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sabato 17 marzo 2012

Occupyamo il futuro


di Anna Lombroso

Oggi compie sei mesi Occupy Wall Street, nato con lo slogan di 'Siamo il 99%' col sorgere del campeggio allegro e rabbioso nel centro di Manhattan, con l’intento di dare concretezza almeno simbolica alla lotta contro il capitalismo finanziario motore di una sempre più profonda e insanabile ineguaglianza sociale ed economica.
Il Corriere ci offre la sua paternalistica e pensosa fenomenologia: la forza della protesta ha perso slancio, sottintendendo “ per fortuna” perché certo folklore ha fatto il suo tempo, adesso bisogna essere seri e sobri, si sa.
Repressione e pochi quattrini hanno quasi sempre l’effetto di tagliare le ali a proteste e afflati insurrezionali. Ma perfino la stampa più schizzinosa riconosce a Occupy la potenza di avere influenzato il dialogo interno e mondiale sulla crisi, sulle sue vittime e sui colpevoli, propagando il valore della ribellione e facendolo circolare, tanto che nel terzo discorso sullo stato dell'Unione, anche il presidente Barack Obama ha fatto appello a un'eguaglianza di reddito mutuato dalle istanze dei dimostranti.

I giornali padronali assumono spesso i toni dei padri burberi con esuberanti giovanotti, ma in questo caso annotano con una certa indulgenza l’inclinazione del movimento a rifugiarsi nell’Arcadia biologica dei farmer di Long Island e della valle dell'Hudson che fanno proselitismo sostenibile vendendo a prezzi proibitivi i loro prodotti rigorosamente organici.
Come dire che l’istinto bucolico del movimento si candida a scendere a patti col sistema, sia pure quello alternativo ma redditizio e selettivo della food justice: più agricoltura naturale, più spazio ai produttori locali e coltivazioni di nicchia, secondo le regole dei Petrini d’oltreoceano. Così nel programma dei festeggiamenti di oggi Occupy Wall Street diventa Occupy Monsanto accreditando la sua Gcu (Genetic Crimes Unit) la lobby biologica che accusa le istituzioni di essere al soldo delle lobby transgeniche.

Io non avrei tanta supponenza nei confronti di questa Arcadia evocativa di un passato più armonioso e speranzosa di un futuro più vigile sui limiti: è doveroso essere diffidenti di misoneismo e luddismo, ma è altrettanto doveroso collocare tra i pilastri di una critica al capitalismo rapace e illimitato, all’accumulazione di illusorie promesse di una abbondanza immateriale ma pesante, una tutela forte e leggera delle risorse, la salvaguardia dei beni comuni, a garanzia di un accesso equo e solidale. E ci mancherebbe che alla concretezza delle analisi sui guasti provocati dal modello di sviluppo capitalistico, diventato incompatibile con la possibilità stessa di costruire un futuro, non si potesse affiancare un'utopia, altrettanto concreta, per invocare un radicale cambiamento di rotta, l’imperativo di realizzare un’ipotesi opposta a quella del liberismo che oggi, per uscire dalla crisi, pretende di imporre gli stessi criteri che l'hanno generata (e con le stesse persone, si potrebbe aggiungere). Imperniata non tanto sulla punitiva decrescita ma sullo sviluppo dei limiti in tema di energia, di agricoltura sfruttamento dei suoli, di salvaguardia del territorio. Dentro un progetto rivoluzionario in quanto finalizzato a cambiare lo stato di cose esistente.
Sia pure in modo confuso si tratta di contenuti che hanno ricominciato ad agitarsi anche da noi e è un merito di quanti usano la battaglia no-Tav nel modo più maturo per confrontarsi sulle politiche del territorio nel quadro di una alternativa di spesa, su una ripresa del welfare che veda lo Stato investitore in un new deal motore di lavoro, istruzione, servizi sociali, cultura, tutela.

Anche in questo caso Occupy Wall Street ha dimostrato che bisogna parlare a anche strillare alla politica. Aveva cominciato la primavera araba, si erano aggiunti los indignados a Madrid e i giovani delle tende di Israele, chi abbattendo gli autocrati, chi criticando le democrazie, tutti uniti nella battaglia contro le crescenti ineguaglianze nelle nostre società. Non è una novità, spiegano economisti come Piketty e Stiglitz, il ciclo capitalistico all´inizio del XXI secolo ripropone i picchi di ineguaglianza dell´inizio del XX. Allora successero disastri, seguiti dalla grande correzione keynesiana e socialdemocratica, durata mezzo secolo.
Ma oggi che è in grado di attuare le misure di mitigazione e poi vi basta temperarlo questo capitalismo avido e spietato?
E possiamo batterlo con un movimento senza leader da assassinate, come ha detto Jesse Jackson, in visita, senza martiri, senza l´ideologia e con programmi aerei e volatili dettati da gente deliziosa, se ha come slogan “Pensare divertente”, ma poco visionaria e al tempo poco pragmatica, se i più concreti si affidano all´ipotesi di una ideologia open source, di cui tutti possano servirsi, migliorandola, come un software, un´interfaccia che agita informazioni da varie risorse della rete.
Continuamente tutti quelli che non si sono consegnati al regime illusi dalle sue soluzioni amare, come se la punizione fosse di per sé salvifica, si chiedono che fare.
È che l’affidamento al regime si declina in vari modi. Molti dibattiti dietro l’intento propositivo nascondono l’intento di salvare il sistema perseguendo prolungando la vita e l’egemonia del capitalismo finanziario e della sua cupola globale. È esemplare quello che succede a proposito di clima, un problema cruciale se non il problema dei problemi, del tutto eclissato dal tentativo, negli Stati Uniti e in Europa, di salvare un sistema che ha accelerato e aggravato tutti i problemi ecologici del pianeta, esacerbando il fenomeno in una corsa cieca che ricorda quella che ha portato alla guerra del 1914, cui guardiamo come alla manifestazione di un inconsapevole e irresponsabile istinto al suicidio.
Così la paura del futuro, il non vedere e non sapere, preferito alla responsabilità e alla decisione, si sposa on il conservatorismo. La cecità si coniuga con una stabilità peraltro incerta, favorita dalla paralisi del personale politico e intellettuale della sinistra.

Allora forse è tempo di scardinare questo stato di inerzia. Io credo nelle potenzialità del risveglio di una società civile, ma il ritrovamento della coscienza contro l’accettato trascinamento verso il baratro deve affrontare il fatto che qualunque potere politico che cerchi di rompere con la condizione attuale delle cose deve rompere con un sistema che ha dato legittimità e autorità istituzionale all’illegalità. Significa fare una guerra casa per casa strada per strada alla corruzione, che ha contribuito alla costituzione di quello che è stato chiamato debito illegittimo.
Non siamo la banda bassotti, anche se è più facile rapinare una banca che farsi dare un prestito, ma per favorire sia pure lentamente una socializzazione del credito, è possibile che si agisca sul piano della diffusa domestica disubbidienza, cominciando col non pagare debiti anche piccoli ma simbolici. Bisogna manifestare contro la tolleranza nei confronti dell’evasione fiscale, che comporta la flessione di alcune categorie di fiscalità per mancanza di introiti e l’obbligo a emettere sempre più titoli di debito pubblico, avvitandoci in una situazione in cui è necessario reindebitarsi per pagare gli interessi sul debito. E occorre dare una consistenza scientifica e politica alla denuncia del debito «odioso» che ha degli appigli nel diritto pubblico internazionale. Appigli che risalgono agli anni Venti e Trenta e che sono stati riattivati negli anni Ottanta in America Latina.
La questione del debito illegittimo coincide con il ripristino di condizioni di democrazia reale, quella che spinge a ragionare insieme per difendersi, a stringere vicoli di solidarietà, a resistere alla sopraffazione in tanti. “Adesso chiamatela pure "lotta di classe" se volete, ma chiedere a un miliardario di versare almeno le stesse tasse della sua segretaria è semplice buon senso “. Purtroppo la battuta esemplare che non è stata pronunciata in Italia, è di Obama, senza Occupy Wall Street non gli sarebbe forse venuta in mente e vuol dire che dobbiamo occupare le nostre wall street.

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