. Perché tutto può ripetersi anche l’innominabile e l’incredibile. E continuamente si ripropongono ricatti che molti pensano di dover subire per salvare se stessi, piccoli beni, mediocri privilegi. Continuamente la storia avvitandosi si se stessa ci mostra due strade, una nota, quella della rinuncia a diritti e libertà, in cambio di opinabili e labili garanzie, che potrebbero assomigliare a quelli di Kappler, quella imposta apparentemente da uno stato di necessità ed emergenza. L’altra, sconosciuta, che impone di guardare, di sapere, di capire, forse più ardua, che esige di partecipare a immaginare altro da quello che ci obbligano a fare e pensare, e che deve essere la nostra strada.

domenica 26 agosto 2012

Il popolo si difende: rinasce la cassa Peota


di Anna Lombroso

L’ostaria de l’Anzolo Rafael era grande, disadorna e buia come un antro, illuminato dalle due finestre piccole affacciate sul campo irregolare e spoglio. Da una parte la ghiacciaia per conservare la “spuma”, la salettina con pochi tavoli e il bancone della mescita vicino alla cucina, il grande barattolo di vetro con dentro i croccanti e il piatto con le aciughete. Gli avventori con l’ombreta in man si sporgevano a guardare el paron, Michele, che si affaccendava a friggere le moleche, quei granchi lenti e maestosi, dalla polpa succulenta o a tagliare le cipolle per il saor, la marinatura sotto la quale si era conservato perfino il corpo santo del vescovo di torcello in attesa che si calmasse la “buriana”, per trasportarlo in San Marco con gran pompa.

Ma la zarina de l’Anzolo era la signora Paola, una botticella energica, autoritaria fino al dispotismo, che ti imponeva menu e bibite, selezionava la clientela come un buttafuori perché si vantava di andar a simpatia ma ad esser di suo gradimento erano in pochi. Così anche se la saletta era deserta mandava indietro i quattro milanesi in cerca di colore locale o gli americani sulle tracce dell’uomo di Finca Vigia, trattando quasi amorevolmente qualche indigeno sotto spirito o noi ragazzi squattrinati che chiedevamo lo spritz con un piattino di cicheti, uova sode e qualche schia, quei gamberetti grigi succulenti con la buccetta fina.

Era una vera autorità la siora Paola tanto che spettava a lei la tenuta della cassa peota, con il bussolotto in fondo al bancone e la lavagnetta coi nomi: la Cate in ritardo, Nane a posto, denunciati i ritardatari che rischiavano di non andar al garanghelo. Eh si, Venezia aveva già le sue banche etiche, inventate dalle donne e avviate con la cresta sulla spesa o impegnando le bucole d’oro o il copriletto ricamato al tombolo da bambine, sedute sulla seggiolina di paglia in rio terà o in campiello. Erano loro che avevano dato vita alla cassa peota, un rudimentale sistema di risparmio e investimento a capo del quale c’era una cassiera proprio come la parona dell’Anzolo Rafael, cui spettava il versamento per il fondo cassa, cui si aggiungevano tutti i mesi le quote delle altre donne e di qualche uomo, anziano e conosciuto, per mettere insieme il capitale. Le socie potevano così ottenere un prestito dalla cassa, per sanare qualche debito, far fronte a una spesa improvvisa: una malattia, una fia che se maridava, pochi capricci. E restituire la somma in rate settimanali entro sei mesi o un anno versando un piccolo interesse, che andava a finanziare proprio il garanghelo, sospirato come un rito agli dei dell’oblio dei pensieri e della miseria, da consumare in un giorno, andando via tra tutte donne sulla peota, il barcone che trasportava il carbone, con due uomini anziani ai remi, carica di vino e vivande. E via in laguna o per i canali fin verso il Brenta, fermandosi su qualche spiazzo erboso in riva a cantare: “la note xe bela, fa presto Nineta, andremo in barchetta, i freschi a ciapar”, e ballare dimentiche di tutto, ridenti e spettinate, per tornare la sera ebbre di vino e di effimera libertà.

Per secoli all’insaputa di mariti e padri le donne veneziane hanno nutrito i loro fondi segreti, le loro casse peote, come le scozzesi mogli di minatori, come le africane di cui parla Sen, investendo in fiducia, solidarietà, lealtà e aiuto reciproco: la cassiera era onorata dell’incarico e con onore governava prestiti e debiti.
Ma doveva succedere che l’enfasi dell’avidità, che la smania di accumulazione andassero all’attacco di questa forma solidale di mutua assistenza. E è stata proprio l’Unione Europea a chiedercelo, di metterle fuori legge, dichiarando “indebita” la loro “attività creditizia”e privandole di tutela giuridica; decretandone la fine ad eccezione della Società Operaia di Mutuo Soccorso di Mogliano (una variante del sistema delle casse ma con gli stessi principi), costituita nell’Ottocento e tenuta a “battesimo” da Giuseppe Garibaldi (di cui si sostiene possedere la lettera di approvazione), che celebra l’anniversario della fondazione con la manifestazione dei “5 panaini”, pan e vin, distribuiti nelle varie borgate di Mogliano.

Sostituite o assimilate da esose casse rurali, da rapaci banche, da finanza creativa e da inesorabile strozzini legali o meno, sembravano scomparse: le ultime notizie che ne avevamo compariva in cronaca, quando cassieri infedeli scappavano col bottino, una volta perfin do miliardi! scriveva il Gazzettino.
Sembravano scomparse, ma si dice che sotto traccia, in qualche “bacaro” di Castello, la Rampa, per esempio, nella cantina giù della scala, o dietro Santa Margherita, in quelle osterie dove un tempo si riunivano i carbonari prima e i partigiani dopo, qualche cassa peota, c’era ancora, sotto forma di “benefica” o di cooperativa all’ombra di più corpulente organizzazioni di gondolieri o ambulanti. Ma c’era e c’è. E ne sorgono sempre di più, a Cannaregio, sulle belle fondamente nelle quali Canaletto ambientava la vita minima dei veneziani, quando la moneta era rara e si viveva di scambi con i “vovi”, le uova di campagna e le verdure di Sant’Erasmo. O di fianco a Rialto in quelle osterie dove i ricchi presto indebitati si mescolavano coi poveri come in un teatro spensierato nel quale recitavano la malinconia della caducità, del marcio e del fatiscente, il senso della corrosione, il morso del tempo e delle intemperie, il lutto e la solitudine, il silenzio morto e il vuoto della laguna.

Se vai a bere un’ombra ti succede di vedere la lavagnetta, il bussolotto e di incontrare qualcuno che ti invita alla cassa peota, come u modo di ritrovare l’antico civismo veneziano, quello che sembrava spingere l’intera popolazione, tutti quelli che c’erano nati o arrivati da ogni parte, a partecipare, come dice Le Corbusier, a una totalità - gesto gioioso e fecondo che rappresenta, in qualche modo, la quota d’amore dedicata a ogni cosa, la gioia di partecipare a un atto collettivo e amichevole, di ritrovare la solidarietà nella sfortuna e magari di andar a un garanghelo, alla faccia di chi ci vuole servi, alla faccia della paura, in ribelle libertà.

domenica 15 aprile 2012

Il campanile "seduto" sulla modernità


di Anna Lombroso

“Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia”, dice Marco Polo al Kublai Kan.

Si racconta che quella mattina del 14 luglio 1902 furono in molti alla Giudecca a gettare uno sguardo distratto sul profilo della città, al di la’ del Canale, e “sentire” ad un livello remoto della coscienza, che forse mancava qualcosa all’abituale linea sinuosa dipinta sull’orizzonte.
Si era afflosciato su se stesso il Campanile, ridotto a un polveroso cumulo di macerie in mezzo a una nuvola nebbiosa più che polverosa - inusuale per quella stagione - suscitata dall’evento rovinoso.
El se gaveva sentà, si era seduto senza un gran baccano, anzi dicevano i rari testimoni, con un crack come di qualcosa che si spezza. Da tutte le parti in molti accorsero piangendo come per un lutto, per una piccola apocalisse, per la perdita di una presenza familiare e domestica. Soprattutto i “foresti”. Allora, come poi anni dopo, tanti in ogni luogo del mondo nell’immenso monitor del villaggio globale hanno pianto vedendo in diretta le fiamme levarsi dalla Fenice.

Sono i fenomeni dell’irradiazione del mito di Venezia, che da un lato ne ha fatto una proprietà sentimentale, emotiva e culturale, di tutti; dall’altro, l’ha trasformata in un non-luogo, o forse in un luogo comune, un topos virtuale, tanto trattato, descritto, filmato, dipinto, cantato da farne una città immateriale, stranota anche se mai visitata. Sono i rischi di essere un mito, che fanno chiedere se Venezia sappia davvero vivere al di là dell’immaginario, emergendo con uno scatto d’orgoglio da quel baratro virtuale nel quale l’ha sprofondata tanta retorica, se ancora oggi poeti e artisti partecipano di quella elaborazione del lutto storica e collettiva contemplando le tracce di un antico splendore, paghi delle mirabili miserie, dell’appannarsi dell’oro, dello scrostarsi delle pareti affrescate, delle ferite inferte ai marmi policromi. E forse anche i moderni viaggiatori ricercano la conferma di quel rotolare ineluttabile verso la decadenza, la rovina e la morte. E sembrano aspettare ‘’in diretta’’ il verificarsi estremo e catartico della fine, l’affondamento, l’adagiarsi simbolico sui fondali.

Stereotipo cosmico, corre il rischio di lasciarsi imporre percorsi della percezione e della fruizione che ruotano intorno a un dualismo condiviso da letteratura e sociologia, immaginario e cronaca: il rimpianto del passato e l’attesa messianica della fine.
Fu come un annuncio profetico quel crollo nella calda mattina del 14 luglio 1902 quando il campanile si sedette su se stesso davanti agli occhi increduli di una città esterrefatta. “El paròn de casa” - come affettuosamente lo chiamavano i veneziani – se ne era andato piano, lasciandosi cadere, bonario e generoso come sempre – non si registrarono vittime in seguito al crollo -, stanco forse dei tanti secoli trascorsi a cadenzare, sempre a testa alta, i ritmi di una città tanto sfarzosa quanto fragile.
Eppure dei segnali c’erano stati, crepe, una fessura denunciata ma sottovalutata, un allarme angosciato dell’ingegner Pietro Saccardo, sdegnato dalla leggerezza delle autorità che fin dall’alba di quel giorno stava di guardia con un altro ingegnere, Rupolo, a prender misure e controlare, con al paura di “far la fine del sorzo”.

Saccardo non fece la fine del sorcio sotto le macerie, morì di sconforto e di crepacuore. Da anni metteva in guardia sui pericoli, inascoltato e trattato da incompetente inutilmente pessimista. E da disfattista lo trattarono i funzionari della Sovrintendenza sabauda che incuranti delle sue puntuali relazioni tecniche decisero di metter mano in proprio al rifacimento della copertura in piombo della Soggetta, rimuovendo la grondaia di marmo che affondava profondamente nella muratura, ignari o arrogantemente indifferenti del fatto che su quella "grondaia" poggiava l'intero peso del muro di rinforzo alzato dallo Zendrini un secolo e mezzo prima, ché pare sia una costante dei piemontesi agire senza sentire il parere di altri.
E proprio loro fecero di Saccardo il capro espiatorio oggetto di una campagna denigratoria: non era stato efficiente nelle attività di vigilanza, i suoi avvertimenti non erano stati efficaci. E comunque il crollo era una calamità “naturale”, un evento improvviso, un collasso per vetustà imprevedibile e ineluttabile.
Come era e dove era. Dicevano tutti. Cittadini di Venezia e del mondo. Ci misero dieci anno a tirarlo su dov’era e com’era. Raccogliendo tutte le macerie, frammento su frammento, ripulendole, spazzolandole, mettendole insieme come in un volonteroso puzzle. Perché era obbligatorio cancellare l’oltraggio e la vergogna dell’incuria. Ricordare con gli atti che nel passato come un motore che non conosce fatica, la città aveva governato maree e correnti, inalzato difese contro le alluvione dovute all’intreccio dei fiumi alpestri e alle ondate tumultuose e impetuose spinte dalle correnti litorali del fondi del golfo adriatico. E intanto bonificava, gestiva e impiegava a buon fine fenomeni di emersione, interramento e riempimento che colmavano le parti morte dell’ambiente marino, rinforzando isole e lidi, impedendo che la terraferma divorasse la laguna. Così nasceva la città, su pali conficcati nella melma giù fino in fondo, in un attivismo convulso ma razionale, senza soste nella convinzione tenace di operare in un organismo vivo da difendere contro forze cieche ed eventi poco prevedibili, ma necessariamente preventivabili.

Quest’anno sono cento anni che si è cancellata l’onta di aver lasciato crollare un simbolo, ricreandone il fragile mito, che sta come un faro inutile a assistere a altre vergogne, a offese denunciate: nulla sembra essere rimasto nella nostra contemporaneità di quella capacità di previsione, di quella potenza demiurgica, nella sonnolenta città di oggi ancora una volta minacciata da orde di barbari. Nulla resta del dinamismo impresso imprevedibilmente da quelle popolazioni descritte da Cassiodoro come in un affresco: un paesaggio immenso e povero, pianure liquide le chiama Mommsen, fatto di saline e barene, acquitrini e case costruite come nidi di uccelli acquatici. E nulla resta in questo mondo intorno, ricattato da una modernità irresponsabile, fatua, cinica e avida. Nel quale ci neghiamo la possibilità di partecipare a una felicità condivisa - gesto gioioso e fecondo che rappresenta, in qualche modo, la quota d’amore dedicata a ogni cosa, la gioia di creare e contribuire a un atto collettivo, quello di sentire e vivere la bellezza, di cantarla insieme come una musica che fa migliore l’esistenza nel nostro paesaggio umano.

martedì 13 marzo 2012

Maniero in gondoleta


di Miss Apple


Era davvero necessaria la serie tv su Felice Maniero?
Appena vista la prima delle due puntate che raccontano la storia di faccia d’angelo, il re della mala del Brenta.
Non è una brutta fiction, Elio Germano è superlativo, dà il massimo di sé nella parte di Maniero, ma qualcosa stona e, giuro, non ho fatto paragoni con la serie “romanzo criminale”,
manca tutto o meglio, abbiamo già visto tutto con la serie sulla banda della magliana

Vedendo la puntata pensavo a come mi sono persa molte cose durante la mia adolescenza: io mi sono divertita parecchio, ma mi è mancata tutta la vita notturna fuori Venezia, non andavo nelle discoteche al di la del ponte, come facevano le mie amiche. Non che scorrazzassero con malavitosi, per carità.
Piuttosto pensavo a come è sempre stata tranquilla Venezia, certo, avevamo kociss, noi, avevamo el marsian, ma nulla di così brutto e davvero malavitoso come la banda di Maniero.
Io ho non ho mai visto una pistola, non so se riuscirei a dormire, a far l’amore con un uomo che ammazza. Nella serie si racconta la storia di lui, della faccia d’amgerlo, con una studentessa. una di quelle ragazze per bene, una come noi, che stiamo qua su facebook a parlare male di Berlusconi e metter foto di attori fighi che ci piacerebbe conoscere.
Possibile che ci sia così interesse per uomini violenti? possibile che possano esercitare così fascino?
E' possibile, certo e non devo meravigliarmene. Io stessa avrei curiosità di parlare con chi vive fuori da ogni regola, ma non per fascinazione, solo per capire cosa possa generare tanta voglia di violenza.

martedì 18 ottobre 2011

Zanzotto, il ribelle gentile


di Anna Lombroso


Cenacolo a volte deriva davvero da cena e che cene e che cenacoli erano quelli. Nella cucina col fogher o in salotto, tanta gente, “foresti” o anche gente dei dintorni, della dolce ansa del Soligo, mossa e verde, entourage di Lacan, giovani enigmatici poeti ermetici parigini, sofisticati critici newyorchesi, qualche principe contadino del Montello, magari Neri Pozza che borbottava dentro al barbone o el dotor, ammesso solo a condizione che non impedisse agli ospiti de bevar e de magnar e la Marisa che si agitava portando piatti di funghi, taglieri di polenta e il montasio e l’asiago e il salame nostran, quelo con l’ajo, che fa ben e tine lontani quei folletti dispettosi che girano nella mezza montagna.

Grandi discussioni. Ci aveva rovinato la moda del Mozart, figurarse, tutti a comprare Marzemino e quanto Marzemino volete che si produca? Xe come il lardo de Colonnata, bofonchiava Neri. Le mode sono la rovina del mondo, tutto vogliono comprare tutto, bere tutto, mangiare tutto, andare dappertutto. Ma poi il mondo prima o poi si ribella, adirato ma sussurrante diceva Andrea, che della difesa di quel territorio così dolce e mansueto aveva fatto una sua guerra. Venezia si ribellerà: dea dei sostegni di chiese e palazzi dea dei tronchi che ci reggono saldi, dea delle onde.. l’aveva amata Venezia la schizzinosa senza le cautele di quelli di campagna, senza la risentita ribellione di quelli di terraferma. Ce l’aveva guidato per mano Diego Valeri nei suoi itinerari sentimentali, via per caligini da palude, dentro ale “fodre” quelle scorciatoie che allungano il cammino nel labirinto di calli, via via tra i muti alti finchè magnificamente e sorprendentemente sembrava che il cielo confinato si spalancasse su certe nuvole gonfie. Gli piaceva che gli raccontassi la leggenda di San Marco a Boccalama, una originaria Serenissima minacciata di sprofondare che gli abitanti provarono a salvare invano ancorandola a due barconi. Faceva i disegni dell’improbabile opera ingegneristica, altro che MOSE, le cime legate ai bragozzi con le belle vele latine colorate a tener su la città.

Andrea Zanzotto e Mario Luzi alla scoperta di Venezia
Non gli piaceva l’affondamento catartico auspicato dell’immaginario collettivo E non gli piaceva quel passaggio da metropoli dei luoghi e degli abitanti della letteratura a desiderata necropoli. Semmai gli piaceva la Venezia di Guardi, che riproduce il movimento,la gioia effimera profetica di morte dell’attimo fuggente, quelle moltitudini di persone, che in un brulicare, trasportate dall’istinto e dalla passione si riversano vacillanti in una delirante autodissoluzione ebbra e sconsiderata. Quelle figure che aveva rirovato nel Casanova di Fellini e che gli avevano ispirato quel “varda padrona questo stracci, questi bracci, guarda tra gli ori sti poveracci, tirati su datti da fare per farci fruttare, fruti dapartuto per tera e per mar”.

Come succede a quelli che sembrano destinati a morir giovani, sopravvissuti a sorelle e fratelli, quelli un po’ macilenti che per fortuna l’esercito non li vuole e hanno l’asma e la tosse e sono esili e hanno sempre freddo, mangiava frugalmente ma il cibo gli piaceva e gli piaceva la buona tavola e le ricette di venezia, l’agrodolce, l’uvetta, le spezie portate da lontano, la cipolla “svampia”, come nel saòr, messo a coprire le sarde o la verdura fritta, per mantenerle, così efficace che fu usato per conservare il corpo del vescovo di Torcello, destinato a essere sepolto in San Marco, per tutto il tempo in cui una tempesta rese impossibile il trasporto dall’isola. Così si faceva raccontare queste storie di cucina, cucine come quelle dell’ottuagenario, fumose, con la lecarda e lo spiedo, con lunghe cotture crudeli. È che gli piacevano le storie intorno al fuoco, anche quelle di paura, di fantasmi, le ombre inquietanti che si muovono come in Gogol e certi spettri dentro di noi come in Holderlin. Ma alla sua integra e giocosa innocenza piacevano le favole, le filastrocche, le nenie, oh le nenie soprattutto e magari l’avessero fatto addormentare lui sempre in guerra con l’insonnia, le rime impreviste e casuali, le cantilene anche le preghiere, il rosario recitato a mezza voce, al crepuscolo, anche il requiem che raccontava di salmodiare la sera sperando di prender sonno, come una cara memoria infantile.

Aveva sempre freddo Andrea, si teneva spesso il gatto, un gatto dei tanti che popolavano la sua vita, sulle ginocchia. Ne aveva amato uno spavaldo perché lo aveva ammansito con gli anni e persuaso a volte a stare raggomitolato vicino a lui. Si aveva freddo ma non gli ho mai visto un vero cappotto ma strati su strati di golf sulle spalle gracili, dei bei golf che immaginavi gli avessero confezionato le donne preziose della sua vita. Donne ridenti e determinate, dolci e tenaci, la zia fumatrice che gli aveva dischiuso le meraviglie della lettura cominciando dai fumetti, le sorelle perdute troppo presto, le maestre che gli avevano rivelato il sortilegio del teatro, la Marisa, compagna, musa, sostegno e isola, cuoca e segretaria, sempre teneramente affaccendata e vigile che oggi improvvisamente avrà un tremendo tempo libero e si guarderà intorno smarrita carezzando un gatto anche lui solo.

lunedì 3 ottobre 2011

Venezia, l'acqua alta dei turisti

di miss Apple


Direte che son una marantega (strega, nota di traduttore), ma io ieri anche se era domenica sono andata in giro con il carrello della spesa. No’ per far esercizio, noialtre veneziane siamo brave lo tiriamo su e zo per i ponti piova o bel tempo e quando il carneval gera carneval si vedevano signore in maschera e bauta col caretto che spuntava la cicoria come un mazzo di fiori.

No el carretto lo portavo per darlo sui pie dei foresti (stranieri, nota di traduttore). Perché Venezia sarà stata la città dell’accoglienza, un melting pot come dice la gente di cultura, pronta a ricevere, per il suo interesse se sa ma anche per curiosità, perché tutti passavano di qua e lasciavano qualcosa, arte, roba bona da magnar, stoffe, spezie, libri e un pochetto de cuor, quello si perché che veniva qua poi sta città se la portava nell’anima. Ma adesso è un teatro di odio, i veneziani odiano i foresti e i foresti odiano gli indigeni.
 E’ stato un weekend terribile: un’invasione di migliaia di turisti, un impressionante numero di persone che girovagavano, quasi senza meta, intasando calli, campi, vaporetti.

Questo progetto di rendere Venezia una città per soli turisti, una Disneyland o una Las Vegas con pochi locali come comparse al cine, a me, a noialtri non piace. Per carità ammetto di non aver a che fare col turismo: turisti o non turisti io vivo lo stesso, ma il punto non è il mio guadagno turisti free, il punto è voler bene alla città che mi ha visto nascere e crescere: giocavo in campo, in riva degli schiavoni, andavo per passeggiate a san marco, a veder i siori che magna el geato al todaro, in Mercerie a vedere le vetrine con le amiche, a san Bortoeo a veder i fioi fighi e in campo San Stefano (a Venessia xè San Stefano no Santo Stefano) a veder i fioi ricchi. Era divertente crescere in una città che tutti consideravano quasi un sogno.
 Ho anche conosciuto il fenomeno turismo, durante la mia infanzia, la mia adolescenza, a noi ragazze non ci infastidiva, non era un turismo invadente, era giusto, quello che rompeva la routine della venezianità, un'invasione pacifica di persone che vedendo venezia vedevano una città e non un parco giochi. .
 Era un sogno e era un privilegio. Adesso è un incubo e una punizione.

Non penso venezia senza turisti, io desidero venezia con meno turisti! E con turisti educati, che non vol dir che i sta in ponta de piron (in punta di forchetta, nota di traduttore). Vuol dire che se vengono qua devono rispettare una città fragile, delicata anche se ne ha viste tante. E invece per lo più vengono da invasori, da barbari, arrivano già stanchi in grossi pullman, sono spaesati si domandano perché non possono star sentai comodi sul torpedone e guardarsi da là fora dal finestrin la piazza i piccioni e el campanil.

 Per quello gli volevo dar el caretto sui piedi perché stanno là fermi spaesati confusi e noi li odiamo come loro odiano noi. Quando sono nata eravamo 110 mila residenti in centro storico, ora siamo meno di 60 000, la città sta morendo, è data in pasto al turismo selvaggio. E il peggiore è quello delle crociere di lusso, prepotenti e invadenti: sette navi in città significa avere più di 20 mila persone in giro per la città, senza dir dell’inquinamento anche visivo, perché è un’offesa veder quei condomini coprire quella delicatezza di san giorgio in bacino e entrar dentro allo stomaco della città.

 Ieri ho litigato con un paio di turiste, mi hanno detto che me ne devo andare da Venezia se non mi piacciono i turisti, che Venezia vive col turismo e che è in vigore la libera circolazione. Che tutti hanno diritto di andare dappertutto e godere della bellezza, che non ne siamo padroni e in fondo l’abbiamo ereditata come loro. Ma come fa a piacere anche a loro una città invasa, brutalizzata, sporca, dove tutti sono ospiti sgraditi.
Ecco una veneziana e altri veneziani come me viviamo in regime di carcerazione, in nome della libera circolazione, di speculatori e di un’amministrazione più attenta ai soldi che ai propri elettori. Ma anche vittime noi e i foresti dell’idea che le robe belle sono un bene di consumo per tutti. E che è come l’acqua, che alla fine non “si consuma” mai anche se ci vai con gli scarponi o gli zoccoli sui masegni, se butti i sacchetti in Canal, se respiri sui mosaici fino a appannarli per sempre. Se è un bene, ecco xe un “bene comune” come l’acqua e come l’acqua si sporca si inquina e la dobbiamo salvare per noi e per quelli che vegnara', no?

giovedì 29 settembre 2011

Venezia, ruggiti di libertà


di miss Apple

Anche il leone di Venezia porta il bavaglio, quello che il governo vorrebbe mettere all'Italia intera: il comune ha aderito alle iniziative che stanno nascendo dovunque contro il decreto "ammazza blog" e così ha pensato di tappare simbolicamente la bocca del leone che per molti secoli ha portato il libro dell'evangelista Marco. Un'immagine che riassume benissimo quella di un'Italia dove la cultura è sostituita dalla censura e ogni moralità dalla corruzione.
Ma non è l'unica immagine nuova che presenta oggi Venezia. La gente è stanca, il popolo si sta risvegliando, la crisi c’è altroché, non è vero che tutto va ben, madama la signora. come diceva contento, accanto al suo Giulio, l’uomo di Arcore due mesi fa: “la crisi è passata, l’italia è stata solo sfiorata, siamo in ripresa”
Ripresa un per de pifferi. Siamo in piena crisi, indebitati più di chi gioca i risparmi al lotto, altro che.
E allora la gente brontola, la gente si ribella. non ci sono solo le bionde finte o le vecie bauscie rosse - di capelli- a parlar bene di Silvio. Eh no! Stamattina Venezia s’è risvegliata con il leone imbavagliato, ma anche con una bandiera sul ponte della libertà, non la bandiera bianca della resa agli austriaci, no. Una, due, tante bandiere rosse a gridare all’attacco! A gridare, no, non ci toccate il posto di lavoro.
Duecento operai dell’Eni in cassa integrazione, da novembre, 200 famiglie senza futuro, assieme a tante altre in giro per l’italia.
L’Eni non ha intenzione di continuare con l’attività a porto marghera. l’impianto è vecchio, non c’è progetto di recupero. Vero che Porto Marghera, è un serio pericolo, vero che c’è un’altissima concentrazione di agenti inquinanti che provengono da li. E che c’è un progetto di riconversione: pare un porto megagalattico per portare sempre più turisti a Venezia e mandar così via i veneziani dalla loro città e trasferire così l’inquinamento dell' Eni alle navi da crociera (fesso chi pensa che a Venezia non ci sia inquinamento, sette navi al giorno in bacino san marco sono come 20 km di tangenziale).
Sicchè ho avuto un sussulto stamattina, la mia collega mi ha chiamata alle sette: arrivo in ritardo, non so a che ora, gli operai hanno bloccato il ponte e non si passa. Scendi! Vai con gli operai, protesta anche tu, solidarietà ai lavoratori, solidarietà a chi cerca la libertà.
E' il 29 settembre, l’autunno è davvero caldo.
E auguri Bersani, a te gli auguri li faccio, va.

domenica 18 settembre 2011

Venezia, sul ponte sventola il tricolore (2)


I barbari xe andai


Dialogo di Anna Lombroso e miss Apple


Il tricolore campeggiava in molte calli veneziane
Cara Miss Apple, come si dice hai messo il dito nella piaga, i barbari sono barbari e i peggio sono quelli che imbarbariscono anche noi. Quei ceffi vestiti di verde sarebbero ridicoli se non avessero contribuito a rompere un “contratto sociale”, perseguendo un puro interesse egoistico facendo dissolvere regole, obblighi, doveri e diritti di convivenza. Hanno diffuso anche loro quella logica di massimizzazione del vantaggio personale in combinazione con il primato mercantile mette in atto una tendenza distruttiva, che non ha opposto resistenza etica e nemmeno razionale al profitto. Una volta perfino gli economisti dicevano che a un certo punto al mercato si doveva dire: fin qui andrai e non oltre. Si è oltrepassato il limite nei territori della socialità, proprio grazie a un esercizio del potere fatto di prevaricazione, aggressività, sopraffazione. Alimentando diffidenza, paura degli altri, sospetto. E da un punto di vista economico, la crescita mercantile e finanziaria abnorme ha prodotto scarsità naturale sociale e morale, intaccando il patrimonio e l’equilibrio ecologico i giacimenti di bellezza, come è appunto Venezia. Il pubblico interesse è stato sostituito da interessi populistici e elettoralistici, calavano le ricchezze di sapere e conoscenza, si tagliavano gli investimenti in cultura e istruzione, ma si metteva in scena la grande finzione di beni a disposizione di tutti, pronti a un rapido consumo usa e getta, o usa e sporca.
Il troppo e impropriamente abusato Keynes diceva che nei paesi più avanzati ciò che è necessario è una migliore distribuzione della ricchezza per coltivare liberamente le grazie della vita. Nel nostro mondo globalizzato è vero più che mai, dovremmo essere capaci di creare un modello aperto e equilibrato nelle risorse fisiche, nei bisogni, nel mondo simbolico, nell’intelligenza e la creatività, nei beni e nella morale. Invece come dici tu, questi profeti della chiusura e dell’esclusione, del rifiuto e della paura degli altri, dell’egemonia del denaro e del suo possesso, hanno un tale disinvolto disprezzo per i beni comuni e per le grazie della vita che le lasciano distruggere rovinosamente come Pompei abbandonandole a incuria, dissipato consumo, degrado. La ricetta non è nel recintarle. Non è nel farne un museo a cielo aperto. O una Disneyland. Sono città vive con gente che lavora pensa circola ride piange ama. No l’unico modo di salvare queste ricchezze per noi e per quelli che verranno è alimentare il pensiero, educarlo a chiedere bellezza e a voler soddisfare questo bisogno in un modo armonioso con gli altri, con l’ambiente, con il futuro. È una – forse la più civile – delle declinazioni dell’equità, che tutti siano messi in condizione di godere della bellezza. Ma si sa qua stiamo a parlare di bellezza e di equità e tu sei là nella città invasa dai barbari.

Pel di padania
Eh cara Anna i xe andai, sa. Finalmente i torna casa e qua ariva el marubio. Spero che il vento e la pioggia spazzino via tutto il fetore che ha lasciato qua Bossi con la sua truppa. Per quanto
a volte penso che magari ci sarà del buono tra i leghsiti, tra la base leghista. Non me par possibile ci sia tanta cattiveria, tanto odio per tutto ciò che non è padano? A ‘sto punto penso che no i magna gnaca el grana reggiano da tanto padani che i se sente, no me faria meravegia cara Anna..
Stamattina ho sentito tante cazzate: da Calderoli, che vuole fare il simpatico di fronte ai suoi elettori: ha tirato perfin fuori di nuovo le tasse e i calciatori. Torto non ne ha nel dire che le tasse devono esser pagate ed in egual misura, ma allora perchè hanno firmato quella manovra? Che paga sempre i poveri. E tutti applaudiva, ma ghe sarà stai dei poveri tra de lori, no? E Maroni: si è fatto bello davanti ai poliziotti che vigilavano sull’ordine pubblico. ma lo sa, Maroni che i suoi agenti arrivano direttamente dal sud? Molti uomini e donne del sud vanno nelle missioni di guerra, ops, di pace, lo sanno i leghisti, lo sa la loro base che sono quasi tutti terroni, vero? E lo sanno i leghisti che molti extracomunitari sono quelli che puliscono le loro case, accudiscono i loro vecchi e molte extracomunitarie accontentano i maschi -anche leghisti- con prestazioni sessuali che le loro mogli si rifiutano di concedere?
Grandi discorsi, dal vertice della lega, ma tanta fuffa. poca sostanza da Bossi. Eppure vedi intorno non sentivo nessun dire che non accetta lezioni di morale da chi, come lui, sta al governo con un trapanatore finale che usa le puttanelle in cambio di appalti e favori. O da chi sta al governo con chi ha permesso ad un beduino (così chiamano gli stranieri che lavorano per loro) dittatore di venire in campeggio a Roma e dar lezioni di islamismo mentre nel suo paese si perpetravano crimini contro chi la pensava in modo diverso. Eppure tutti zitti, come sta zitto lui, eh Bossi, zitto, ingoiano tutto come ingoia tutto lui, si accontentano di quelle solite robe che farfuglia: secessione, padania libera. Secessione, roma ladrona. Si accontentano di un’ invenzione, che prende spunto da una pianura, piatta come la loro testa che non ha voglia di robe belle e gustose come xe el grana. Come è ancora è l’Italia, col so’ bel tricolore come quelo de me amiga lucia, che indomita, ha sfidato tre ministri e un pochi de barbari in visita a venessia. Che la stava a vardar, la ghe ne ga viste pasar tante, passara’ anca questa. E intanto piove.

Venezia, sul ponte sventola il tricolore (1)



Dialogo di Anna Lombroso e miss Apple

Cara Miss Apple, sei in mezzo alla soldataglia del Po? Sai, Venezia coi barbari ha avuto sempre a che fare, tollerati con un certo aristocratico fastidio, blanditi come desiderabili partner commerciali, combattuti quando cannoneggiavano la basilica, odiati quando sparavano ai colombi in piazza. Lo sai, per liberarsi dai barbari sette ragazzi sono morti e hanno dedicato loro quella bella lunga riva di fronte a san giorgio, in questi giorni sfrontatamente usurpata dai più straccioni e cialtroni tra i barbari. Ieri lo dicevo ai miei amici romani, no gave’ da credar al ministro del disordine pubblico e dei respingimenti che ha schierato un pochi de poveri “fioli” a respingere gli antagonisti. Certo doveva fare un gesto simbolico a favore di suoi padroni, doveva far finta che a protestare fossero i soliti sospetti, centri sociali e professionisti della protesta. E che ci fosse solo la Lucia Massarotto a tirar su un tricolore logoro ma coraggioso, mentre il Bossi “roversa” il Po del Monviso dentro alla laguna.
Mia nonna saggiamente e irriverentemente disse a proposito di benedizioni indesiderate, un poca de acqua sporca non ga mai fato mal a nessun. Ma invece a tanti veneziani il contenuto di quella ridicola ampolla gli fa male, li urta come un’offesa e una slealtà. Sarà per via della spocchia della Serenissima che torna su come l’acqua alta e che fa dire anche dei milanesi, li xe de campagna. Ma ben venga il sussiego di chi ha imperato con potente tenacia sulla terra e sull’acqua, se ridicolizza e rifiuta la volgare provocazione di un ceto impolitico inetto razzista ignorante conservatore fino al misoneismo provinciale scontroso nei confronti di tutto il mondo e diffidente, in una città che ha rappresentato accoglienza, cosmopolitismo, apertura, cultura, bellezza, mecenatismo, coraggio di superare confini e di aprirne altri.
Hai visto, non c’è da credere al ministro, ieri in riva c’era mia cognata che firmando il referendum si è anche comprata una bandiera nuova e ieri se l’è portata in piazza, c’erano le sue amiche, ragazze attempate che ridendo chiamiamo le “maranteghe”, c’erano i professori di Ca’ Foscari e Architettura che non perdonano alla Lega l’ingiuria recata al sapere e all’istruzione, c’erano i pittori, i musicisti, gli artisti che pensano che la Lega sia un’offesa alla bellezza che una volta regnava in questa città e in tutto questo lungo strano stivale. C’erano ragazzi che della bandiera non gliene mai era importato un granchè, era un “oggetto” acquisito ma un bel po’ estraneo come certe poesie, il morbo infuria il pan ci manca..finchè non sono arrivati questi qua che sarebbero solo ridicoli se non li avessimo sottovalutati. C’erano i partigiani che sentivano quella presenza nella Riva dei Sette Martiri come un torto insolente che non si deve tollerare. È il ministro e la sua formazione politica informe e incivile che li ha resi antagonisti, e ne sono piuttosto fiera.

Si Anna, sarà anche così, ma intanto vorrei prima far un giro, andar a sentire cosa pensa la base leghista a proposito delle puttanelle di Arcore, cosa pensa la base leghista di una manovra che pesa come un macigno pure sulle loro buste paga o incassi mensili. Ecco, gli elicotteri che mi ronzano sulla testa! ma porca miseria perchè mi tocca questa solfa, ogni anno, il rito dell’ampolla, i me porta a Venessia l’aqua inquinada del po, inquinada da qualche maldestra industria che pensa solo ai profitti e non al resto del mondo. E vedo a sentir anche il Bossi, capirai, quanti ministri ci sono a Venezia? tre, quattro...che botta! A rivendicare che loro non vanno ai festini del trapanatore finale, questo gli fa -poco- onore…ma vorrei raccontarti di ieri, Anna. sai che il sabato è per me un giorno sacro, sacro per le spese e le ciacoe con gli amici a Rialto. E invece un delirio, un incubo, che è continuato pure nel pomeriggio: turisti, turisti, turisti, turisti, barbari, barbari e ancora barbari. In vaporetto, in calle, sul banco del pesce, sopra i pomodori, in vaporo, in riva. Arrivata a casa ho controllato pure sotto il letto, sia mai che, come l’ultimo dei giapponesi, ce ne fosse pure qualcuno là o qualche cinese venuto a salvare l’economia e a comprarse botteghe. .
E ho pensato che, chi come me, ama Venezia dovrebbe andare domani dal sindaco -oggi sarà di riposo, l’uomo- a consegnare chiavi di casa, carta d’identità e chiedere l’annullamento della cittadinanza veneziana. Io mi rifiuto di vedere Venezia così, un oggetto. Una terra invasa. Altro che attila e gli unni, questi nuovi barbari sono peggio: arrivano armati, ultimamente preferiscono arrivare in condomini galleggianti, ne arrivano sei, sette al giorno, come carrarmati in zona di guerra.
Ecco, così è Venezia, ad uso e consumo di chi spende, di chi sporca, di chi non ama questa città. Tu dici delle maranteghe, ma molti veneziani rimangono silenti, impassibili, accettano tutto questo perchè venessia vive col turismo, cio! bisognarà pur magnar, rassegnati, impotenti.
E assistono con la stessa rassegnazione anche allo spettacolo della Lega, a quello inscenato da Maroni, che fa scena bloccando un centinaio di studentelli, che voglio protestare contro la lega, contro le politiche di questo governo che pensa solo a proteggere i ricchi e puttanieri.
Basta far ciacole, adesso vado a missiarme tra i barbari vestii de verde con i copricapo da vichinghi, tanto brutti i resta, anca co i corni.

domenica 11 settembre 2011

A scuola di barbarie


di Anna Lombroso

Comincia la scuola… io sono a Venezia, ripenso a Calvino che ne parlava come dell’utopia urbana realizzata e della città modello per il futuro: la linea più breve che unisce due punti non è mai la linea retta, tranne che nelle astratte costruzioni di Euclide. …. Venezia ha fatto della relatività dello spazio nel movimento il suo principio fondamentale, componendo tracciati che possono combinarsi e permutarsi in vario modo collegando tutti i punti della città nelle due dimensioni acquatica e terrestre. …Caratteristica del genere umano è l’aver compiuto gran parte della sua evoluzione non sulla terra ma per aria, sugli alberi; la linea evolutiva al cui termine sta l’uomo è passata dalla vita acquatica a quella arboricola e solo in un terzo momento a quella terrestre. Perciò la civiltà umana tende verso soluzioni che concilino i tre modi di vita terrestre aereo e acquatico. In questo quadro la soluzione–Venezia è una delle più complete approssimazioni al progetto d’un ambiente umano pluridimensionale.

Ma a pensarci bene sarebbe anche la più attrezzata per governare la globalizzazione. Sempre ammesso che la storia arrotolandosi su se stessa potesse insegnare qualcosa. La sua potenza, si potrebbe definire una sorta di imperialismo monetario più che territoriale, fondato sul mercato, gli scambi, l’influenza. Una città “aperta” dove non esistevano scuole pubbliche, ma trasmissione dei mestieri attraverso l’apprendistato, e dove col crescere della ricchezza cresceva anche la curiosità intellettuale, il desiderio di conoscenza, cui non bastavano più l’esplorazione, il viaggio. Una città che oggi diremmo, faceva “rete” per allargare il suo orizzonte e il suo futuro, comprando, ascoltando, cercando, accogliendo.

Pensiamo all’istruzione: oltre alle università – Padova era stata “assoggettata” da Venezia, e là studiava la classe dirigente cittadina - fiorivano altre forme di formazione superiore. Studiosi illustri erano chiamati a tenere lezioni, corsi di filosofia erano tenuti a Rialto, finanziati con fondi privati. Proprio a uno di questi avrebbe dovuto partecipare Petrarca, residente in Riva degli Schiavoni fino a poco prima della morte. La passione per la cultura umanistica, per il latino e il greco, sono testimoniati anche dai lasciti di studiosi alla Biblioteca Marciana, come nel caso di Bessarione. Anche l’innovazione tecnica costituita dalla stampa a caratteri mobili accresce il potere di attrazione di Venezia nei confronti di intellettuali e studiosi umanisti. Dall’ultimo venticinquennio del Quattrocento la città diventa il centro europeo più attivo nella produzione di libri stampati. Gli umanisti si rivolgevano a Venezia per pubblicare le proprie opere e per ottenere le edizioni migliori dei classici. E’ entrata nella storia la vicenda di Simone Valentini, di professione mercante, che include nel suo testamento clausole relative all’educazione dei figli. Che vuole eruditi non solo della matematica, della pratica commerciale, della scienza, ma della filosofia, dei classici, della logica. Ma non per farne dei medici e degli avvocati, bensì solum mercatores, solo mercanti. Molto modernamente quindi, più colti, più sicuri, più competitivi. E quindi anche più congeniali al grande progetto di una potenza egemonica in termini commerciali, politici e culturali.
È questo il grande collante: contro gli elementi ostili, contro i nemici esterni, contro i tentativi di disordine evitati piuttosto che repressi, Venezia nell’epoca della sua grandezza, ha sempre risposto con la constantia dei suoi abitanti, con l’aspirazione comune all’interesse generale, in nome del quale viene condotta tutta la politica di espansione ad honorem et utilitatem patriae.

Si ha ragione Calvino, Venezia è stata una sorta di pratica e realistica utopia realizzata e realizzabile (e non a caso la prima edizione dell’Utopia si stampa proprio qui). Qualcosa che l’uomo di governo contemporaneo dovrebbe saper e voler fare nell’interesse generale, in quello del suo futuro e del futuro dei suoi figli. Che bisognerebbe ricordare a chi manda i figli alle scuole americane per affilar loro gli artigli della competitività e dell’arrivismo. A chi pensa che basta essere “informati”, perché ormai la trasmissione del sapere è mediatica, contano il mercato e il consumo, che orientano pareri convinzioni e aspettative con una capacità pedagogica immensa. Quindi non si impara da chi sa. Eppure di gente che sa ce n’è, mentre è meno chiaro che cosa una moderna società dovrebbe sapere, come mettere a disposizione e condividere la comunità del sapere del singolo in modo da rendere partecipi gli altri della conoscenza, eliminando non l’istituto ma la cultura del copyright.

Si se uno ne sa di più non deve poter sigillare quel patrimonio in una proprietà sua, perché il sapere non può e non deve essere un bene privato, non può costituire e determinare separatezza e anche il suo committente oltre che il suo utente deve essere l’interesse comune.
Sta venendo meno uno dei caratteri del sistema in cui viviamo: quella capacità di rendere gli uomini schiavi facendo credere loro di non essere mai stati così bene. Fino a poco tempo fa questo sorprendente risultato era conseguito attraverso l’abbondanza e l’accesso ai consumi. Ora invece si diffonde la percezione che all’arricchimento dei pochi corrisponda l’impoverimento dei molti in un tremendo crescendo inarrestabile. E così è per l’istruzione e la conoscenza, competenze sempre più chiuse in enclave superfinanziate, scuole sempre più private ed esclusive, comunicazione grezza sempre più estesa cui fa da contrappunto una informazione sempre più ridotta e detenuta in poche mani: tutto congiura per proteggere e includere la sapienza del privilegio e respingere la curiosità e il diritto a sapere di chi ne è emarginato.

Barbari è una parola che indica un deficit di civiltà e di cultura. E che evoca anche l’oblio. Per questo non è rituale dire che siamo noi i nuovi barbari, lo siamo chiamandoci fuori dando un appoggio impercettibile a volte inconsapevole alla deriva spettacolare, volgare e ignorante, accettando di credere che la civilizzazione è un processo concluso con il raggiungimento di livelli di benessere, peraltro fortemente minacciati. E che la cultura serva per fare carriera secondo quei principi di mercato, profitto e realismo cinico, e non per fare amicizia con noi stessi e gli altri conoscerci meglio, noi, i diversi da noi e in mondo intorno a noi…e poter essere più felici.

sabato 3 settembre 2011

A dangerous film


spedio dal Lido de Venezia da miss Apple

E' sempre il due di settembre, un caldo soffocante, il lido luccica di luce propria e pure riflessa, quella delle star presenti per questo evento cinematografico. Oggi ero tornata felice dopo la visione del film italiano, stasera il mio rientro non è stato così radioso.
Lo so, lo so: io non vado d’accordo con la psicanalisi, figuriamoci con i padri fondatori! roba, questa, che mi farà detestare dai seguaci dei due scrutatori del bene e del male della nostra psiche.
Ma così è, non ci ho mai creduto e ancor meno ci crederò dopo la visione del film di Cronenberg: A dangerous method, lo dice pure il titolo, pericoloso.
Noioso, noiosissimo. La bellissima Keira Knightley si sforza troppo e fa la pazza in modo troppo poco disinvolto, ‘che pure i pazzi sono disinvolti.
Insomma, non ho amato il film, nonostante i nomi altisonanti del cast, nonostante Wagner, Sigfrido e il reingold.

Certo, magnifica ricostruzione storica, bellissimi costumi, ambientazione sofisticata. ma a me non è bastato, al resto della sala invece sì, considerato il caloroso applauso durante i titoli di coda.
Pubblico delle grandi occasioni, donne elegantissime, veline, calciatori -sì, era lui, Gianni Rivera- e poi registi, produttori, un pubblico amalgamato ed eterogeneo.
E mi piace quando -tra tutto questo andirivieni di personaggi- vedo Carlo Vanzina, mi viene sempre spontaneo salutarlo, chiederglii come sta, alla fine resta uno dei miei registi preferiti. nonostante.
Da venezia, ‘che io ora sto qua, buonanotte.