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giovedì 3 novembre 2011

La ruota della fortuna


di Anna Lombroso

Ho sempre pensato che un ingrediente indispensabile per un leader sia la fortuna. Così come per una brillante carriera. E penso anche per certe nazioni, quelle ad esempio toccate da una sorte benevola che le ha risparmiate dalla guerra in casa, non esonerandole dal condurla fuori. Perché la fortuna non rende comprensivi di chi non la possiede o non ne è accarezzato. Anzi, rende, si direbbe, implacabili e irridenti della scalogna, sprezzanti delle disgrazie, dimentichi della propria inazione nel conseguire il successo. Così il fortunato resta sorpreso e risentito quando la dea si gira da un’altra parte e si innamora di un altrettanto immeritevole.

Si me li immagino così come pugili suonati: Berlusconi che starà contrattando una uscita politica e giudiziaria incruenta, spaventato dal troppo tempo libero che lo aspetta a meno che Putin non gli regali una provincia dell’impero; Draghi banchiere gaté vezzeggiato all’estero e osannato in patria che tenacemente e pervicacemente aveva perseguito la sua profezia auto avverante e che ora si trova malsopportato in Europa, inutile in Italia, impotente nella tanto amata globalizzazione, incompreso perfino dagli indignados. Per non parlare di Tremonti, la cui speranza doveva farci paura molto prima del fortunato bestseller e che aveva costruito un’aspettativa sul sortilegio di una discreta educazione, di amicizie altolocate nella finanza audace e rapace, di una provvidenziale erre moscia che lo collocava tra i ragazzi bene rispetto ai maleducatissimi giovinastri del governo, della possibilità di dire sciocchezze infami in due o tre lingue. E soprattutto di una gran buona sorte.

Uniscono i fortunati oltre a un destino favorevole, l’ingratitudine e la spietatezza. Un’avida e implacabile determinazione ad arrivare che li ha resi protagonisti e motori della rovina di molti, anche attigui, amici, sodali, per il proprio bene e interesse personale, che li ha resi ciechi davanti alla possibilità che l’onda malefica sulla quale avevano soffiato come un vento potentemente crudele, potesse travolgere anche loro insieme a noi.
E li accomuna anche una disconoscenza smargiassa nei confronti di chi li ha aiutati, compresa la fortuna. Perché appena “arrivano”, appena si realizza la loro ambizione sotto forma di successo , denaro, ruolo primario nel film, vincita all’enalotto, immediatamente si convincono e voglio persuaderci che è merito della loro dotazione di bravura, competenza, intelligenza, creatività. Unite a una laboriosità, eccezionalità e potenza che a volte permettono loro di governare a tempo perso.

Personalmente sono invece equipaggiata di una certa radiosa dabbenaggine che mi fa ritenere di essere fortunata. Una convinzione che mi rende piena di gratitudine nei confronti della vita, della bellezza, del sapere e di chi amo e mi ama, estendendo i miei sentimenti un buon numero di persone.
Ma mi hanno fatto essere risentita oltre che incollerita. E gradisco che certi immeritevoli fortunati siano nella polvere. Sorte toccata a virtuosi, a eroi fieri o miti, a anime semplici nelle quali magari per un momento rifulse la virtù e che ne hanno fatto dono agli altri, insomma a testimoni dell’agire umano quando è ispirato dalla generosità, dalla fiduciosa solidarietà. Anche loro dovevano misurarsi col volto capriccioso e incostante della fortuna. E per noi laici è anche confortante collocare in una posizione secondaria la presenza nel mondo della provvidenza , disegno divino indirizzato consapevolmente a un fine o a un risultato da consumare post mortem, mettendo in primo piano il combinarsi di forze puramente casuali, accidentali, svincolate da ogni finalità trascendente.

Ma i nostri unti della sorte pensano che Machiavelli sia un autore di riferimento per l’esercizio sfrontato del cinismo e del disincantato pragmatismo. Eppure li avrebbe resi avvertiti che l'uomo può fronteggiare vittoriosamente la fortuna, arbitra solo della metà delle cose umane. Perché sul resto si devono “regolare” gli uomini, semplici cittadini o principi, meglio se virtuosi. Ecco è qui che manca la materia prima, non sappiamo se siano uomini, non sono cittadini, meno che mai principi. E l’unica virtù che conoscono risiede nell’aver resi pubblici i loro vizi.

1 commento:

  1. LUCIA DI MARCO3 novembre 2011 19:43

    INTERESSANTE E SIGNIFICATICO!!! MI E' PIACIUTO MOLTISSUMO!!! CONCORDO IN TUTTO!!!

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