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domenica 15 aprile 2012

Il campanile "seduto" sulla modernità


di Anna Lombroso

“Ogni volta che descrivo una città dico qualcosa di Venezia”, dice Marco Polo al Kublai Kan.

Si racconta che quella mattina del 14 luglio 1902 furono in molti alla Giudecca a gettare uno sguardo distratto sul profilo della città, al di la’ del Canale, e “sentire” ad un livello remoto della coscienza, che forse mancava qualcosa all’abituale linea sinuosa dipinta sull’orizzonte.
Si era afflosciato su se stesso il Campanile, ridotto a un polveroso cumulo di macerie in mezzo a una nuvola nebbiosa più che polverosa - inusuale per quella stagione - suscitata dall’evento rovinoso.
El se gaveva sentà, si era seduto senza un gran baccano, anzi dicevano i rari testimoni, con un crack come di qualcosa che si spezza. Da tutte le parti in molti accorsero piangendo come per un lutto, per una piccola apocalisse, per la perdita di una presenza familiare e domestica. Soprattutto i “foresti”. Allora, come poi anni dopo, tanti in ogni luogo del mondo nell’immenso monitor del villaggio globale hanno pianto vedendo in diretta le fiamme levarsi dalla Fenice.

Sono i fenomeni dell’irradiazione del mito di Venezia, che da un lato ne ha fatto una proprietà sentimentale, emotiva e culturale, di tutti; dall’altro, l’ha trasformata in un non-luogo, o forse in un luogo comune, un topos virtuale, tanto trattato, descritto, filmato, dipinto, cantato da farne una città immateriale, stranota anche se mai visitata. Sono i rischi di essere un mito, che fanno chiedere se Venezia sappia davvero vivere al di là dell’immaginario, emergendo con uno scatto d’orgoglio da quel baratro virtuale nel quale l’ha sprofondata tanta retorica, se ancora oggi poeti e artisti partecipano di quella elaborazione del lutto storica e collettiva contemplando le tracce di un antico splendore, paghi delle mirabili miserie, dell’appannarsi dell’oro, dello scrostarsi delle pareti affrescate, delle ferite inferte ai marmi policromi. E forse anche i moderni viaggiatori ricercano la conferma di quel rotolare ineluttabile verso la decadenza, la rovina e la morte. E sembrano aspettare ‘’in diretta’’ il verificarsi estremo e catartico della fine, l’affondamento, l’adagiarsi simbolico sui fondali.

Stereotipo cosmico, corre il rischio di lasciarsi imporre percorsi della percezione e della fruizione che ruotano intorno a un dualismo condiviso da letteratura e sociologia, immaginario e cronaca: il rimpianto del passato e l’attesa messianica della fine.
Fu come un annuncio profetico quel crollo nella calda mattina del 14 luglio 1902 quando il campanile si sedette su se stesso davanti agli occhi increduli di una città esterrefatta. “El paròn de casa” - come affettuosamente lo chiamavano i veneziani – se ne era andato piano, lasciandosi cadere, bonario e generoso come sempre – non si registrarono vittime in seguito al crollo -, stanco forse dei tanti secoli trascorsi a cadenzare, sempre a testa alta, i ritmi di una città tanto sfarzosa quanto fragile.
Eppure dei segnali c’erano stati, crepe, una fessura denunciata ma sottovalutata, un allarme angosciato dell’ingegner Pietro Saccardo, sdegnato dalla leggerezza delle autorità che fin dall’alba di quel giorno stava di guardia con un altro ingegnere, Rupolo, a prender misure e controlare, con al paura di “far la fine del sorzo”.

Saccardo non fece la fine del sorcio sotto le macerie, morì di sconforto e di crepacuore. Da anni metteva in guardia sui pericoli, inascoltato e trattato da incompetente inutilmente pessimista. E da disfattista lo trattarono i funzionari della Sovrintendenza sabauda che incuranti delle sue puntuali relazioni tecniche decisero di metter mano in proprio al rifacimento della copertura in piombo della Soggetta, rimuovendo la grondaia di marmo che affondava profondamente nella muratura, ignari o arrogantemente indifferenti del fatto che su quella "grondaia" poggiava l'intero peso del muro di rinforzo alzato dallo Zendrini un secolo e mezzo prima, ché pare sia una costante dei piemontesi agire senza sentire il parere di altri.
E proprio loro fecero di Saccardo il capro espiatorio oggetto di una campagna denigratoria: non era stato efficiente nelle attività di vigilanza, i suoi avvertimenti non erano stati efficaci. E comunque il crollo era una calamità “naturale”, un evento improvviso, un collasso per vetustà imprevedibile e ineluttabile.
Come era e dove era. Dicevano tutti. Cittadini di Venezia e del mondo. Ci misero dieci anno a tirarlo su dov’era e com’era. Raccogliendo tutte le macerie, frammento su frammento, ripulendole, spazzolandole, mettendole insieme come in un volonteroso puzzle. Perché era obbligatorio cancellare l’oltraggio e la vergogna dell’incuria. Ricordare con gli atti che nel passato come un motore che non conosce fatica, la città aveva governato maree e correnti, inalzato difese contro le alluvione dovute all’intreccio dei fiumi alpestri e alle ondate tumultuose e impetuose spinte dalle correnti litorali del fondi del golfo adriatico. E intanto bonificava, gestiva e impiegava a buon fine fenomeni di emersione, interramento e riempimento che colmavano le parti morte dell’ambiente marino, rinforzando isole e lidi, impedendo che la terraferma divorasse la laguna. Così nasceva la città, su pali conficcati nella melma giù fino in fondo, in un attivismo convulso ma razionale, senza soste nella convinzione tenace di operare in un organismo vivo da difendere contro forze cieche ed eventi poco prevedibili, ma necessariamente preventivabili.

Quest’anno sono cento anni che si è cancellata l’onta di aver lasciato crollare un simbolo, ricreandone il fragile mito, che sta come un faro inutile a assistere a altre vergogne, a offese denunciate: nulla sembra essere rimasto nella nostra contemporaneità di quella capacità di previsione, di quella potenza demiurgica, nella sonnolenta città di oggi ancora una volta minacciata da orde di barbari. Nulla resta del dinamismo impresso imprevedibilmente da quelle popolazioni descritte da Cassiodoro come in un affresco: un paesaggio immenso e povero, pianure liquide le chiama Mommsen, fatto di saline e barene, acquitrini e case costruite come nidi di uccelli acquatici. E nulla resta in questo mondo intorno, ricattato da una modernità irresponsabile, fatua, cinica e avida. Nel quale ci neghiamo la possibilità di partecipare a una felicità condivisa - gesto gioioso e fecondo che rappresenta, in qualche modo, la quota d’amore dedicata a ogni cosa, la gioia di creare e contribuire a un atto collettivo, quello di sentire e vivere la bellezza, di cantarla insieme come una musica che fa migliore l’esistenza nel nostro paesaggio umano.

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