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lunedì 29 agosto 2011

Gli ultimi della class

di Anna Lombroso

Una volta quando c'erano scompartimenti di velluto teatro di conversazioni che oggi si svolgono con febbrile irruenza su Fb, succedeva di trovare abbandonati sul sedile la Domenica del Corriere, Gente coi ritratti di dinastie ex regnanti in vita solo a quello scopo, Oggi che nemmeno so se esista ancora.  Li chiamavano rotocalchi. A volte restavano sulle ginocchia delle signore che si consegnavano  a conversazioni confidenziali, oppure  di signori che inevitabilmente finivano per dire che una volta si i treni arrivavano in orario.  I modelli che proponevano avevano una forte carica morale, ricchi ma solidali, nobili ma “democratici”, eleganti ma sobri, belle ma pudiche.

Si tutto allora era più domestico, più ingenuo. Non c’è da averne gran nostalgia, ma certo tutto si è degradato e un certo rovinoso precipitare nella società dell’egoismo, dell’emulazione del peggio e dell’irrisione dl buono, dell’estetica di regime al posto della bellezza, dei cartelloni pubblicitari patinati che coprono belle e severe facciate, lo fari cominciare proprio come Berardinelli, con Class. A cominciare dal nome: Class. C’è stato un susseguirsi di generazioni per le quali classe significava lotta e affrancamento, diritti e conquiste, sopraffazione e redenzione. Altro che la classe non è acqua di rentier, arrivisti, ridicoli imitatori che chi sta un gradino più su a cominciare dall’orologio sopra al polsino, dal colletto della maglietta tirato su, come nella mutazione di un linguaggio simbolico, quello del rampantismo, della spregiudicatezza. E'cominciato così un processo che ha stabilito il primato del rito della partecipazione, più azionaria che democratica sull’esercizio della coscienza critica. Si costruiva l’Italian Style, l’immagine, perché l’immagine era tutto, della nuova classe, appunto, dirigente. Attraverso lo stile ci si ripuliva fino a sentirsi parte di una cerchia, ma dalla quale di fatto si restava esclusi, perché avevi  voglia tu di vestirti da manager invece che con gli abiti un po’ stazzonati e informi della nomenclatura: se potevi diventare un grigio politico magari un po’ più vaporoso per via delle truccatrici di tribuna politica, la classe dirigente restava inaccessibile, perché era – ed è - ancora quella delle famiglie, delle dinastie regnanti sull’industria e gli affari, carica di aura, di mito, di effetti ipnotici, che guardava con schizzinosa alterigia la scomposta ostentazione degli aspiranti.

Si preparava il tempo del sopravvento della pubblicità sulla politica, dello spettacolo sulla realtà, della narrazione sulla verità, della decisione autoritaria sulla democrazia, del denaro e del profitto sopra tutto. Il tempo dell’Omino di Burro che doveva portarci tutti nel bel paese se salivamo sul suo carro. E con lui definitivamente veniva ammessa anzi premiata come una virtù la volgarità, la passività, in un vero e proprio genocidio culturale, che si fa beffe del pensiero, della tradizione, salvo quella padana, della  memoria, di quella pluralità di culture regionali, di classe, di minoranze che avevano caratterizzato il paese per secoli e che nemmeno il fascismo era riuscito a distruggere..e nemmeno Gente o Oggi. Sostituite da un’altra “cultura”, quella dei comportamenti trasgressivi  concentrati in forma criminale nei fenomeni mafiosi diffusi in via omeopatica ben tollerata in tutto il paese, quella del familismo che ha svilito i legami di solidarietà, del localismo, del corporativismo, dell’autodifesa aggressiva delle tribù e dei clan. Confermando l’opinione che sembra essere l’unica cosa pubblica rimasta, che per condurre un’esistenza nella “norma” dell’anomalia, bisogna essere anormalmente attenti, diffidenti e furbi, il prezzo da pagare senza troppi danni per sé e ai danni di qualcun altro in una società senza regole ne’ leggi. Politica e cultura ci si chiudono intorno come un orizzonte di fatalità, dal quale difendersi pena la marginalità. Sospetto che ci siano responsabilità gravi in chi con le ideologie -   in nome di un liberismo che nel costume, nella percezione, della conoscenza e nell’informazione – ha buttato anche la vecchia Kulturkritik. Se prima si vedeva una sotto-cultura quella di Gente e Oggi, magari, facilmente identificabile, adesso giornali e riviste e cinema e satira non ci propongono l’intrattenimento evasivo che inganna le masse, ma contribuiscono all’involuzione della funzione critica, la massificazione e l’usura della cosiddetta “alta cultura”.

Per carità non sono così snob da non considerare positivo che la Buton abbia fatto risuonare nelle orecchie e nelle teste un po’ di Mozart, ma mi inquieta che alcune èlite che praticavano la cosiddetta critica dell’ideologia, per coscienza politica o superbia, abbiano perduto il loro punto di osservazione, per distacco, disillusione, fatica, repulsione. Hanno tolto agli italiani il complesso della cultura certamente, proprio come la Vecchia Romagna, con affabile democraticità, li hanno emancipati dalla timidezza e dalla inadeguatezza, con gli apriti sesamo del Nome della Rosa, del paginone di Repubblica, ma li condanna alla denuncia, alla recriminazione, all’invettiva, oggi allo sdegno, per dare loro la visione di un ideale progressistico-edificante. E di quello ci si appaga, di quella appartenenza , di quella collocazione nel crocevia di tutte le strade principali dell’opinione pubblica, così rassicurante che ci fa credere di vivere già nel mondo che vorremmo. Beh non è così, sia pure nel club esclusivo di quelli per bene, non siamo esenti dal fango,  dall’anomalia, dall’inciviltà. Altro che Oggi e Gente, altro che Class. In treno ho visto abbandonato l’ultimo esemplare del genere: Vanity Fair, perfetto per la freccia rossa e anche per il coiffeur degli emancipati. Ma io vorrei   vorrei i Quaderni Piacentini, vorrei Quindici, vorrei il Ponte, vorrei Aut Aut che nel primo numero aveva un editoriale che ammoniva: se scegliete la libertà, sappiate, poi non si può tornare indietro. Si vorrei che ci prendessimo per mano e scegliessimo la libertà

venerdì 26 agosto 2011

Caffè scorretto


di Anna Lombroso

Sono sentimentalmente legata a una definizione dell’Italia tante volte ripresa, e smentita, in questo controverso cento cinquantenario. La nazione mite, intendendo un paese nel quale per indole e spontaneamente, malgrado abbia dato i natali a Machiavelli, si viveva più dolcemente o forse, più arrendevolmente essendo la mitezza un carattere che appartiene “alla componente della società che non esercita il potere, agli umiliati e offesi, ai sudditi che non saranno mai sovrani”. Vorrei che nessuno sostasse nella condizione di vittima, quindi della mitezza mi piace pensare che se non è un virtù politica possa essere una virtù sociale che preconizza un mondo migliore, meno violento e sopraffattore. Che il mite sia “l’uomo di cui l’altro ha bisogno per vincere il male dentro di sé, colui che rende più abitabile questa aiuola”, con la gentilezza, la comprensione e il ragionare insieme, grazie alla fermezza composta e sorridente delle proprie convinzioni.
La mitezza, che qualcuno ha definito qualità femminile non so con quanto lungimiranza, è aiutata dalla dolcezza del clima, dall’armoniosa bellezza del paesaggio, da certi dialetti che suonano come vecchie canzoni cantate da bambini. E dal garbo gentile e comunitario dei luoghi della socialità, le piazze, le biblioteche, le scuole, i musei, archivi della memoria e dello stare insieme.
È accaduto qualcosa di davvero terribile se in pochi anni, che minacciano che questo sia davvero un secolo ancora più breve di quello trascorso, la barbarie ha disperso questo “senso comune”, se una perentoria violenza gridata ha coperto il colloquiare, se tramite leggi dello stato si chiudono scuole, si brutalizza il paesaggio, si oscura la bellezza, se i piccoli educati paesi sono diventati enclave della diffidenza e del rancore contro stranieri e diversi. Se vige una lingua imbastardita e villana dove l’abitudine alla “licenza” autorizza insieme agli errori, all’approssimazione, anche l’incomunicabilità. E se la memoria collettiva diventa un fastidioso fardello di cui liberarsi come una condanna a ragione e responsabilità.
Tra i tanti posti del vivere e ragionare insieme cancellati nella comune obliterazione della realtà, sostituita da una narrazione della politica, della sfera pubblica e di quella privata al servizio di un presente e di un futuro di solitari e ubbidienti consumatori di esistenza e spettacoli, ci sono anche i i luoghi della convivenza. Video e pc al posto del camino, centro commerciali al posto delle piazze. E disadorni bar tetri e freddi come in un quadro di Hopper al posto dei caffè e delle osterie. Dove gente consuma rapidamente anche le attese insieme a bibite insapori. A volte mi viene di pensare che l’anonimato, le torri di cristallo nelle quali si specchia la cruda modernità delle megalopoli ci farà tornare il desiderio di confidenza, di intimità, ci consegnerà alla bellezza dell’affidarsi e del fidarsi degli altri. Ma temo sia una piccola utopia. È probabile invece che lo squallore sia uno degli strumenti più o meno pensati per ridurci in una lugubre frustrazione, così incerta e triste da condannarci al sonno del pensiero, a una povertà morale e all’oblio del futuro.
Ora che tacciono le sirene del consenso, resta solo qualche raglio ridicolo, che l’astuta altalena emotiva della persuasione che tutto va bene si è inceppata, ci troviamo armati solo del nostro soprassalto rabbioso ma inadeguato. Potrebbe essere un momento liberatorio, nel quale a ciascuno viene l’impeto di fare qualcosa, ma è anche il momento dell’imperfezione e dell’impotenza. Qualcuno ha detto che all’emergenza non si addice la filosofia. Invece io credo che proprio in tempi così bui serva proprio ragionare su noi stessi e insieme agli altri. Come una volta si faceva nei caffè. Anche in quelli di paese dove ti portavano il gelato nella coppetta di metallo e accanto il bicchiere d’acqua di fonte coi cucchiaini lasciati a bagno, e si stava a guardar passare la vita ma ci si stava dentro. Per non parlare di quelli dove la vita la si sezionava come in una lezione di anatomia, .mica solo il Flora con Sartre e de Beauvoir, mica solo il de Lilas con Zola o Baudelaire, con Apollinaire o Verlaine, o con Fitzegerald o Breton o Gide. Mica solo come l’Arco dove quando entrava Kafka per incontrare Milena calava il silenzio. O il Café des Westens, illuminato dalla fiaccola di Karl Kraus e dalla luce folgorante di Walter Benjamin.
Non parlo solo dei “salotti” esclusivi della cultura mondana, Pedrocchi o Giubbe Rosse Roma, l’Accademia del Caffè Roma, l’Europa di Napoli, il Corazza, il Tommaseo o l’Italia di Trieste, il Martini. Dico soprattutto di quei caffè nei quali si fece l’Italia. Il Progresso o il Diley, il Nazionale o il Colosso a Torino. Peppina e Cecchina , il Santa Margherita o il Luganeghin a Milano. E il Cacciatori o la Fenice a Bologna. Il Greco a Roma e il Florian al centro della battaglia con i ragazzi di Manin al riparo dietro le poltroncine di velluto rosso. E poi le osterie, dopo, dove si riunivano rapidi e spericolati i partigiani delle città e più tardi, dove si trovava riparo per dirla con Roberto Leydi dall’angoscia delle fabbrica per ritrovarsi tra “uomini”.
Il simplicissimus ha fatto bene a chiamare questo blog “caffè”. Immagino voglia farne un caffè scorretto. E lo sarà se come quei locali di una volta riuscirà, contro le tendenze della nostra contemporaneità, a essere un posto dove si discute, si dialoga, si colloquia, ci si adira e ci si consola poi intorno a quella radiosa utopia che sa immaginare un mondo dove è bello ragionare tra amici per costruirsi un futuro di donne e uomini che aspirano alla felicità.

giovedì 25 agosto 2011

La triste Ungheria di Agnes Heller

A colloquio con la celebre teorica ungherese dei bisogni radicali, sfuggita prima ai campi di concentramento, poi alle purghe comuniste e che ora, da vecchia, rivive l'incubo della destra oligarchica e il germe del fanatismo antisemita. 

Di Agi Berta



Non so perché ma dentro di me certe persone le immagino altissime e quando ho visto la piccola signora venuta ad aprirci il portone con un pass elettronico sono rimasta interdetta. Ho riconosciuto il volto pieno di rughe e ancor più i suoi occhi intelligentissimi e acuti che avevano conservato intatti una freschezza quasi adolescenziale, ma la mia immagine interiore non corrispondeva alla fragile figura dolorosamente zoppicante. Per me Agnes Heller è stata sempre un mito e si sa, i miti hanno le dimensioni di statue che ornano le piazze.

Indossava una lunga gonna nera con dei disegni orientali che niente avevano in comune con la blusa blu dai piccoli disegni. La sua strafottenza esteriore mi scaldò il cuore e smisi di vergognarmi delle pantofole di mamma che portavo per la fretta di partire assieme ad Andrea Tarquini di Repubblica e per essere rimasta improvvidamente chiusa fuori casa.

Il palazzo, un edificio molto particolare stile art nuoveau, arricchito da elementi di arte popolare ungherese si trova a Pest e ha un sistema di sicurezza abbastanza efficiente, anche se di difficile gestione per una signora che si muove dolorosamente. Gli inquilini possono aprire solo il pesante portone esterno con il citofono, ma devono scendere per aprire la porta interna a vetro così che gli ospiti possono essere controllati a vista. Non so se il sistema sia stato inventato proprio per lei, ma di recente aveva ricevuto delle minacce e anche uno sputo in faccia da un passante che l’aveva riconosciuta per strada.

La sua casa si trova all’ultimo piano, una specie di mansarda di appena tre stanze strapiene di libri, quadri, bellissimi oggetti e di foto. Su un tavolino addosso alla parete tra tante altre mi è parso di riconoscere la foto di suo marito Feher - c’era anche quella di una bimbetta di pochi mesi, la sua bisnipotina. Un ambiente accogliente e vissuto. Mi piaceva perfino il disordine creativo della sua cucina.
Sul tavolino c’era del whisky, un piattino di salatini e anche un posacenere. Mi fece sorridere questa premura d’altri tempi, ci attendeva.

Ora non mi va di rileggere lo sbobinamento del nastro che Andrea mi ha spedito, credo che i ricordi conservino ciò che riteniamo importante. Si tratta di un’importanza soggettiva, per fortuna l’essenza dell’intervista potete leggere – molti di voi l’avevano già fatto – sulla Repubblica, la mia nota non sarà né precisa, né esauriente, sarà solo un brano di diario.
All’inizio ero talmente emozionata che non mi ricordo nemmeno la prima domanda. La guardavo solo. Semplicemente non riuscivo a staccare gli occhi da lei. E balbettavo delle banalità per di più in ungherese. Mi sembrava di non ricordare nemmeno una parola in inglese. Per fortuna Andrea ruppe subito il ghiaccio e Heller partì in quarta. La sua logica cristallina, la sua voglia di comunicare e non solo di parlare, ruppe ogni perplessità circa la lingua. Capivo ogni parola perché lei voleva farsi capire.

Credo che si sia partiti dalla situazione politica e personale, ma potrebbe anche darsi che solo a quel punto mi riuscì di concentrarmi sull’intervista: lei l’eterna dissidente, persona da sempre libera che fa paura a ogni regime. Costretta all’emigrazione nel 1973, tornata in Ungheria dopo la caduta del muro di Berlino e che di nuovo si trova dall’altro lato della barricata rispetto al potere. Heller non hai mai fatto compromessi, ma non è nemmeno un provocatrice. Abilmente dribbla le domande che insistono sulla paura e sull’attuale stato di emarginazione:

Cosa mai potrebbero farmi? Non ho un lavoro, non ho nemmeno un piccolissimo incarico d’insegnamento eppure avevo lasciato la direzione dell’Istitut of Philosofy di New York per rendermi utile qui, in Ungheria. Sono stata calunniata per sottrazione di certi fondi destinati alla ricerca. Ridicolo. Perfino alcuni deputati della Fidesz si erano vergognati per queste accuse cosi grottesche. – e poi aggiunge con un sorriso ironico – Potrebbero arrestarmi, sarebbe un gran bell’affare, come minimo potrei ricevere il premio Nobel.
E’ pragmatica anche sull’antisemitismo imperante:

Il problema non è l’antisemitismo che è sempre esistito in Ungheria. Il problema è che l’antisemitismo è pubblico. Chiunque può fare dichiarazioni antisemite pubblicamente, senza nessuna conseguenza giuridica, cosa inimmaginabile in altre parti d’Europa. (come è successo al Magyar festival, versione opposta al progressista Sziget festival dove un relatore aveva dichiarato tra altro: bisogna sparare ai pidocchiosi ebrei che corrompono l’economia”. A.B.) Il problema però ha radici antiche. L’antisemitismo, Auschwitz, cosi come le conseguenza del trattato di Trianon (trattato che dopo la prima guerra mondiale priva l’Ungheria del 52% del suo territorio e con esso milioni di ungheresi diventano minoranze etniche nei paesi circostanti.) non sono mai stati affrontati in un dibattito pubblico, leale e liberale, ma nascosti come la polvere “sotto il tappeto”. E si sa, troppa sporcizia nascosta alla fine diventa veleno.

Bevo le sue parole. Andrea passa oltre, e le chiede cosa ne pensa sul fascismo che sembra impregnare la società ungherese con il suo autoritarismo razzista espresso anche nella nuova costituzione.

Non parlerei di fascismo, come non parlerei nemmeno di comunismo o di socialismo. Preferisco definire il potere con bonapartismo. In Ungheria non esistono partiti politici classici come in Germania, Francia o in Polonia. Dove per esempio c’è un governo conservatore, che rispetta però le regole democratiche. Orban no. Orban cerca di concentrare il potere nelle proprie mani, non è un fascista né un populista. Crede nell’oligarchia, se ne sente parte, crede in se stesso e di conoscere il Giusto e ciò che è giusto per l’Ungheria. L’état c’est moi, la societé c’est moi. E con questa concentrazione limita il ruolo del parlamento, rende invisibile (legge bavaglio) l’influenza, pertanto modesta, delle opposizioni. La loro ideologia non è chiara è comunque non corrisponde all’ideologia dei partiti popolari europei. Al livello teorico impera un nazionalismo anacronistico che sul campo dell’economia tende verso un’improbabile autarchia.
 E non le pare una svolta dittatoriale?

No, ma non nemmeno uno Stato di diritto. La democrazia liberale è il concetto vero, e proprio le idee liberal sono sotto tiro, all’indice, oggi in quest’Ungheria. Dare a qualcuno del liberal significa definirlo nemico del popolo, nemico della nazione magiara, un alieno, uno straniero. I conservatori europei – Cameron, Angela Merkel – non possono essere paragonati a Orban. Loro non aboliscono il liberalismo, anzi governano insieme ai liberali. Qui c’è odio verso il liberalismo in generale. E l’identificazione del liberalismo, delle idee liberal, con gli ebrei e l’ebraismo, identificazione che è cupamente tipica del passato. Cioè assistiamo alla rinascita di pericoli che furono creati dai totalitarismi che hanno sempre visto le idee liberal come primo nemico, definendole tra l’altro come cosmopolitismo. La Fidesz non ha idee ma mobilizza con ideologie. Primo, col nazionalismo. Poi con slogan molto tradizionali: la nazione, la famiglia, la religione.
 Dunque si tratta di un totalitarismo?

Non esattamente, perché il totalitarismo vieta ogni pluralismo. L’autocrazia di qui marginalizza, non vieta. Hanno epurato in massa radio e tv proprio per marginalizzare il pluralismo e chiunque che non pensa come loro. Ma nel parlamento siedono anche altri partiti, socialisti, verdi-liberali ma la strategia della Fidesz è comportarsi come se l’opposizione non esistesse o di criminalizzarla come nemici della concordia nazionale.


Professoressa, ci sarebbe una cosa che non riesco a capire. In occidente la base elettorale della destra in prevalenza è di bassa scolarizzazione. In Ungheria no. Fidesz ha l'appoggio di molti miei amici, ex compagni di scuola, sovente laureati e perfino Jobbik, il partito esplicitamente razzista, antisemita e antirom ha una grossa influenza tra gli universitari oltre che tra i ceti più emarginati. Com’è possibile? Che fine ha fatto la cultura cui ero cosi orgogliosa per tutto il tempo della mia permanenza italiana? Che fine aveva fatto l’intellighenzia ungherese?

Si, è vero. E’ innegabile che il regime di Kadar avesse investito molto nella cultura, nell’istruzione pubblica, ma l’approccio era e tuttora lo è di tipo prussiano: bisognava imparare una gran quantità di nozioni senza però lo sviluppo del pensiero critico. Cosi le nozioni apprese rimangono un’accozzaglia di cose abbastanza sterili. Il professore o il maestro in questo contesto funge da detentore della verità. Il suo insegnamento deve essere accolto in modo passivo, senza alcun pensiero critico. E ora la gente, formato appunto con questi modelli, accetta in modo acritico la voce dell’uomo forte.

E a questo punto racconta un episodio che dedico – oltre che a me stessa - giacché madre e insegnante - ma anche a tutti quelli che hanno la responsabilità d’insegnamento:

 Quando ci costrinsero di emigrare, per molti anni abbiamo vissuto in Australia. Un giorno mio figlio torna dalla scuola dicendoci: la prof. Mi aveva inserito in un gruppo sbagliato. Si parlava dell’aborto. La professoressa senza accennare minimamente al suo orientamento rispetto alla questione, aveva diviso la classe in due gruppi: la prima metà degli studenti dell’elenco “pro-aborto”, l’altra metà contraria. E mio figlio capitò nel gruppo anti-abortista e volle cambiare. Ma la prof non glielo permise. Doveva rimanere lì e a tentare semmai di interiorizzare le teorie del suo gruppo per convincere gli altri. Il suo compito era quello. Anche a costo di dover fare un “gioco di ruolo”.
Ecco, un piccolo esempio su come si forma il pensiero critico.E il pensiero critico fa paura a ogni regime.
E’ esaltante, anche se per certi versi frustrante capire troppo tardi dei meccanismi che avevano condizionato la mia vita, infatti, insisto:

- Si, è vero. Ricordo con enorme fastidio un episodio dai tempi del liceo. Come lei sa, in Ungheria non si studiava filosofia al liceo, ma una materia dal titolo singolare “ Le basi della nostra coscienza”, una specie sintesi del marxismo. Che mi piaceva molto, ma beccavo sempre dei pessimi voti. I peggiori della mia carriera di studentessa. Andavano invece benissimo gli studenti che ripetevano l’argomento della lezione come pappagalli. E ora magari votano per Jobbik (partito neonazista). Vorrei chiedere però un’altra cosa che in qualche modo è connessa con l’argomento di sopra.
Lei e la scuola di Budapest, anche dopo l’esilio continuavate comunque influenzare il nostro modo di sentire. Io non conosco molto bene come funzionava in Ungheria, l’università l’avevo fatto in Polonia, però le idee di Michnik e dei suoi compagni e anche lei professoressa nonostante tutto, eravate presenti nei nostri discorsi. E ora? Ora nell’Ungheria “democratica e libera” lei crede di avere la stessa influenza sulle coscienze?

 Sì, secondo autorevoli sondaggi, nonostante l’emarginazione politica e lavorativa, nonostante il controllo dell’informazione, appartengo ancora alle cinquanta persone più influenti. Ogni settimana organizziamo degli incontri qui a Budapest, ma anche nelle maggiori città del paese con una buona partecipazione di studenti, gente comune e via dicendo.
-
- Si, ma sinceramente mi sembra poco. Io parlo d’influenze determinanti, non di circoli intellettuali più o meno circoscritti.
Da diverso tempo avrei voluto raccontarle un episodio molto personale, ma la presenza di Andrea, la sua incredibile professionalità mi metteva a disagio. Poiché sono stata presentata come “collaboratrice” non volevo sputtanarlo con il mio stile che difficilmente può essere considerato professionale. Io sono chiacchierona e curiosa, ma nemmeno giocando a fare” l’apprendista giornalista” riuscivo a rinnegare la mia caratteristica provinciale. Comunque approfittando di alcuni minuti di assenza “tecnica” del mio capo (sic!) le raccontai cosa significava lei per la mia generazione.

- Come le avevo detto, io pur non sapendo niente di filosofia, avevo letto i suoi articoli e anche il libro La teoria dei bisogni. Riconosco, iniziai a leggerlo per una forma di snobismo perché all’epoca volevo far colpo su un ragazzo che giudicavo colto e intelligente. Poi strada facendo persi la motivazione originaria e rimasi coinvolta dal libro che ancor oggi considero una tappa fondamentale della mia formazione. Ebbene, quando lei era stata costretta all’esilio, io decisi di entrare nel partito comunista ungherese. Si, la “colpa”di questo gesto – che era solo apparentemente contraddittorio – fu proprio la sua cacciata dall’Ungheria. Mi era sembrato una cosa allucinante privarsi di una delle menti più brillanti del comunismo. Si figuri, volevo entrare nel partito per riformarlo. Per farla richiamare. Un’ingenuità simile poteva essere perdonata….avevo solo 20 anni. Comunque non mi vollero, dopo un colloquio tra mortificante e banale mi considerarono un “attivista disgregante “ cui il partito non aveva bisogno. Ora arrivo alla domanda: durante il regime socialista lei e i suoi compagni avete animato dei circoli simili a quelli cui fa riferimento. Però l’influenza di questi circoli, gruppi o associazioni al limite della dissidenza era notevole. E non solo tra gli studenti, ma sulla società intera. Certo, la dittatura funge da cassa di risonanza. Ma oggi mi sembra che ci sia un vuoto intorno ai vostri incontri. Io almeno non ne avevo avvertito nessun accenno tra i miei amici o conoscenti perciò presumo che la loro influenza sociale è molto relativa.

 No, non credo che sia relativa, ma di sicuro in un contesto democratico ci vorrebbe ben altro: rappresentazione nel parlamento e divulgazione attraverso i media. Che nei fatti non c’è o è fortemente ostacolata.

- Cosa potrebbe fare dunque Europa per la democrazia ungherese? Potrebbe magari applicare delle sanzioni, come contro l’Austria di Heider?

No assolutamente! Le sanzioni colpirebbero solo la gente, la popolazione. Che già vive in condizioni difficili. E fornirebbe un pretesto ai seguaci nazionalisti di Orban a dimostrare che Europa vuole “colpire” l’Ungheria, vuole punirla esattamente come con il trattato di Trianon. No, niente sanzioni, semmai dovrebbe aiutarci a mantenere in piedi un’informazione libera, pluralista. Aiutare gli emissari radiofonici liberi (Klubradio), le tv indipendenti, a far ritirare la legge bavaglio.
Spero con tutta me stessa che la professoressa Heller non abbia visto le lacrime che mi erano spuntate ascoltando le sue parole. Un apprendista poco sotto i sessanta che si mette a piangere. E’ ridicolo. Eppure mi sono commossa.
Dopo 3 settimane di full immersion nazionalista, dopo 3 settimane di propaganda sciovinista a tutti i livelli, per la prima volta avevo sentito una frase patriottica. “ Le sanzioni colpirebbero solo la gente, la popolazione. Che già vive in condizioni difficili.”

In tre settimane di propaganda capillare – che iniziava anche fare breccia sulla mia anima perché, credetemi non è facile sentirsi sempre fuori, sempre contro – non avevo mai sentito una frase che cosi sinceramente riferisse al popolo. Proprio a quel popolo cui appartiene la mia vicina di casa, una dolce e disponibile signora che quando aveva saputo che avrei incontrato Agnes Heller si esclamò cosi: Oh, no, ma perché vuoi incontrare quella vecchia puttana ebrea? Si tratta di una mia coetanea che non sa niente della Heller, sa solo quello che i media trasmettono. Magari non esattamente nella stessa forma che lei aveva sintetizzato a modo suo. Ma la sostanza non cambia.
Le due ore e passa sono volate via e se non fosse stato per Andrea che è riuscito a conservare un briciolo di buonsenso, io avrei continuato all’infinito.
Oh, mi ha fatto piacere chiacchierare con voi, del resto non ho niente da fare. Devo solo prepararmi la cena e sa, in queste condizioni – in autunno dovrà affrontare un intervento all’anca – tutto diventa difficile.
Volevo offrirmi a prepararle la cena, a patto però che la chiacchierata continuasse magari in cucina, ma mi sono resa conto in tempo, che forse la proposta avrebbe ulteriormente compromesso la mia già vacillante “professionalità di apprendista giornalista.” Ma non riusci a non darle assicurazioni sull’intervento, perché in articolazioni doloranti e interventi vari, mi sento una vera esperta. In bocca al lupo professoressa! In tutti i sensi.
Prima di salutarci, le chiesi di scattarle una foto, la stessa foto che potete vedere su Repubblica.